C’era da aspettarselo, prima o poi sarebbe successo, che una tra le voci più intriganti e suadenti di tutto il Giappone finisse imbrigliata nelle dolci maglie della musica jazz, ne scoprisse tutto il trasporto e il calore. I segnali lanciati nell’ultimo biennio erano stati chiari, alla fin fine: affidatasi alle amorevoli cure della Cutting Edge, sublabel di una avex trax finalmente in via di rinnovamento (del proprio roster e non soltanto), Miwa Sasagawa, alla ricerca di nuovi territori nei quali insediarsi e alimentare la propria ispirazione, ha concepito tra il 2012 e il 2013 due preziosi Ep (specialmente il secondo tra i due, “Machi No Akari”) in cui a fuoriuscire era il lato più candido e soave della sua anima, un romanticismo vibrante pur in tutta la sua intima arrendevolezza, dalle forti venature soul.
L’approdo in terra jazz costituiva quindi la più naturale delle evoluzioni, la strada da battere, in un percorso espressivo dall’evoluzione continua, ma profondamente coerente nelle proprie scelte. “Soshite Taiyou No Hikari Wo” (rendibile in italiano con un “E poi la luce del sole”), settimo album in carriera, si erge a manifesto di questo nuovo corso artistico: con la solita, sinuosa classe interpretativa, e un corredo strumentale disinvolto per quanto ridotto negli elementi, l’autrice coglie lo spirito della propria arte con una purezza d’intenti esemplare, ne sottolinea tutte le potenzialità attraverso il suo fascino modesto ma estremamente suggestivo. Tanto basta, per cinquanta minuti dalle notevoli vibrazioni.
Totalmente acustico nell’impianto, ma con un afflato quasi cameristico nell’esecuzione, il disco, appena costellato da tiepide nuance popular, poggia su una scrittura fieramente dimentica dei canoni della forma-canzone più o meno tradizionale, ma tutt’altro che sfilacciata o mal costruita. Qua e là, nell’intimità soffusa del canto della Sasagawa (ancor più abile nel conferire grande ricchezza di sfumature senza particolare sfoggio d’ugola) trapelano infatti sottili leit-motiv strutturali, a smentire una presunta deriva verso velleitarie appendici impro (dolcissimo il ritornello di “Haru No Yume”, dalle parti di un jazz-folk di rara finezza). Attenzione però a ritenerli elemento di spicco: si rivelano in realtà più che altro escamotage, concessioni ad un disegno unitario che non contempla una grossa molteplicità nelle variabili.
Con il pianoforte indiscusso supporto alla cantautrice, e con la fondamentale sinergia delle rade scansioni di batteria a tessere l’intelaiatura di base, il lavoro sfrutta le particolari modulazioni canore della giapponese per un’inconsueta forma di jazz vocale, nella quale l’estrazione cantautorale/folk della musicista mitiga, ridefinisce le caratteristiche proprie del settore, senza mai snaturarlo. Gustosi contributi di chitarra acustica (il più diretto collegamento al passato dell’artista), minute aperture d’archi e striature di basso a contorno, spesso ridotte a fuggevoli impressioni, completano una palette sonora blandamente mutevole, in parte prona a sconfessare la fortissima coesione dell’amalgama. Le effusioni quasi in area sophisti di “Renge No Hana”, le vertigini vocali della conclusiva “Kokoro Shidai”, lo stacco appena più brioso di acustica con cui prende l’avvio “Toga” potrebbero riuscire a spiccare dal contesto, ma nel rilassato fluire dell’opera, il loro significato acquisisce importanza notevolmente accresciuta.
E pace se forse si pecca di eccessiva omogeneità: l’esperienza vale nettamente il prezzo del biglietto.
11/02/2014