Volendo essere sbrigativi, si potrebbe affermare che “The Fox And The Bird”, secondo album dei bostoniani Ok Goodnight, è essenzialmente un musical Disney condito di chitarroni, in mezzo a cui ogni tanto parte “The Dance Of Eternity” dei Dream Theater. Ma che ha anche dei difetti.
Tentando invece un’analisi più approfondita, conviene forse partire da un paio di osservazioni: raramente nel progressive rock recente si incontrano band capaci di muoversi in forte continuità col passato del filone, eppure di suonare come mai nessun altro prima. Forse ancora più di rado, poi, artisti che sposano stili crescentemente estremi (soprattutto in campo prog-metal) si mostrano interessati a mantenere un contatto con il versante più arioso e melodico del genere, finendo spesso per limitare la gamma emotiva della propria musica alle molteplici, ma in fin dei conti ristrette, declinazioni del cupo e del catartico.
Gli Ok Goodnight, quartetto di musicisti poco più che ventenni, sembrano usciti dal Berklee College of Music apposta per smentire questi trend. La loro musica può essere graffiante e vorticosa come raccomandato dai più aggiornati manuali djent e metalcore, ma ama almeno altrettanto librarsi verso orizzonti luminosi e aperti.
La direzione scelta per questo concept-album aiuta molto la riuscita del connubio. “The Fox And The Bird” si presenta, fin dalla suggestiva copertina, come un libro illustrato, una favola per grandi e piccini. L’avventura di due animali di specie diverse – l’uccello e la volpe del titolo – che per salvare la propria valle di origine da una terribile siccità si mettono in viaggio, seguendo i passi di una profezia e rischiando la vita in incontri via via più insidiosi.
La dimensione naturalistica, sebbene lasciata vaga nei dettagli e negli accostamenti, permea l’intera opera e si riflette nella grande varietà atmosferica dei brani. Dal carattere radioso della title track (ma anche un poco agrodolce, come a profetizzare gli sviluppi successivi) all’avvolgente e acustica “The Raccoon (And The Myth”), fino agli episodi più tenebrosi e concitati come “The Bear” e “The Mountain”, il mood dei pezzi si abbina a paesaggi e situazioni attraversate dai protagonisti, creando un’ambientazione vitale e molteplice come i boschi che fanno da sfondo alle vicende.
Evidenti punti di forza dell’album, la varietà stilistica e la padronanza dei musicisti sono al servizio di una narrazione avvincente, che sopperisce alla frequente ambiguità degli eventi, raccontati con una incalzante successione di emozioni, dalla vividezza quasi cinematografica.
Non è certamente un caso se il curriculum del tastierista, chitarrista e compositore Martin De Lima contempla il lavoro su numerose colonne sonore, fra cui quello per la webserie animata “RWBY”, realizzato proprio in compagnia del chitarrista Martin Gonzalez e della cantante Casey Lee Williams, con lui negli Ok Goodnight. In effetti, la cantabilità delle melodie (non solo vocali) che caratterizza soprattutto gli episodi più soft del disco ricorda molto sia la vocazione quasi da musical che contraddistingue le soundtrack di molta nuova animazione statunitense, sia il panorama chiptune a cui Gonzalez è legato dall’esperienza parallela degli Atomic Guava.
Più che a grandi del passato come Yes e Camel, a ben vedere, i momenti più tersi di “The Fox And The Bird” sembrano connettersi a una serie di recenti band del Nordest statunitense – Crying, Anamanaguchi, I Fight Dragons – che hanno come tratto distintivo proprio il rapporto con il mondo dei videogame e dell’animazione. Specialmente in quel territorio poco definito – ma esteticamente piuttosto coeso – che abbraccia cult post-millennial come “Adventure Time” e “Gravity Falls”, “Scott Pilgrim” (con diverse colonne sonore a cura degli Anamanaguchi), “Steven Universe”, o proprio “RWBY”. Oltre che nei rimandi strettamente musicali (fra i quali va citata, almeno en passant, le grande cura del sound design), l'inclinazione videoludica si rispecchia anche nella costruzione del concept, attentissimo al worldbuilding e sostanzialmente costruito su una successione di boss fight.
Dove invece i suoni si fanno più taglienti, è palese il debito verso i Dream Theater, più dal punto di vista delle specifiche soluzioni stilistiche che della proverbiale tendenza a strafare, che i quattro di Boston riescono abilmente a tenere in scacco. La ricchezza batteristica e il riffing serrato di “The Snake” risveglieranno facilmente gli animi dei fan, ma sono soprattutto episodi strumentali e stacchi dei brani principali a rievocare la cifra degli ultramitizzati paladini del prog-metal anni Novanta. La sequenza conclusiva di “The Falcon”, in particolare, rispolvera con maestria il versante più godibile e carnevalesco dell’accoppiata Portnoy/Rudess, e si colloca brillantemente fra i passaggi più galvanizzanti del disco.
Ma appiattire su un solo termine di paragone la caleidoscopicità del sound degli Ok Goodnight non rende giustizia alla band, che in fatto di ampiezza di spettro stilistico ed espressivo può vedersela – almeno fra i contemporanei – forse giusto con gli Haken. “The Bear”, con ospite la cantante degli Atomic Guava Elizabeth Hull, spazia dal belting al growl in fatto di espedienti vocali, e il culmine narrativo/emotivo “The Mountain” vede la formazione adattare mirabilmente alle esigenze sceniche ottovolanti tastieristici e stop’n’go mathcore.
L’apice in termini di classe e personalità sta però in “The Falcon”, che ibrida le polarità opposte della band in un tutt’uno accostabile a ben pochi precedenti. Emergendo dalle bordate alla Tigran Hamasyan dell’interludio “The Nightmare”, il tema della strofa sovrasta leggiadro una selva di armonici e pinnacoli in palm mute, attende su accordi jazz, per sprigionandosi poi in un ritornello dalla carica pressoché nu metal. Correnti ascensionali, tenui battiti d’ala, travolgenti picchiate. E la sfida “Catch the feather in flight if you dare” rivolta ai protagonisti, seguita dalla turbinosissima sezione strumentale già citata in precedenza, che – come ogni dettaglio del disco – acquista una sua trascinante valenza narrativa.
I testi, curati da Casey Lee Williams, lasciano spesso dubbi su trama e (soprattutto) intreccio, ma sono ricchi di immagini di grande impatto, che potenziano l’efficacia evocativa delle partiture. Quasi a contrastare il sentimento di reclusione del periodo pandemico a cui buona parte della scrittura risale, le scelte lessicali sono orientate alla celebrazione degli spazi aperti e alla sintonia con gli elementi naturali. Il fraseggio è talvolta un po’ didascalico, ma sempre metricamente impeccabile (anche e soprattutto nei frangenti più ricchi di voltafaccia – si veda “The Crocodile”), ed encomiabile nel tentativo di trasmettere la prospettiva “aliena” dei diversi personaggi e suscitare verso di essa un’empatia. Per quanto il flusso si tenga alla larga da spiegoni e moralismi, fra le righe emerge una visione unitaristica della Natura e dei suoi contrasti (“Rivals bleed/ Together in the fight”, recita “The Bear” a più riprese) e una grande fascinazione per la pluralità che la innerva. Se approcci a "The Fox And The Bird" colpiscono innanzitutto per la poliedricità strettamente stilistica della band, ascolto dopo ascolto è più di ogni altra cosa questa mimesi naturalistica a restare impressa.
Gli Ok Goodnight non dispongono nemmeno di un contratto, ma "The Fox And The Bird" è già un piccolo classico. Figura nelle classifiche di fine anno dedicate al genere da Rateyourmusic, Progarchives, AlbumOfTheYear, Sputnikmusic e ha già raccolto numerose trascrizioni nei siti per musicisti - segno di un'accoglienza calda da parte della community progressiva. A fine novembre la band ha annunciato sui social una data estiva in Germania: forse è presto per confidare in un piccolo tour europeo, ma sperare certamente è lecito.