Si dice che un tempo la terra fosse abitata da dinosauri, e che questi, per cause fin troppo dibattute, finirono per estinguersi completamente. C’è chi oggi questa metafora ama applicarla a quel movimento rock, caratterizzante la decade seventies, noto ai più sotto la definizione di progressive: in tal ambito, dinosauri sono considerati tutti quegli esponenti che, dopo aver dato vita a esperienze lungimiranti e fantastiche, si sono spenti in un sol colpo, chi voltando completamene pagina (Van Der Graaf Generator, Jethro Tull e King Crimson), chi scomparendo nel nulla (Emerson, Lake & Palmer), chi votandosi a un pop di discreto (Yes) o pessimo (Genesis) livello, raggiungendo peraltro un successo planetario. Qualcuno (Marillion, Pendragon) tentò disperatamente di riabbracciare, nel mezzo della new wave e dell’era disco, i fasti del progressive, con risultati anche eccellenti, ma senza mai riuscire a ridar vita a quel che fu forse il più esiliato e concentrato movimento della storia del rock. L’egemonia progressiva iniziò con “In The Court Of The Crimson King” e finì, idealmente, con la morte creativa dei Genesis nel loro canto del cigno “Wind & Wuthering”. Ovvero, l’ultimo album di Steve Hackett con la band.
Già, Hackett. Quel timido ragazzo nascosto sotto pesanti occhiali da vista e folti baffi, rivalutato oggi come uno dei migliori chitarristi della storia del rock ma ai tempi mai considerato all’altezza dei nomi più osannati (Robert Fripp, Steve Howe, lo stesso Anthony Phillips). Quello stesso che, svestiti i panni del lirista di “Firth Of Fifth”, ha dato vita a una carriera solista di livello eccelso, con alcuni veri e propri capolavori, pochi e rari passi falsi e l’obiettivo, centrato in pieno, di proporre una visione contaminata e personale del progressive.
Dopo una lieve crisi durante gli 80 e i primi 90, limitata mediante ambiziosi lavori per chitarra classica, Hackett ha ripreso in mano le redini della sua carriera e partorito alcuni dei capitoli più ricchi e profondi del prog odierno, non ultimo dei quali il multiforme “Beyond The Shrouded Horizon” risalente all’anno scorso, mantenendo un perenne equilibrio tra radici, personalità e influenze. Il tutto affiancato da performance live genuine e tecnicamente stratosferiche, dove il nostro come se fosse fornito di una macchina del tempo, pare riportare gli ascoltatori direttamente agli anni 70. Fra i cosiddetti dinosauri, Hackett è forse l’unico, ultimo esemplare che possiamo ammirare ancora nella sua forma originaria.
“A Life Within A Day” è prima di tutto il nuovo album di Steve Hackett. Che qui però stringe un sodalizio con un altro dinosauro, Chris Squire, ovvero il basso degli Yes, forse i più grandi rivali dei Genesis all’epoca. Squire, uno dei bassisti più talentuosi dell’intero scenario 70, lo scheletro impiantato nelle fondamenta delle mutevoli sinfonie corali di Anderson & soci. Squire, unico membro a non aver mai abbandonato la mutevole formazione della band. Ma anche il “meno compositore” del quartetto, con all’attivo peraltro un unico lavoro da solista, l’ottimo “Fish Out Of Water”, risalente al 1975 e scritto durante una pausa dell’attività del gruppo. Dati i trascorsi, è quindi doveroso attribuire le redini di questo progetto (Squackett, ben poco originale nome proveniente dalla fusione dei due cognomi) principalmente a Hackett: e sono infatti i canoni ormai fissi delle sue recenti produzioni a ricomparire prevalentemente in questo nuovo lavoro. Canoni, nei suoi ultimi lavori, sempre aggiornati, al passo coi tempi e ben di rado nostalgici, mai scontati né statici. Già, ma non qui.
Dopo un poker di grandissimi album (il già citato “Behind The Shrouded Horizon”, il puro prog di “Out Of The Tunnel’s Mouth”, il quasi world “Wild Orchids” e il juke-box “To Watch The Storms”), l’apparente indistruttibile macchina compositiva di Steve sembra essersi dissolta nel nulla. “A Life Within A Day” suona statico, privo di idee e, soprattutto, vecchio. Non c’è spunto che si distingua, la nostalgia si concretizza in vuoto creativo, rischiando spesso di scadere persino nel ridicolo. E pensare che l’introduzione, affidata alla title track, pareva promettere fin troppo bene: la classica cavalcata in marcia di Steve, qui oppressiva e quasi dark, scandita da uno Squire scatenato e dai soliti, (quelli sempre cristallini) assoli del chitarrista.
Già a partire dalla blueseggiante “Tall Ships”, però, introdotta dagli ormai abituali arpeggi acustici, la confusione inizia a regnare sovrana: il genere non è nelle corde di Hackett, che proprio in queste sue incursioni (si ricorda il pessimo “Blues With A Feeling”) ha sempre centrato i suoi risultati peggiori. La solare “Divided Self” vorrebbe essere un’interpretazione variopinta del pop più british, ed è invece una sciupata canzonetta incapace di lasciare qualsiasi segno. “Aliens” riporta a un livello accettabile per l’ultima volta, in una nostalgia moderna degna del Wilson di “Grace For Drowning“, prima che il disco crolli nel baratro nei restanti cinque brani. “Sea Of Smiles” pare preso dai peggiori momenti del prog-pop di inizio 80, “The Summer Backwards” è la pop song acustica che Hackett ci offre ormai costantemente in tutti i suoi album, con la sola differenza della pessima interpretazione di uno Squire circondato da vocoder, tanto da far sembrare la sua voce parto di un software. “Storm Chaser” tocca il fondo, tentando di levigare una patinata e snervante melodia per mezzo di un accompagnamento strumentale che fa della banalità un credo. “Can’t Stop The Rain”, di nuovo con la pessima e arrancante voce di Squire, sembra un prodotto del peggior Phil Collins solista, mentre l’unico pregio del finale finto-epico di “Perfect Love Song” (unico duetto vocale fra i due) è quello di suonare più inutile che brutto.
Sarebbe quantomai prematuro pensare di doversi preparare al funerale creativo dell’ultimo dinosauro, che per giunta è sembrato fino all’anno scorso non mostrare alcun segno dei suoi ormai quasi sessantacinque anni, vigoroso e pieno d’idee più di molti suoi contemporanei discepoli del suo stile. Ma altrettanto realista è considerare questo lavoro un inaspettato ed enorme passo falso, che induce a porsi più d’una domanda sulla necessità di realizzarlo. La speranza è che si sia trattato di una parentesi provvisoria, e che Steve torni presto a proporci capitoli memorabili come quelli che l’hanno preceduta. Su Squire non troppo da dire: il suo basso resta sempre oro, così come la chitarra di Hackett; la sua voce, al contrario, è fra gli elementi protagonisti dell’insuccesso del progetto. Poche, invece, le responsabilità da attribuirgli in fase di composizione. Quel che ci viene in mano è, alla fine, un album vuoto, asettico e, soprattutto, vecchio dentro: un album di cui avremmo fatto volentieri a meno, preferendo semmai un concerto in più, fosse di Hackett e della sua talentuosa band o degli Yes di recente tornati a offirci nostalgici stralci del fu progressive.
10/06/2012