La più famosa band cilena di tutti i tempi sono i Prisioneros, dominatori degli anni Ottanta locali. La loro peculiarità è di aver cantato inni politici senza fare ricorso a metafore: slogan declamati con convinzione e messaggi diretti, che data la provenienza ci saremmo immaginati in bocca a qualche folk band andina (lo stereotipo degli Inti Illimani è duro a morire in Italia, che della cultura cilena conosce poco altro).
Invece i Prisioneros hanno applicato quei versi all’inizio a canzoni power pop e post-punk, e in seguito si sono convertiti all’elettronica, prima con la
new wave sintetica di “Pateando piedras” (1986), poi con il misto dance/electropop di “Corazones” (1990).
Da loro si è sviluppata una sorta di corrente locale che abbina il pop elettronico alla politica e alle rivendicazioni sociali, e che è giunta fino ai giorni nostri: gli esponenti più indicativi, attualmente, ne sono Javiera Mena e Alex Anwandter.
È di quest’ultimo che tratta la recensione, essendo appena stato ristampato il suo secondo album, “Rebeldes”, dopo un’irreperibilità di diversi anni. La nuova versione è stata proposta direttamente da Anwandter: per il momento online si rintraccia solo in vinile, mentre il cd è rimasto esclusiva per il pubblico dei suoi concerti (benché si vociferi che nel 2020 verrà diffuso anche quello).
“Rebeldes” uscì in origine nel dicembre del 2011, incontrando un ottimo riscontro nel circuito alternativo cileno. Circuito che pur con mille difficoltà logistiche (all’infuori di Santiago è difficile persino rimediare i locali dove suonare, stando allo stesso Anwandter), continua a produrre artisti di notevole caratura: si pensi, oltre ai già nominati, a cantautori come Cristóbal Briceño e Gepe. Anwandter ne era già uno dei perni, grazie ai suoi album prima con i Teleradio Donoso, poi in proprio, con il moniker Odisea: “Rebeldes” fu quindi il suo secondo lavoro come solista, ma il primo col suo vero nome stampato in copertina. Testi e musiche sono firmati dall’artista senza input esterni, mentre in cabina di regia si è avvalso della collaborazione di Christián Heyne, già produttore di Mena e Gepe.
Il brano d’apertura è “Cómo puedes vivir contigo mismo?”, travolgente house con pianoforte old school e celebrazione dell’orgoglio Lgbt: “Non indosso un costume, non ho paura dei giudizi. Non ti senti una star alla luce della presenza altrui? Solo essendo quel che sono capisco cosa è reale”.
L’estetica di Anwandter è già tutta spiegata da questo manifesto, ma non fosse abbastanza chiara, ci si può far aiutare da uno scritto che il cantante ha fatto circolare nel 2018, definendo il suo ultimo album, “Latinoamericana”, un ciclo di canzoni “che esplora genere, sessualità e identità latina in tempi oscuri, in cui è diventato evidente che l’arco dell’universo morale non si sta piegando verso la giustizia. […] Il fatto che sia un disco queer, femminile (ndr – inteso anche come effeminato?) e politico mi rende ancora più fiero”.
Le stesse parole potevano già essere applicate a “Rebeldes”, così come del resto spiegazione sul contenuto musicale: “L’album sovverte l’idea di come la musica latinoamericana dovrebbe suonare, ridotta da uno sguardo straniero agli strumenti folk con un sapore da musica etnica”. Così Anwandter mostrò con questa sua opera che la tradizione cilena può anche essere fatta di electropop e musica dance, compito poi proseguito nel 2013 con “Alex & Daniel” (in coppia con Gepe), nel 2016 con “Amiga” e due anni dopo col già citato “Latinoamericana”.
“Rebeldes” rimane però il suo disco perfetto, una sequenza di canzoni illuminate, con testi che celebrano la diversità e l’amore, arrangiamenti tecnologici e produzione deluxe.
Risplende l’arrangiamento di “Que se acabe el mundo, por favor”, un uggioso indie pop elettronico con ricami di piano, chitarra classica e sintetizzatori che imitano la chitarra elettrica. Il testo descrive la fine di una relazione: “Fallire richiede molto sforzo, e mi impegno, e se ha quasi, quasi funzionato, il silenzio parla più di me. Ti ho lasciato un biglietto, un foglio, e la tua luce notturna ha preso fuoco”. L’utilizzo anaforico della congiunzione “e” (“y” in spagnolo) enfatizza la fatica nel chiudere una fase della propria vita e rende ancora più palpabile l’emozione dell’autore.
Il capolavoro è però “Tormenta”, ballata mozzafiato, uno dei pochi brani del disco con una batteria reale, sospinta da pianoforte e ondate di sintetizzatori, ma soprattutto da campionamenti vocali che contrappuntano il canto di Anwandter in alcuni momenti chiave, ripetendosi astratti e andando di volta in volta a spegnersi in un’eco, amplificando il senso di malinconia del brano.
Da “Felicidad”, numero pop con synth bass roboanti e finti ottoni, alla lenta, maestosa “Fin de semana en el cielo”, passando per la house corale di “Shanana”, non si riesce a scorgere un momento morto.
Riascoltato a otto anni di distanza dall’uscita, “Rebeldes” non solo non ha perso un’unghia del suo smalto, ma ha addirittura acquisito importanza, vista la posizione che il suo autore è riuscito a confermare nel frattempo all’interno dell’intellighenzia culturale e della comunità Lgbt a livello locale, arrivando addirittura a dirigere un film nel 2016 (il pluripremiato “Nunca vas a estar solo”, ispirato dal caso Daniel Zamudio, ragazzo gay cileno, torturato e ucciso da una gang neonazista nel 2012). È insomma ormai evidente che si tratti di una pietra miliare per la storia della musica cilena e del pop alternativo dell’intera America Latina.
29/12/2019