Opeth

Pale Communion

2014 (Roadrunner) | neo-prog, prog-rock

“Pale Communion” è un bel tranello. Mettiamola così. Un tranello complesso da evitare e scardinare per chiunque ami il prog, e per chiunque ami gli Opeth. Figuriamoci per chi ama entrambi. La verità da mettere in chiaro prima di trattare del disco in sé è che chiunque accusi Mikael Åkerfeldt e compagni di aver ballato troppo a lungo sui successi dei tre capolavori partoriti in vent'anni scarsi di carriera, degli Opeth ci ha capito davvero poco. E però dall'altra parte è anche vero che il loro percorso ha indubbiamente un tracciato di quel tipo: tre picchi impressionanti preceduti e seguiti da ricadute in un'ordinarietà di lusso, ma comunque tale.
Per lo meno, è così da quanto la più alta delle suddette vette è stata raggiunta, al centro esatto della loro timeline, con quel "Blackwater Park" che resta a tutt'oggi probabilmente la più impressionante esperienza di condensazione tra il metal estremo e il prog moderno. Il punto focale di un'eclissi progressiva che ha poi proseguito sulla sua strada (dal metal al prog, e mai viceversa) seminando un'altra opera seminale del rock contemporaneo (“Ghost Reveries”, anno 2005, sintetizzabile con “il prog per gli spettri”, o “gli spettri del prog”, due facce di un'unica medaglia) e una manciata di dischi buoni sì, ma certo lontani anni luce da quei livelli.

Con il binomio formato dal buon “Watershed” e dal deludente “Heritage”, peraltro, l'eclissi di cui sopra pareva essersi fermata. Con “Pale Communion” il processo non solo riprende, ma in un sol colpo si conclude: non una scheggia che ricordi il passato metal, non un riff di basso che sfiori in cattiveria anche solo gli ultimi Porcupine Tree, non una chitarra distorta che arrivi a impensierire il muro delle tastiere sparate al fulmicotone. In compenso, l'iniziale saliscendi di “Eternal Rains Will Come” è un commovente inchino alla coralità degli Yes che prima scuote, poi strappa la lacrima grazie a una serie di trovate melodiche splendide. Ed eccolo, il tranello che scatta all'istante.
Quale tranello, ci si starà continuando a chiedere? Il tranello della nostalgia, molto semplicemente. Perché c'è poco da fare: un amante del prog non potrà non impazzire per l'epica sparata crimsoniana di “Cups Of Eternity”, o per il docile affresco jazzato di “Goblin”, o ancora per la maestosa sinfonia di “Voice Of Treason”. Impazzirà così tanto da dimenticarsi di stare ascoltando un disco di una band la cui opera di rivitalizzazione del progressive è passata anche (e soprattutto) per una capacità espressiva a dir poco straordinaria. Che qui, fra un guizzo e una frase ipertrofica, un cambio di tempo dispari e l'altro, uno scatto di basso à-la Squire e un'assolo alla Hackett, si perde.

La penna di Åkerfeldt, insomma, sembra godere di una salute inversamente proporzionale alle capacità tecniche della band, che qui raggiungono invece senza alcun dubbio il loro apogeo, come dimostrato nei dieci inebrianti minuti del kolossal “Moon Above, Sun Below”, tanto fenomenale nell'ubriacare di numeri da capogiro quanto incapace di trasmettere il minimo sentimento. Si tratta del paradigma dell'intero disco, tutto giocato sull'imitazione calligrafica del modello prog nelle sue componenti più barocche, quasi come se la chiusura del lungo processo di transizione di cui sopra dovesse avere a tutti i costi un capitolo finale con fiocchi e controfiocchi.

Non mancano ovviamente una manciata di eccezioni, da identificarsi nei momenti più sobri: la dolce e tenue “Elysian Woes”, guidata dagli splendidi gorgheggi della chitarra, la chiusura romantica di “Faith In Others”, e la meraviglia cristallina di “River”, forse l'unico momento dove tecnica e penna viaggiano all'unisono (e i risultati sono, manco a dirlo, sbalorditivi). Esempi che uniti all'insaziabile ambizione, rassicurano sulla prosecuzione del cammino di una band che, non appagata dall'aver scritto pagine di storia del rock e del prog contemporaneo, punta ora all'olimpo occupato dai reduci del verbo storico. Ma che per riuscire a mandare indietro il tempo ha ancora molto da perfezionare.

(04/10/2014)

  • Tracklist
  1. Eternal Rains Will Come
  2. Cups Of Eternity
  3. Moon Above, Sun Below
  4. Elysian Woes
  5. Goblin
  6. River
  7. Voice Of Treason
  8. Faith In Others
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