Mai Mai Mai - Φ/ Phi

2016 (Boring Machines, Not Not Fun)
ethno-industrial, noise

La “Trilogia sul Mediterraneo” di Mai Mai Mai rappresenta forse un unicum, nel panorama musicale italiano – e internazionale – degli ultimi sedici anni: una parabola ascendente che racconta un viaggio fatto di suoni, rumori, voci e volto al perdersi, piuttosto che al ritrovarsi. Un pellegrinaggio nella memoria collettiva che Toni Cutrone ha documentato a bordo di una barchetta salpata, nel 2013, da un'isola sperduta dell'Egeo (“Theta”); proseguito nel 2014 puntando alle coste del Medio Oriente (“Delta”) e concluso dopo un “attracco imprevisto” a lande sonore rocciose (“Petra”, 2015) con “Phi”, l'epilogo in cui si affronta il ritorno nella culla della Magna Grecia, guidato – tra gli altri – dallo spirito indagatore di Alan Lomax.

Remando in acque torbide, appesantite dalla mucillagine transgenica che promana dalle industrie di Sheffield, e solcando le correnti del field recording e dell'avant-folk, in quest'ultimo capitolo dell'epopea pelagica Cutrone consacra il suo alter ego a vero e proprio ministro di culto dell'ethno-industrial. In “Phi” l'harsh-noise si fa narrazione, poesia sfocata e malvagia che si combina alle urla dei pescatori e al garrito dei gabbiani, fino a diventare un Acheronte salato di reminiscenze intimamente connesse al non vissuto. I sei brani che compongono l'album sono permeati di un'intrinseca sacralità, che affonda le radici in un immaginario popolare fatto di rituali religiosi e liturgie in odor di Paganesimo.

Con le spalle al Peloponneso, la superba fisarmonica di Luca Venitucci – compagno di viaggio nell'inaugurale “Nuktipolois” – si aggrappa a un flusso di droni iper-dilatati, disegnando nel cielo imponenti scogliere contro cui si infrange una mareggiata di ricordi.
La successiva “Magois” si sviluppa – e ci avviluppa – in tutta la sua furia Ebm con violente pulsazioni sintetiche, grida indecifrabili e stridori industrial che si propagano nelle stratificazioni retro-futuriste di “Bakkois”, alle quali il Nostro accosta un allucinato spoken word estemporaneo.

I beat di “Lenais” estendono l'onda d'urto generata da “Magois”, liberando nell'aria intensi effluvi orientali che – non accadeva dai tempi di “Theta” – richiamano alla mente l'esperienza Muslimgauze.
L'ipnosi collettiva perpetrata dalla ridondanza tribale di “Mustais” è bruscamente interrotta dai rintocchi che annunciano “Akea”, summa di “Phi” e, probabilmente, dell'intera trilogia: una maestosa scultura forgiata sotto i colpi di gong e vibrafono di Lino "Capra" Vaccina, divino Efesto della sperimentazione sonora italiana. Qui, il saggio mentore – e amico – illumina come un faro l'ultima tratta dell'incappucciato viaggiatore, ormai pronto a intraprendere in futuro ben più sfidanti traversate oceaniche.

Nota: in realtà, Mai Mai Mai oltre Atlantico ci è già arrivato. Sì, perché se è vero che “Phi” è un ritorno a casa, suggellato dalla pubblicazione su vinile a nome Boring Machines (che curò l'esordio “Theta”), è anche vero che il capitolo finale del trittico verrà a breve licenziato su nastro dalla blasonata Not Not Fun Records di Los Angeles.

Tracklist

  1. Nuktipolois 
  2. Magois
  3. Bakkois
  4. Lenais
  5. Mustais
  6. Akea

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