Yo` True - Wild Rice

2013 (Rogues)
art-soul, pop-soul
Dietro lo psuedonimo Yo'True (curiosa abbreviazione per “Yeovil True”, l'inno della squadra di calcio dell'omonima città, patria di un tale John Parish) si nasconde la figura schiva e sopra le righe di Benjamin J. Wood, qui alla sua prima avventura solista. Due-tre notizie sul suo conto sono assolutamente indispensabili per comprenderne la particolare attitudine alla musica: artista a tutto tondo (si cimenta con ottimi risultati anche nel disegno, risultati ben apprezzabili anche nella  curiosa copertina del disco) con trascorsi in misconosciute band londinesi, improvvisato tour-manager e ingegnere del suono, a zonzo per l'Europa al seguito di Darwin Deez, (non)-musicista all'arrembaggio, il giovane inglese individua nell'eclettismo e nella molteplicità di interessi la fonte della propria ispirazione artistica.
Un unicum di esperienze che si riversa senza barriere nei rapidi schizzi di “Wild Rice”, tra i più interessanti dischi di area soul ad essere usciti di recente dalla perfida Albione. Chiariamo sin da subito che non si tratta, a parere di chi scrive, del capolavoro di cui si è letto da altre parti, ma per un'area così densamente popolata in tempi recenti, c'è davvero di che complimentarsi, per la notevole ambizione, ma soprattutto per la versatilità delle influenze e degli stimoli che si palesano volta volta.

Totalmente ignaro di teoria e pratica musicale, ma con una creatività che altri pop-writer forse invidierebbero, Wood costruisce le sue canzoni dapprima su semplici attacchi melodici, e successivamente corredandole del loro sfavillante vestito sonoro, sono un crogiolo ribollente in cui  galleggiano sospese tutte le sue passioni. Il raffinatissimo blue-eyed-soul di Hall & Oates (evidente soprattutto nella morbida resa dei brani più lenti, “Achiever” in primis), l'r&b di fine millennio, il pop obliquo del decennio Zero, e altro ancora: tante le possibili chiavi di lettura per tentare di decifrare il contenuto del disco, nessuna che funzioni davvero, per un'idea di soul, eclettico e moderno, che esula da ogni catalogazione.

Eclettismo finalmente al servizio delle canzoni, e non il contrario: per quanto Laura Mvula se ne sia uscita quest'anno con un debutto complessivamente più convincente, il signorino è padrone di un vocabolario melodico interessante e fuori dagli schemi, con il quale plasma brani sì dal tocco arty, ma tutt'altro che astrusi. Refrain come quelli di “The Wildlife” (intrigante l'accompagnamento di synth) o “The Dough”, il singolo di lancio, difficilmente rischiano di cadere nell'anonimato, mentre “108”, arrembante motivetto uptempo, azzarda pure una vischiosa commistione tra surf Sixties e pop da classifica anni 80. Il tutto, senza che la soulfulness venga mai meno, che si scada nella patina fine a se stessa: il tono caldo e vibrante della voce di Benjamin scongiura l'ipotesi proponendosi in otto interpretazioni che spaziano dal croonerismo Seventies di “Time Trials” alle vispe scorribande pop della title track o della già citata “The Dough”.

Insomma, davvero niente male l'esordio di questo eccentrico "cantautore". Eppure, è forte il presentimento che questo sia solo il trampolino di lancio per farsi conoscere, e che quanto di meglio si cela in lui debba ancora essere scritto.

Tracklist

  1. The Wildlife
  2. The Dough
  3. Time Trials
  4. Bedford
  5. Achiever
  6. Wild Rice
  7. 108
  8. Pilot Light

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