White Fence

Cyclops Reap

2013 (Castle Face) | psych-folk, lo-fi

A poco più di un anno dalla collaborazione che poteva stravolgerne le sorti, la parabola artistica di Tim Presley procede come se nulla di eclatante fosse mai accaduto. Sotto il moniker White Fence, l’alfiere losangelino del sixties-revival in bassissima fedeltà continua a sfornare dischi alla vecchia maniera – esattamente come Ty Segall da parte sua, peraltro – lasciando che l’estemporaneo successo di “Hair” sbiadisca come un sogno che forse non si è mai fatto.

Ty continua a calamitare su di sé una bella fetta delle attenzioni riservate alla nuova scena garage californiana, mentre Tim è tornato alla modesta visibilità del suo operoso apostolato, anche se questo non sembra rappresentare certo un problema per lui. “Cyclops Reap”, quinto capitolo del suo romanzo solista, non tradisce le linee guida di un cantautorato off apparentemente neghittoso, incespicante, impreziosito appena dagli evanescenti ricami della sua elettrica-ectoplasma in un quadro sonoro di rilassato disordine.

Nel bivacco flemmatico che costituisce la sua ideale cornice espressiva, Presley insiste a proporre senza grandi smanie ma con indubbia sincerità le proprie riletture di una mitologia anni 60 rigorosamente virata al rancido, e in tal senso riattualizzata. Le linee melodiche rubate ad ampio raggio ai più svariati modelli di riferimento sono sottoposte anche in queste nuove canzoni ad ogni sorta di angheria sul piano formale: sgraziate, manipolate, tormentate e trasfigurate, perché l’arte di White Fence non è altro che una personale storpiatura, operata per diletto, di stilemi musicali logori ma sempre amatissimi, anche per lo sterminato patrimonio di suggestioni culturali e simboliche che inevitabilmente si portano dietro. Emblematico il caso di “Pink Gorilla”, l’episodio in cui le citazioni sono più smaccate e nel contempo brutalizzate, tra registrazioni pidocchiose, sadici sfarfallamenti e pedaliere ridotte allo stremo delle forze, senza estinguere peraltro il pungente aroma west-coast di fondo.

Scalcagnate come gli analoghi esperimenti dell’attuale padrone di casa, John Dwyer, nel pur anomalo “Castlemania” (“Trouble Is Trouble Never Seen”), purissime grazie a quella loro ineccepibile grana vintage degna di un Jacco Gardner (“Make Them Dinner at Our Shoes”, ovvero Dylan riletto in chiave floreale), acide e sottilmente psichedeliche con un gorgogliare asprigno di voci e chitarre al cristallo filtrate da uno schermo deformante (“Live On Genevieve”) oppure ricavate dal calco dei modelli folk dell’eldorado Greenwich Village (“Only Man Alive”): le esplorazioni di Tim Presley conservano la consistenza degli schizzi senza pretese infestati da chiassosi diversivi jangle e gracchianti evocazioni.

White Fence giostra senza malizie (magari – come in “White Cat” – tra il Beck sghembo di “One Foot in the Grave” e i Beatles allucinati del “Magical Mystery Tour”) con il suo bel tono da battaglia e l’inclinazione di sempre ad una beata inconcludenza. Come nelle giocolerie di certi fanatici del pop hypnagogico, tutto è accatastato senza una logica apparente o coordinate certe: trastullamento anche curioso e divertente ma, nell’insieme, troppo sfilacciato e fine a se stesso. Il disco è breve ma si arriva in fondo un po’ frastornati dallo straniante retrogusto dell’operazione, dal candore guasto di queste ricognizioni volutamente fuori tempo massimo.
A giochi fatti si sarà registrato un solo passaggio, la trottante “New Edinburgh”, in cui l’odore di muffa e fuzz bruciati à-la Ty Segall riesce ad avere il sopravvento.

E’ trascorso un anno appena e la magia di “Hair” sembra solo il frutto della nostra capricciosa immaginazione.

(23/08/2013)

  • Tracklist
  1. Chairs in the Dark
  2. Beat
  3. Pink Gorilla
  4. Trouble is Trouble Never Seen
  5. Live on Genevieve
  6. To The Boy I Jumped in the Hemlock Alley
  7. New Edinburgh
  8. Make Them Dinner at Our Shoes
  9. White Cat
  10. Only Man Alive
  11. Run By the Same
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