E anche per Robert Earl Thomas è giunto il momento di procedere in autonomia. Il chitarrista e cantante dei
Widowspeak, libero dall’ingombrante presenza di Molly Hamilton, con “Another Age” prova a plasmare una propria identità stilistica, e lo fa abbracciando il suono americano anni 80 che i
War On Drugs hanno portato di nuovo agli onori della cronaca, e della critica.
Alle
nuance più psych-folk della band d’origine, il musicista avvicenda un country-pop radiofonico, che tra sonorità elettroniche ed acustiche, mette in piedi un curioso ibrido tra la glacialità estatica di certo indie-folk e le esternazioni più pop di
Tom Petty e
Bruce Springsteen. L’attitudine al ritornello carezzevole ma mai incisivo, brevettata dai Widowspeak, alla fine prevale, lasciando emergere quel retrogusto dolceamaro che confina intellettualmente con la mancanza d’originalità e di creatività.
La malinconia ovattata e sognante della
title track, il
mood più oscuro e il ritmo pulsante di “The Weather”, la sensualità della
steel guitar di “I Remember” e l’arpeggio acustico della suggestiva ballata
on the road “Wednesday Morning” seducono e si lasciano riascoltare con piacere, ma non tutto funziona come dovrebbe in “Another Age”.
Non sono solo le modeste qualità vocali di Robert Earl Thomas a sollevare qualche perplessità, ma anche delle cadute di stile nella scrittura, come il brogliaccio lirico di “My Fault”, l’eccessiva lungaggine della coda strumentale di “Cryin’” e l'esiguità del singolo “What Am I Gonna Do”. Più interessante il minimalismo pop alla
Luke Haines di “Winona Forever” e la conclusiva "Word Of Mouth" con Molly Hamilton ai cori, due brani che completano senza infamia e senza lode un esordio solista piacevole, a tratti interessante, ma privo di carattere.