Con "Have We Met" Dan Bejar arriva al dodicesimo capitolo della discografia targata
Destroyer. Un disco interessante poiché convivono all'interno aspetti peculiari dell'autore insieme a scelte e stacchi rispetto alle precedenti fasi. La formazione che accompagna il canadese non è mai stata così scarna e vede John Collins ai synth, macchine e produzione (cosa che fa da un po' nei
New Pornographers) e il chitarrista Nicolas Bragg: un saldo binario dove concedersi completamente per pensare a testi e
performance vocale. Un cantato spesso rasente la sentita e intima confidenza, forse più per se stesso che per l'ascoltatore.
A marcare tale aspetto, il fatto che il canadese abbia registrato la parti vocali in cucina a tarda notte direttamente su Garage Band: ciò che sentiamo nelle tracce finali è il frutto al massimo della seconda
take casalinga. Qui subentra un altro aspetto dei Destroyer: quell'iniziale
lo-fi acustico - abbandonato per virare verso più corposi lidi strumentali ("Thief"), fino ai capolavori "Your Blues" (2004) e "
Destroyer's Rubies" (2008) - ora è un'elettronica minimale lontana dai fasti 80's del bel predecessore "
ken". In "Have We Met" riecheggia molto il
Cohen di "
You Want It Darker", ma il manifesto musicale attuale lo declama Bejar stesso in "Cue Synthesizer", dal titolo già abbastanza esplicito:
Did you realize it was hollow?
Like everything that's come before, you are gone
The idiot's dissonant roar
That exquisite gong struck dumb
Cue synthesizer
Cue guitar
Bring in the drums
Cue fake drum
Ci si potrebbe aspettare un disco freddo e asettico, dove gli esperimenti al computer prendono il posto dell'anima, invece l'iniziale "Crimson Tide" ci mostra tutt'altro, palesando anche un tocco melodico molto
catchy, che sfocerà nel bel singolo apripista "It Just Doesn't Happen". Abbandonata l'idea di fare un album sul millennium bug, Dan Bejar non abbandona la preoccupazione e le riflessioni per questi tempi moderni e continua a essere uno dei
songwriter più ricchi e versatili in circolazione, senza perdere un grammo di oscura intensità e quieta malinconia. Scortato dal caldo e ormai marchio di fabbrica timbro vocale, l'autore inserisce all'interno nel disco una sequela di protagonisti tormentati alternati a
stream of consciousness, come "The Raven", la canzone più bella di "Have We Met" insieme a "The Man In Black's Blues".
Lavoro coeso e ispirato, chiuso dal bellissimo slancio di chitarra di "Foolsong", "Have We Met" ci presenta - parafrasando il tanto amato Cohen - l'ennesima gradita
new skin for an old ceremony di Bejar, continuando così un percorso musicale tra i più validi degli ultimi decenni.