Di questi tempi partecipare al grande bazar del psych-folk in salsa lo-fi sembra esser diventata cosa assai semplice. Mettici un po’ di chitarre fuzzate a bassissima fedeltà, immergi il tutto in distorsioni e riverberi acidissimi, ricama con voci stuprate e deformate nella forma e nella sostanza, aggiungici magari qualche loop e una drum machine fracassata... et voilà! Venghino siori e siore, benvenuti al terzo disco dei Burnt Ones, il quartetto di San Francisco che con questo “Gift” riprende (si fa per dire) il controllo dello sgangherato furgoncino hippie alla volta di abbaglianti e irraggiungibili orizzonti lisergici.
Il risultato è uno sghembo e scazzato revival-folk sulla scia di eroi contemporanei come Sic Alps e White Fence, costruito su fondamenta garagiste che strizzano l’occhio a Thee Oh Sees e Ty Segall, tanto perfetto nella forma quanto poco concreto nella sostanza delle sue canzoni. Quattordici gocce di Lsd sparse su un disco che a tratti affascina ma non riesce a fare completamente breccia nei nostri cervelli, sia quando viene sorretto da drogate allucinazioni (“Submarine”, “Pineapple Program No.31”) o coperto da fitte coltri di nebbia psichedelica (“Airplane Ride”, “Sleeping Inn”), sia quando introduce sperimentazioni e divagazioni luccicanti in odore Deerhunter e Velvet Underground (“Mirror Too/You & Me”) sfoderando persino una tastierina Casio degli anni 80 (“Money Man”, “New Heros of Subscription Services”).
Il risultato è continuamente in bilico fra melodia e sporcizia, pop-folk e garage-noise, finendo troppo spesso nel guado del “già sentito”. “Gift” si rivela così un album onesto e piacevole che però pecca di concretezza, promettendo quel pezzo capolavoro che purtroppo non arriva mai.
Lungi dal voler accendere dispute sul fatto che questa formula stia diventando ormai ridondante e fin troppo abusata, personalmente faccio fatica a scorgere nei Burnt Ones quel fulgido e cristallino talento che una band del genere dovrebbe fare intravedere fra le nuvole compatte del lo-fi. Se non proprio per abbagliarci completamente, almeno per evitare di risolvere tutto in un mero esercizio stilistico e per metterci nelle condizioni di ritornare a trovarli almeno una volta. Bene, ma non benissimo.