Vegard Sverre Tveitan, meglio conosciuto come Ihsahn, è stato uno dei protagonisti del
black-metal con gli Emperor, dove era impegnato alla chitarra, alle tastiere e soprattutto alla voce. La sua carriera solista si sviluppa a partire da "The Adversary" (2006), un album che riprende in parte il discorso lasciato a metà dalla band originaria con "Prometheus: The Discipline Of Fire & Demise" (2001), l'ultimo album prima dello scioglimento.
La carriera solista di Ihsahn ha prediletto gli elementi prog-metal, pur mantenendo un'anima estrema che di fatto ha avvicinato i successivi album ad artisti come Devin Townsend,
Opeth e
Leprous. Da "After" (2010) un sassofono colora gli album, donando carisma alla formula prog-metal e combinandosi in modo efficace con alcune soluzioni più sperimentali. Forte di questa peculiarità e di uno stile compositivo più maturo, "Eremita" (2012) ha segnato un vertice non eguagliato nel successivo "Das Seelenbrechen" (2013), diviso fra sperimentazione e momenti più pacati e lineari.
Questo "Arktis" frulla prog-metal, black-metal, heavy-metal e spunti melodici. All'ascoltatore è proposta una raccolta di brani complessivamente fruibile, come da subito mostrano le melodie vocali di "Disassembled" (con Einar Solberg dei Leprous alla voce), in pieno pop-metal nei suoi frangenti più
soft. Anche l'arrembaggio di "Mass Darkness" (con Matt Heafy dei Trivium) è innocuo, con i suoi cori power-metal: il lato più violento dell'amalgama è disinnescato da soluzioni accessibili, persino smussate a confronto del passato di Ihsahn.
A volte la velocità cala, come in "My Heart Is Of The North" che, dopo possenti folate chitarristiche, scopre una gentile anima folk-pop per qualche secondo, prima di chiudere in un esplosivo finale caratterizzato da organi prog-rock. Sempre sul versante tastiere, sono decisamente inaspettate quelle che aprono "Frail", in un clima di feroce mix fra
vocals metal e un accattivante balletto dominato dai synth. L'anima più elettronica affiora anche in "South Winds", che scopre spunti dance inaspettati. Peccato che questa novità serva solo per imbastire un
filler che allunga l'opera di qualche minuto.
"In The Vaults", melodica ma anche feroce, è forse il miglior equilibrio nell'album fra violenza e orecchiabilità. Più banale il prog-metal
à-la Dream Theater di "Until I Too Dissolve", compensato in parte dallo show chitarristico della schizofrenica "Pressure".
"Celestial Violence", di nuovo con Einar Solberg, sembra evidenziare bene il problema principale dell'opera e della carriera di Ihsahn: pur vario e camaleontico, questo prog-metal non riesce a costruire tensione drammatica né a stupire spesso per soluzioni sorprendenti o innovative. Manca, come questo brano dimostra, anche una voce che, nelle sfumature del canto, riesca a restituire emotività a queste composizioni articolate.
Delusione cocente sul versante che in passato si è rivelato il più fertile per la creatività: il sax torna, suonato da Jørgen Munkeby degli Shining, in "Crooked Red Line", ma è per una banale ballata soffusa che solo al centro scopre un'irrequieta anima jazz-metal. Neanche la lunga "Til Tor Ulven" (nove minuti), recitata da Hans Herbjørnsrud e presente solo nell'edizione limitata, alimenta il versante più creativo, proponendo uno
spoken-word il cui climax finale giunge più come una liberazione che come una sorpresa.
Nel complesso, un album deludente che, fra alti e bassi, lascia con una domanda: che sia stato "Eremita" il vertice di una carriera ormai in fase calante?