Leprous

Leprous

I papaveri alti del progressive

di Antonio Silvestri

Dalla piccola cittadina di Notodden, in Norvegia, arriva una curiosa band che ha ampliato i confini del progressive-metal dall'interno, nel corso di sei album diversi e creativi. Dallo schizofrenico sound degli esordi fino alle tendenze operistiche e orchestrali di fine ventennio, ripercorriamo la storia dei Leprous

Quando viene stabilito lo schema di uno stile musicale, tendono a emergere svariati imitatori – ma copiare i Mastodon, i Tool o i Dream Theater significa, ovviamente, travisare il senso di “progressive”. I gruppi veramente innovativi suonano semplicemente la musica che viene loro naturale, ascoltando con orecchio eclettico e non trovando nulla di strano nel combinare le proprie influenze. Così facendo – per caso o intenzionalmente – creano nuovi ibridi musicali, e per me questo (unito all’idea dell’album visto come un viaggio musicale) è uno dei princìpi fondamentali di qualunque musica che voglia definirsi progressive.
(Steven Wilson, prefazione di “Prog Metal” di Jeff Wagner)

La terra e la famiglia: il legame con il metal norvegese

Notodden è una cittadina di appena 12.359 abitanti nel Sud della Norvegia, affaccia sul lago Heddalsvatnet e dovrebbe essere cerchiata in rosso sull’atlante di ogni ascoltatore di black-metal, perché è la patria degli Emperor, storica band che ha fondato insieme a Dimmu Borgir e Arcturus l’ala sinfonica del genere. Ihsahn, il cantante e poli-strumentista degli Emperor, impegnato ancora in molti progetti musicali metallici, vive ancora nella suddetta cittadina. Dal 2001, però, Notodden è anche il quartier generale di una strana bestia dell’heavy-metal, i Leprous: “strana” perché difficile da catalogare, sempre impegnata a sfuggire le etichette o a costringere a virgolettarle, smussarle, fonderle in nuovi ibridi pur di trovare le parole giuste per descrivere una nuova canzone o un nuovo album; “bestia” perché la musica dei Leprous potrà ammaliare con i suoi voli melodici, intrigare con le raffinatezze strumentali e stupire con gli slanci poetici ma non smette di azzannare l’ascolatore, rivelando uno spirito indomabile e tormentato. Una componente di metal estremo, quest’ultima, che è più di una semplice parentela geografica, ma diventa persino anagrafica: il cantante, fondatore e tastierista dei Leprous, Einar Solberg, è infatti cognato dell’Ihsahn degli Emperor. Il pubblico a cui i Leprous sono presentati inizialmente è proprio quello dei concerti di Ihsahn, visto che questi li utilizza come backing-band nei live. In cambio anche il cantante black-metal aiuterà i nostri con frequenti collaborazioni nel corso della carriera, spesso facendo la differenza quando diventa necessaria una dose aggiuntiva di ferocia.

Questioni di etichetta: confini progressivamente ampliati.

Quello del prog metal è un campo vasto, e i suoi esponenti più interessanti sono i più difficili da definire.
(Jeff Wagner, in “Prog Metal”)

Il rock progressivo degli anni 70 fu "progressivo" solo fino a quando ha continuato ad ampliare i confini stilistici e concettuali del rock.
(Edward Macan, in “Rocking the Classics: English Progressive Rock and the Counterculture”).

Avendo introdotto il legame geografico e parentale con il metal estremo, è doveroso fare luce sullo stile musicale dei Leprous, prima di addentrarci nella loro discografia. La particolarità della band è di appartenere alla ristretta cerchia di chi suona un progressive-metal che attinge alle più disparate influenze, pur rimanendo sempre un gruppo rock e, quasi sempre, squisitamente metal. Largo quindi alle chitarre di Tor Oddmund Suhrke, co-fondatore insieme al cantante e tastierista Solberg, e certamente alla batteria e al basso, anche se affidati nel corso del tempo a musicisti differenti. I Leprous sono infatti una formazione altamente instabile, e solo i due co-fondatori e il chitarrista e seconda voce Øystein Landsverk possono considerarsi membri stabili. E indubbiamente progressiva, sia essa rock o metal, è anche la forma scelta in molti loro album: brani lunghi e avventurosi, strutturati come suite, quali "Disclosure" (11 minuti), "White" (11 minuti), "Forced Entry" (10 minuti) tradiscono l’ispirazione del prog-rock inglese, magari filtrato dalla lente del prog-metal più classico.

Tuttavia, l’approccio alla materia è spesso inusuale, aperto tanto agli eccessi violenti del death-metal e del black-metal quanto all’alterità della musica classica, tanto al rocambolesco jazz-rock dei King Crimson quanto alle geometrie ipnotiche dei Tool. Se davvero esiste un progredire nella musica dei Leprous, è verso l’estensione del metal a una musica trasversale, i cui confini finiscono per coincidere con quelli tanto labili del rock a inizio del ventunesimo secolo. D’altronde, è lo stesso Solberg ad indicare Arvo Pärt, Radiohead, Massive Attack, Porcupine Tree, Susanne Sundfør, Behemoth, The Dillinger Escape Plan e The Prodigy fra i suoi artisti preferiti: tutti nomi che è facile ritrovare in una enciclopedia o su una webzine rock di inizio millennio, nonostante in alcuni casi il legame con il rock sia flebile.
Essendo Solberg, come vedremo, il Roger Waters dei Leprous, cioè quello che nel tempo ha trasformato la band in una sorta di progetto creativo personale, l’indicazione di queste preferenze è particolarmente interessante per leggere la storia della formazione. Ancora di più se le affianchiamo alle preferenze espresse in un’intervista da Suhrke, l’altro fondatore: Mars Volta, Opeth, Porcupine Tree, Dillinger Escape Plan. Emerge chiaramente un’anima divisa, multipla, che diventa l’ideale presupposto per una discografia costantemente in mutazione. Il fatto che, come è capitato agli Opeth, sia facile ravvisare elementi squisitamente prog-rock nella loro più recente discografia non dovrebbe distogliere dal fatto che complessivamente i Leprous sono una formazione progressiva, per la quale la distinzione fra metal e rock risulta poco importante. Ascoltarli significa anche liberarsi delle anguste questioni di etichetta e abbracciare la creatività della formazione nella sua esplosiva, multiforme potenza espressiva.

La sindrome del papavero alto e la tempesta creativa: i demo, Tall Poppy Syndrome e Bilateral.

Trasibulo condusse l'incaricato di Periandro fuori della città ed entrò in un campo coltivato: camminando in mezzo alle messi, lo interrogava e reinterrogava sul motivo della sua venuta da Corinto e nel contempo recideva tutte le spighe che vedeva più alte delle altre, le recideva e le gettava per terra, finché così facendo non ebbe distrutto la parte più bella e rigogliosa delle messi. Traversato il campo, congedò l'araldo senza avergli dato alcun consiglio. Al ritorno a Corinto del suo incaricato, Periandro era impaziente di udire la risposta; l'araldo invece gli riferì che Trasibulo non gli aveva suggerito nulla; e aggiunse di stupirsi che lo avesse mandato da un uomo simile, un demente, uno che si autodanneggiava: e raccontava quanto aveva visto fare da Trasibulo
(Erodoto, “Storie”, libro V)

La preistoria dei Leprous ha due nomi, Silent Waters (2004) e Aeolia (2006), due demo che già contengono brani equiparabili per ambizioni e qualità a quelli facenti parte della discografia ufficiale. In particolare, Aeolia si apre con l'impressionante “Disclosure” (11 minuti) che sembra un ideale punto d'incontro fra i ritmi sudamericani dei Mars Volta e lo spirito ruggente del prog-metal. Iniezioni di synth sibilanti e urla brutali da metal estremo aumentano la varietà, così come una parte corale prima del finale. Gli ultimi minuti sono un assolo pianistico, un elemento che tornerà spesso anche nel primo album. Sentire il modo in cui profumi jazz e caraibici si inseriscono in “Black Stains”, alternandosi a portentose bordate death-metal, passaggi operistici, balletti demenziali è una delle cose più interessanti nell'ambito progressive del periodo, nonostante la band sia ancora sostanzialmente sconosciuta.
“Aeolus Shadow” (7 minuti) alterna black-metal e prog-metal, ridando spazio al pianoforte, mentre “The Great Beast” (8 minuti) si apre con una lunga introduzione atmosferica, si sfoga in una fusion rocambolesca e alterna un verso da ballata svenevole e uno da death-metal assassino. Allontanandosi da molti degli sviluppi più ovvi, la formazione riesce qui a scombinare gli equilibri tipici delle composizioni in un schizofrenico, irrequieto amalgama. Altra composizione estesa, “Close Your Heart” (11 minuti) unisce fusion e metal estremo. La conclusione affidata a “Eye Of The Storm” (11 minuti), terzo brano a sforare i dieci minuti, continua a sfidare l’ascoltatore fondendo geometrico e imprevedibile, maestoso e delirante. Pur fiaccato dai mezzi tecnici non ancora di prima categoria, causa per esempio di un suono della batteria rachitico, Aeolia permette di saggiare lo spessore della formazione.

L’atteso esordio Tall Poppy Syndrome (2008) porta a compimento le intuizioni del secondo demo, grazie a una produzione professionale e a un talento compositivo ormai maturo. “Passing”  (8 minuti e mezzo) apre come un brano dei Dream Theater, salvo lanciarsi in un climax viscerale. Al settimo minuto c'è quell'esplosione che illumina un intero album: un urlo devastante che innesca una marcia imperiosa, un lento death-metal da Opeth, dove la voce lavora su ruggiti bestiali e acuti da scuola metallara inglese. Ancora più movimentata, “Phantom Pain” (7 minuti) inizia melodica, muta in epica, si scopre brutale. Mentre vorticano le tastiere sullo sfondo, il brano si avvia al finale fra rantoli da orco, stemperandosi in una musica pianistica d'atmosfera.
Dopo la lunga e quasi interamente strumentale “Dare You”, altro sfoggio di precisione e molteplicità, “He Will Kill Again” (7 minuti e mezzo), aperta in un clima drammatico e futuristico da Ayreon, trova la svolta prima in una danza dai richiami sudamericani e poi nella sovrapposizione di questi ultimi con vocalizzi death-metal.
“Not Even A Name” (quasi 9 minuti), intrisa dell’urgenza black-metal, è travolgente nel vertiginoso scambio "teatrale" a due voci che compie il climax centrale. “Tall Poppy Syndrome” rompe l’entusiasmo con un lungo intervento parlato ma per fortuna “White” (11 minuti) mette a sistema le tastiere usate in modo creativo, i pellegrinaggi stilistici e gli accostamenti fantasiosi, chiudendo con un lungo intervento di pianoforte, l’ideale firma della band e uno dei pochi punti di riferimento in questa tempesta creativa.

Da questo momento i Leprous cambieranno pelle, iniziando un processo di revisione continua del proprio stile. Se la coppia Aeolia e Tall Poppy Syndrome conserva una sua coerenza, che è poi l’essere instancabilmente alla ricerca di nuove, inaspettate evoluzioni sul canone del prog-metal, il seguito della carriera prosegue lavorando con maggiore eleganza e misura. L’aspetto più spettacolare, persino dark-cabarettistico, scaturito dall’anima schizofrenica dei brani, che traspare dai primi lavori lascia il posto a una visione meno luminosa, che finirà poi per diventare puramente introspettiva, persino intimista e decadente. L’energia dirompente del primo periodo, che dilaga nell’irrequietezza e nella nevrosi creativa, è l’inizio di un percorso che troverà poi sviluppi affini a stati depressivi, dove il dolore domina sull’agitazione.

Bilateral (2011) ha smussato molti degli angoli, aumentando il peso della melodia e preferendo sviluppi meno erratici. Si sono ridotte le avventurose divagazioni jazz, preferendo riferimenti nell’alveo del metal. Se prima si muovevano in uno spettro che univa il metal di scuola classica alla sperimentazione, adesso concentrano l’attenzione sul modello del prog-metal, reinterpretato ora in chiave futuristica (“Bilateral”) ora tesa e nervosa (“Waste Of Air”) ora intimista e operistica (“Restless”). Si raggiunge un vertice formale con “Forced Entry” (10 minuti), la versione matura e ragionata delle incessanti trasformazioni di Tall Poppy Syndrome.
Non mancano però momenti altamente creativi, come “Thorn”, con la tromba ombrosa di Vegard Sandbukt e la spaventosa voce black-metal di Ihsahn. La band inizia anche ad avvicinarsi ai Meshuggah e al loro djent con “Cryptogenic Desires”, che contiene in meno di tre minuti buona parte della loro irruenza e pazzia compositiva: un bignami per chi non digerisce i brani estesi degli album precedenti, qui rievocati anche dalla conclusiva “Painful Detour”.
Solitamente identificato come il loro capolavoro, Bilateral rappresenta un perfezionamento formale dell’esordio, dal quale si distingue per essere più asciutto, essenziale e focalizzato. Il loro album prog-metal in senso più stretto è però anche quello in cui è più facile confonderli con il resto della scena, nonostante il peculiare interesse per i ritmi, la dinamica, le melodie vocali. La tempesta creativa di un tempo è stata irretita, adesso la band è pronta per una nuova fase.

Dal carbone ai diamanti: Coal e The Congregation

Coal
(2013), sulla cui suggestiva copertina compare un teschio ornato di diamanti, continua a sperimentare, più che nel recente passato. Al labirintico collage stilistico di un tempo, però, si sostituisce una meno irruente destabilizzazione dei brani. “Foe”, per esempio, è tutta fatta di pause e silenzi alternati a muri sonori, con un canto limpido, operistico e una lunga coda melodica con sovrapporsi di voci liriche. L'impetuosa “Chronic”, gioiello di imponente prog-metal sinfonico e schizofrenico, e i nove minuti di “The Valley”, distopico djent dal clima futuristico, riescono a sintetizzare la loro ricerca in una musica orecchiabile, epica e creativa allo stesso tempo.
Altri due brani di nove minuti chiudono l'opera: “Echo”, maestosa e ottantiana nella parte centrale, fa rincorrere le chitarre a passo disco per poi far turbinare i ritmi in un climax travolgente che si scioglie in un colossale, epico e trionfale midtempo e lascia la coda agli intrecci vocali; “Contaminate Me” fa molto di più, con uno schiacciasassi death-metal e djent che innesca un vortice vocale e ritmico e infine raddoppia la posta: si ferma, rantola in un doom estremo à-la Khanate, ci unisce dei violini (!) e si chiude in un gorgo di disperazione nerissimo.
Non è il caso di dilungarsi sulla perizia della band, compatta e virtuosistica, ma merita citazione almeno la prova vocale di Einar Solberg, che inizia su Coal una ricerca tutta personale che lo porta lontano non solo dal metal, ma anche dal rock. Gli interventi più gridati e violenti si sono molto ridotti rispetto agli esordi, e questa volta per svolgerli al meglio è fondamentale il contributo di Ihsahn in “Contaminate Me”. Sempre di più Solberg guida con i suoi sinuosi e acrobatici vocalizzi le composizioni, suggerendo sviluppi futuri in cui il suo ruolo diventerà preponderante. Non a caso, è l’ultima volta in un album dei Leprous per il batterista Tobias Ørnes Andersen, poi sostituito dal tentacolare Baard Kolstad, e per il bassista Rein Blomquist, a cui subentra Simen Daniel Børven.

Congregation (2015) non si adagia su quanto ottenuto con Coal, coniando un nuovo prog-metal che scansa i cliché tipici dello stile. Sono lontani gli esordi schizofrenici e imprevedibili, adesso le composizioni hanno una narrazione interna che rende plausibile ogni sconvolgimento d’atmosfera, d’intensità e di velocità. La formazione focalizza la propria attenzione su alcuni punti cardine: il ritmo, che è spesso protagonista con le sue sincopi chirurgiche, la complessità della sua evoluzione, le fratture e le ripartenze; la melodia vocale di un Solberg sempre più eccellente, il quale guida molti brani in avventurosi saliscendi, conferendo orecchiabilità ai brani anche quando si rivelano molto avventurosi; l'amalgama sonoro, che difficilmente fa risaltare uno strumento sugli altri, preferendo un suono d'insieme compatto, esaltato dalla forte dinamica; l'assenza di molti cliché del prog-metal, o quantomeno l'utilizzo parsimonioso di questi, come gli assoli, la spettacolarità dei singoli strumentisti, i finali pirotecnici, le accelerazioni spasmodiche, i climax.
Muovendo da questi fondamentali, la band inanella una serie notevoli di brani che rivaleggiano non solo con quanto di meglio pubblicato nella loro carriera, ma con quanto di meglio altri metallari propongono nel decennio. Se “The Price” è in linea con quanto ascoltato su Coal, “Third Law” è clamorosa: un'apertura da infarto con tutti gli strumenti all'unisono a seguire un ritmo fratturato, un canto che si arrampica sulle ottave con fare operistico, devastanti attacchi ritmici, un midtempo epico, una pausa di tensione vagamente jazz, un’astratta e cacofonica coda. “Rewind” (7 minuti) apre con dissonanze e prosegue con un tam-tam ansiogeno, innestando le dolci melodie vocali su una musica inquieta, che solo dopo tre minuti abbondanti trova un equilibrio più stabile, velocemente mutato in un crescendo intarsiato di barocchismi chitarristici, giungendo al quinto minuto in un'attesa esplosione che inventa un black-metal sinfonico, urlato con insopprimibile angoscia da Solberg, fondendo violenza e precisione chirurgica in un mostro sonoro di grandiosa intensità.
“The Flood” (8 minuti) apre con un ossessivo pulsare, proponendo un’inquieta trasfigurazione della ballata metal, iniettata poi di djent nonostante le distese e le drammatiche linee vocali. Lo sviluppo è un lavoro certosino di contrasti, su tutti quello del quinto minuto fra l'armonia operistica e l'ossessivo, angosciante macinare meccanico. Al sesto minuto un'epica da metal ottantiano, rivista in chiave djent, sostiene un crescendo melodrammatico: un cortocircuito post-moderno che farà saltare dalla sedia gli appassionati.
Due brani più brevi occupano il centro dell'opera. Prima, la spoglia maestosità di “Triumphant”, che suona come una versione scheletrica dei risaputi e pomposi eccessi metal e che coraggiosamente rinuncia a ritmi veloci, arrangiamenti stratificati e altri stereotipi, trovando forza nella ripetizione ciclica; dopo, l'aggressività spigolosa di “Within My Fence”, ritmicamente una spaventosa, assurda fusione fra Shellac, virtuosismi e canto operistico. Pur essendo brani brevi, sono fra le composizioni pià sfacciatamente stravaganti del metal contemporaneo.
“Red” usa le geometrie ritmiche dei Meshuggah per declinare un brano melodico, inquieto e melodrammatico, reso malinconico da un substrato atmosferico: un esercizio ritmico e melodico che trova la sua creatività nel modo in cui il canto operistico si fonde con il muscolare interagire di chitarre e sezione ritmica, mentre i synth disegnano desolanti paesaggi in sottofondo. “Slave” ricorda una ballatona da manuale, ma è solo apparenza: confina con l’incedere colloidale del doom, sfrutta ritmi complessi, si lancia in un assalto black-death assassino dove troneggia il ruggito mostruoso di Solberg, prima di chiudere in sbuffi sinfonici. In casi come questi riescono  a sconvolgere i modelli metal per rivederli sotto una luce nuova e creativa. “Moon” (7 minuti), angosciante nel suo equilibrio instabile, apre ancora una volta con un canto melodico sovrapposto a un amalgama sonoro inquieto, completato da folate sinfoniche. Il primo minuto e mezzo vive di anime sonore che si incontrano solo nel ritornello. La coda è un puzzle di ritmi, stravaganze timbriche, musica sinfonica e cavalcata metallica. “Down” ha una partenza bruciante, tutta stop’n’go, quindi si distende nelle lunghe melodie vocali, si ricongiunge al metal estremo nella parentesi strumentale e chiude con complesse figure tribali.
In chiusura una vera ballata arriva, “Lower”, ed è l’occasione per la standing ovation a Solberg.

Opera creativa e complessa, seppure raramente ostica, Congregation è un raro esempio di prog-metal emancipato dai classici. Certo, la prova di Einar Solberg alla voce è un tour de force a cui pochi potrebbero sottoporsi nella scena contemporanea, e merita attenzione la capacità degli strumentisti di interagire in partiture a tratti estremamente complesse. Tuttavia, quel che fa la differenza è la reinvenzione di alcuni elementi fondamentali: i modelli del brano epico e della ballata emotiva; una nuova interazione fra ritmo e melodia e fra synth, orchestrazioni e power-trio; l’ampio uso della dinamica, attraverso ritmi stoppati, poliritmi e arrangiamenti mutevoli.
Congregation prende ispirazione da molti, ma rielabora questi elementi con fantasia, audacia e grande creatività compositiva.

Il protagonismo di Einar Solber e nuove traiettorie: Malina e Pitfalls

Per il quinto album Malina (2017), senza neanche lo storico chitarrista Øystein Landsverk, la formazione inizia ad allontanarsi proprio dal mondo metal. Aggiunto Raphael Weinroth-Browne, al violoncello, e subentrato Robin Ognedal, c’è tutto lo spazio per Solberg e Suhrke, ormai unici membri storici rimasti, per avvicinare la melodia in modo spregiudicato su “From The Flame”, opportunamente scelta come singolo di lancio. Solberg ha tutto lo spazio per esplorare i suoi stati depressivi sulla drammatica “Bonneville”, con un arrangiamento che usa gli strumenti come contrappunto espressionista, nella tragica “The Weight Of Disaster” o nell’ariosa “Illuminate”; è anche il protagonista di “Malina”, brano in cui il resto della band arretra fino quasi a scomparire, salvo sospingere il drammatico climax centrale e finale.
A tratti sono ancora i Leprous dei due album precedenti, come in “Stuck”, “Leashes”, nell’intarsio ritmico di “Captive” e nella tumultuosa “Mirage”; almeno “Coma” ripete quel connubio di complessità e immediatezza di The Congregation, basti l’intreccio fra il macinare della chitarra e la doppia-cassa terremotante che si sviluppa sopra l’aria operistica che Solberg intona disperato. Da segnalare il più marcato impatto delle tastiere, sempre a cura di Solberg, che conferiscono un tono fantascientifico e ottantiano a molti brani.
Non contento del suo ruolo da ormai conclamato protagonista, il cantante consegna il suo sostanziale esordio solista con “The Last Milestone”, una solenne trenodia per archi e voce in cui il resto della formazione latita. A posteriori, è facile vedere in quest’ultimo brano e in Malina in generale un lavoro transitorio, che esprime soprattutto la necessità di un più ampio controllo creativo da parte di Solberg, corrisposto da un sempre minore impatto di Suhrke, lo storico compositore della band e l’ideale contrappeso dei primi album.

Per il sesto capitolo, Pitfalls (2019), al violoncellista si aggiungono i violini e persino un coro. Ormai le composizioni sono scritte principalmente da Einar Solberg, il quale ha trascorso 80 giorni in studio di registrazione per consegnare un’opera altamente personale, nei cui testi c’è il precipitato di un anno e mezzo di depressione e ansia patologica. L’allontanamento dal metal è evidente, spesso anche quello dal rock. I riferimenti sono, nei casi migliori, la più desolante classica contemporanea e all’art-rock. Quando funziona peggio, la band tenta strade che collimano con il danzereccio ottantiano. L’impressione dominante è quella che si tratti dell’album solista di Solberg, tanto è succedaneo il ruolo degli altri musicisti. Difficile riconoscere, anche per sommi capi, l’imprinting ritmico, armonico o compositivo della formazione in questi lunghi brani.
Il punto di partenza sono le ballate dolenti di The Congregation, qui riproposte in chiave sinfonica con “Below” e “At The Bottom”, ma anche sfruttando improbabili spunti gospel su “Observe The Train”. Quando pure la band ritrova un po’ più di ritmo, scivola verso ballabili come “I Lose Hope”, electro-pop-funk e violini, o “By My Throne”, dove si respira un’atmosfera disco e gotica, che sembrano provenire da una formazione totalmente nuova. Per ascoltare i Leprous ci viene concessa solo “Foreigner”: il prezzo della ricerca continua, si dirà, ma anche una delusione per chi aspettava il vero seguito di Malina. Certo, in un album disomogeneo e in forte discontinuità con il passato come questo si trovano anche due momenti di sicuro interesse: il rock sinfonico di “Alleviate” fa sperare in un futuro art-rock per Solberg, da cantautore di mezza età innamorato di Brian Eno e David Byrne; “Distant Bells” sfrutta invece il resto della formazione, archi compresi, per sospingere il crescendo vocale entusiasmante di Solberg, all’apice della sua forma.
Merita un paragrafo a parte la conclusiva, estesa “The Sky Is Red” (11 minuti e mezzo), l’unica composizione che mostra compiutamente la soluzione al dilemma della band. Non è l’evoluzione, la progressione, a preoccupare, e tantomeno l’uscita dai canoni del metal o del rock, ma l’impressione che troppo spesso questa fuga dai territori conosciuti porti la formazione, al traino del comandante solitario Solberg, ad azzardare strade sconnesse fatte di stili inadatti a esprimere le doti degli ottimi Baard Kolstad, uno dei più talentuosi metal-drummer del mondo qui ridotto a comprimario, o Tor Oddmund Suhrke, che infatti infila nel lungo brano finale un assolo da antologia.
In “The Sky Is Red”, una composizione che poco ha da spartire col prog-metal comunemente inteso, si riesce a mettere a sistema elementi vecchi e nuovi, concedendo a tutti i fuoriclasse lo spazio necessario e permettendo anche ai nuovi arrangiamenti orchestrali di farsi valere. La coda, una tormentata costruzione djent che procede a tentoni, poi completata da un coro funebre, è la dimostrazione che la band è ancora la strana bestia di un tempo. Da questo, quindi, dovrebbe ripartire, trovando la forza di immaginare un futuro. Noi rimaniamo pronti a farci spiazzare, stupire, stregare ancora una volta.



Leprous

I papaveri alti del progressive

di Antonio Silvestri

Dalla piccola cittadina di Notodden, in Norvegia, arriva una curiosa band che ha ampliato i confini del progressive-metal dall'interno, nel corso di sei album diversi e creativi. Dallo schizofrenico sound degli esordi fino alle tendenze operistiche e orchestrali di fine ventennio, ripercorriamo la storia dei Leprous
Leprous
Discografia
Tall Poppy Syndrome (Sensory Records, 2009) 
 Bilateral (Inside Out Music, 2011) 
 Coal (Inside Out Music, 2013) 
The Congregation (Inside Out Music, 2015) 
 Malina (Inside Out Music, 2017) 
 Pitfalls (Inside Out Music, 2019) 
pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

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Pitfalls

(2019 - Inside Out Music)
Sesto album per la band norvegese, segnato dal controllo creativo di Einar Solberg

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