Parquet - Sparkles & Mud

2023 (Carton)
avant-rock, experimental, math-rock, techno
Chi sostiene che non si possa fare musica techno utilizzando basso, chitarra elettrica, batteria e tastiere, quindi senza l'ausilio di sequencer o drum machine, dovrà fare i conti con Sébastien Brun e i suoi Parquet.
"Sparkles & Mud" è l'esordio full length della band di Lione, una staffilata diretta allo stomaco degli amanti di atmosfere ipnotiche, ripetitive e ruvide, di sonorità che allacciano vari ambiti, in questo caso in grado di traslare con grande disinvoltura dall'avant-rock alla techno, dal post-rock al post-punk, al post tutto, come se fosse la cosa più naturale al mondo, richiamando marcate strategie math e darkwave, ma sempre, ininterrottamente, condite con ossessive spezie motorik e pirotecnici slanci dance.
Questo è l'abbondante menu preparato dai Nostri, una serie di portate che richiedono una cospicua predisposizione sulla medio-lunga durata, vista la generosa ora sulla quale si dispiega l'opera.

Letta sulla carta, la line-up del progetto capitanato da Brun (batteria ed elettroniche) è imponente, ma alquanto lineare, con tre chitarre elettriche (Julien Desprez, Nicolas Cueille e Guillaume Magne), basso (Jean-François Riffaud), tastiere e sintetizzatori (Clément Edouard e Simon Henocq).
Come accennato poc'anzi, ciò che stupisce è la perfetta coesione di tutte queste anime, a tratti antitetiche, diffuse attraverso nove strumentali (la voce non è minimamente contemplata) che non lasciano alcuno scampo.
Ciò che poteva apparire un limite è la sequenza ripetitiva con la quale sono sistemati tutti i brani, soprattutto in una visione a oltranza come questa, condizione che ben presto diventa un punto a favore, forte di una strana e a tratti inspiegabile curiosità che pervade l'ascoltatore, dopo aver gustato i primi brani in scaletta.

"Intro" - il brano d'apertura - funge da chiave d'ingresso e più che da semplice introduzione, come potrebbe recitare l'infingardo titolo, esponendo chiaramente quali siano le reali velleità dei Parquet: tra accordi math, ritmi taglienti ed elettroniche travolgenti, il fiume sonoro resta in agguato per pochissimo, allargandosi progressivamente verso un coacervo di segmenti in lotta fra di loro, nel tentativo dell'uno di prevaricare su quello che lo sta temporaneamente precedendo.
In "Brute" le variabili techno si impossessano di ogni mitocondrio cellulare e se su "Speedrun" si potrebbe inanellare il medesimo discorso già fatto per l'opener, "Miami Vice" prova a restare su schemi più prevedibili, che per i Parquet sembra quasi un ossimoro.
Le tavole math-rock si riaffacciano in "Mud" con tratti molto evidenti, tuffandosi in un calderone techno-rock dalla temperatura incandescente, mentre le sghembe palpitazioni di "Manaquin" mantengono una certa razionalità per tutti i dieci minuti di durata, seppur inframezzate da continue infestazioni elettroniche.
Un flebile momento di tregua sembra regalarlo "Tahiti", organica e sincopata senza volontà di tracimazione, ma in "Chordata" si ritorna a fare la punta a ogni spigolo, in un crescendo che si mostra incalzante sia nelle metriche che nella composizione.
L'immancabile svisata è certificata da "Parotia", più maestosa nella sovrastruttura armonica rispetto agli episodi che hanno accompagnato nel viaggio, oscura e riflessiva, con il basso posto a colorare i tormenti elettronici anomali, piuttosto che cadenzarne in modo frenetico il flusso.

"Sparkles & Mud" appare come un complesso esercizio di matematica, in cui l'applicazione pratica dei teoremi e delle tecniche di calcolo è impegnata a risolvere un problema tutt'altro che lineare.
I Parquet sfidano le nozioni tradizionali di classificazione musicale e lo fanno con sorprendente proprietà e risultato, in un settore dov'è fin troppo facile cadere nella monotonia o, peggio ancora, in una sconclusionata accozzaglia di idee.
Le intrepide esplorazioni sonore dei Parquet sono realizzate con morbosa applicazione. Denotano una notevole proprietà nell'uso di ogni distinto strumento e una fervida maestria nel prevedere inconsuete finalità per ogni singola transazione, trainando l'ascoltatore in un vortice magnetico, da affrontare con idonea attitudine, pena la perdita della trebisonda dopo pochi attimi. Le articolate ritmiche edificano un basamento nu-disco acido e cattivo, soprattutto se confrontato a repertori che tradiscono qualche analogia.

Un debutto coi fiocchi e per talune fogge persino rivoluzionario, che proietta i Parquet tra le novità più interessanti mostrate dal panorama rock-elettronico sperimentale odierno.

Tracklist

  1. Intro
  2. Brute
  3. Speedrun
  4. Miami Vice
  5. Mud
  6. Manaquin
  7. Tahiti
  8. Chordata
  9. Parotia




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