C’è una similitudine alquanto stravagante tra i
Velvet Underground e i
Jesus & Mary Chain, autori di due esordi seminali e ancor oggi oggetto di culto, i due gruppi hanno visto saccheggiare in modo continuo non tanto le rivoluzionarie intuizioni primarie quanto quelle di alcuni loro progetti successivi. Questo avviene soprattutto tra le garage-band americane tanto devote al terzo capitolo dei Velvet Underground quanto al “Darklands” del gruppo inglese.
In questo immenso panorama della musica americana e delle college radio, emergono con vigore e personalità i Crystal Stilts, i quali non nascondono una devozione anche per
Doors e
Stooges.
La maturità raggiunta con il secondo album “
In Love With Oblivion”, ha permesso alla band di evolversi rinunciando in parte al fascino del reverbero e del
jangle-pop, le nuance psichedeliche che Frankie Rose aveva in parte portato via dopo l’esordio, sono ora di nuovo protagoniste del flusso armonico delle dieci canzoni di “Nature Noir”.
Il susseguirsi di citazioni e suggestioni
sixties (dai
Byrds a
Syd Barrett) e
new wave (
Joy Division, Television) è sempre ammaliante e ipnotico, la voce baritonale di Brad Hargett regge una intensità emotiva a tratti criptica e disillusa.
”Nature Noir” offre più di una novità con una maggiore attenzione al dettaglio e un uso più rilevante di chitarra acustica e violini che non alterano il tono indolente e notturno della loro musica. I testi plumbei che raccontano dei difficili rapporti tra uomo e natura sono il fulcro essenziale del terzo album dei Crystal Stilts.
E’ la notevole qualità delle canzoni quella che rende l’ascolto di “Nature Noir” eccitante e gradevole, anche se incomincia a intravedersi una mancanza di progettualità dell’insieme che a tratti smorza gli entusiasmi, ma è solo un piccolo neo in un album ricco di ottime canzoni. Le vibrazioni psichedeliche sono sempre figlie dei Doors, ed è un piacevole
deja-vu riassaporare le scorribande sonore alla Ray Manzarek in “Darken The Door” (che titolo!), o il raffinato incrocio di chitarre nella sregolata “Future Folklore”.
Il misticismo tribale di “Spirit In Front Of Me”, la psichedelia giocosa in chiave pop-rock di “Star Crawl” e la malinconia ancestrale di “Memory Room” (con un delizioso arrangiamento d’archi) sono un
parterre sufficiente per archiviare “Nature Noir” come un disco interessante e riuscito, ora restiamo in attesa di quel fuoco sacro che possa veicolare tutto il potenziale del gruppo verso il loro atteso capolavoro.