“Feeling The Space”: così Yoko Ono intitolava un suo vecchio album e mai etichetta sarebbe più adatta all’ipersensibilità di Aine O’Dwyer, musicista irlandese dal folgorante talento che, dopo avere esplorato alcuni organi da chiesa britannici, per questo nuovo lavoro, uscito sul finire dello scorso anno, si è tumulata in un tunnel sotto al Tamigi, quello di Brunel. Aine è membro di uno dei collettivi più entusiasmanti in terra d’Albione, quegli United Bible Studies in sosteso tra folk oscuro e avanguardia e ancora dello straordinario collettivo dei London Improvisers Orchestra. Pochi anni fa, assieme al genio di Michael Tanner, ha dato vita a The Cloister, protagonista di una delle esperienze acustiche e musicali più intense degli ultimi anni.
Questo album non fa eccezione e porta la O’Dwyer verso il centro delle sempreverdi terre della nuova musica: laconici suoni dell’arpa assieme a percussioni sparse e canti che sembrano provenire dal profondo di una memoria condivisa o, meglio, condivisibile. Azzardando impavide semantiche, gettando ponti inesplorati tra suoni e silenzio, ninnenanne infantili portando la semantica verso la foné e, pertanto, pescando nelle acque profonde dove Patti Waters, Diamanda Galas e Joan LaBarbara riempirono le reti. Difficile seguire i brani che, pur nella differenza, conducono a un continuum spazio-temporale di inedita intensità, ove, ricordando Lacan, il significato altro non è che sassolino in bocca al significante, qui lasciato libero, in spettrale solitudine.
Vi sono tracce dei lamenti funebri della natia Irlanda, ove si raccontano storie in bianconero di Banshee e spettri che tentano strade, vie e linguaggi per comunicarci segreti: “Underlight”, che apre l’album con un’arpa che sembra perdere forma e confini, per insinuarsi tra ne pieghe del tempo e della memoria, o la finale, impressionante “Hounds Of Hades”, effort collettivo per voci e field recordings nella cava, unico brano non eseguito in solitudine dall’esploratrice irlandese oppure la bellissima “Corpophone” per voce sola, dove i delay naturali del tunnel la fanno da padrone.
Il titolo, stando a quanto dice la stessa Aine, si riferisce a una cappella funeraria che ha la forma di un’imbarcazione capovolta sita a Kerry, nella penisola di Dingle, in Irlanda, naturalmente. Un lavoro, questo, di lungimirante innovazione, tra le uscite migliori del 2017.
31/01/2018