Jesus And Mary Chain

Jesus And Mary Chain

Il dolce frastuono

La band dei fratelli Reid ha aperto la strada al movimento degli "shoegazer", che predilige ambientazioni oscure, tenui melodie e densi strati di feedback. Ecco la storia del duo scozzese che ha aggiornato la lezione dei Velvet Underground al tempo del dark-punk

di Claudio Fabretti

In bilico tra pop e punk, ma dotati di una peculiare vena psichedelica, gli scozzesi Jesus And Mary Chain sono stati tra i principali protagonisti degli anni Ottanta. Le loro intuizioni hanno aggiornato la lezione di Velvet Underground e Stooges al tempo del punk, aggiungendo un tocco di desolazione dark e un gusto speciale per le melodie. Con loro sono state poste le basi per il movimento degli "shoegazer", che annovererà gruppi come My Bloody Valentine, Spacemen 3, Loop, Ride, Spiritualized, Catherine Wheel. Ad accomunarli, l'uso continuo e fragoroso di feedback e dissonanze di chitarra, nonché un'innata capacità di centrifugare stili pop ed esperimenti ambient. "Shoegazer" (letteralmente, "who gazes at his shoes", ovvero "chi fissa le proprie scarpe") è anche una metafora per descrivere una filosofia musicale incentrata sulla solitaria introspezione confinata al proprio micro-universo, sulla predominanza dell'estetica sull'etica e sull'assoluta scomparsa dai testi di qualsiasi messaggio etico, politico, sociale.

I Jesus And Mary Chain nascono a Glasgow nel 1984 per opera dei fratelli Jim e William Reid (il primo al canto, il secondo alla chitarra), con l'apporto del bassista Douglas Hart, e in soli sei mesi realizzano una manciata di singoli, tutti pubblicati dalla Creation di Alan McGee: "Upside Down", "Never Understand", "You Trip Me Up", "Just Like Honey". Sono brani brevissimi, costruiti attorno a un'esile cartilagine melodica e ad accordi semplici, immersi in uno strato denso di feedback, distorsioni e riverberi. Un pop nevrotico e lisergico che caratterizza anche l'album d'esordio Psychocandy. E' il loro capolavoro: una sequenza di scarne canzoni da tre minuti e tre accordi, che si avvale però di un'ambientazione spettrale e di un fervore punk.

Abili riciclatori musicali, i Jesus And Mary Chain miscelano i baccanali caotici dei Velvet Underground e le atmosfere funeree dei Joy Division, i riff lancinanti dei Sex Pistols e l'elettronica nevrastenica dei Suicide, le litanie arcane di Nico e gli psicodrammi dei Doors, dando vita a brani oscuri e suggestivi.Il capolavoro nel capolavoro è "Just Like Honey", destinata a diventare uno dei grandi inni dark-wave del decennio. Dopo la intro di grancassa alla Phil Spector, sostenuta da un basso cupo in stile "darkeggiante", il brano viene violentemente squarciato dalle sferragliate di chitarra, mentre la voce spettrale di Jim Reid si fa largo piano piano, declamando una tenerissima melodia. Raramente, nella storia del rock, il rumore, solitamente sinonimo di cacofonia, era stato così vicino al concetto di "eufonia". Ma le perle del disco sono anche "You Trip Me Up", in bilico tra catarsi e distruzione con un cantato svogliato e irritante, i rockabilly incendiari di "Livin' End", "Never Understand" e "In A Hole", al limite della cacofonia industriale; e ancora il cerimoniale gotico di "Taste The Floor", lacerato da squassami di chitarre e lasciato fluttuare su vuoti di bassi, nonché il ritornello stravolto di "My Little Underground", denso di umori neri pronti ad esplodere. A portare la tensione allo spasimo provvede "Sowing Seeds", che sembra quasi l'antesignana della "Mercy Seat" di Nick Cave. Il risultato è un'affascinante commistione tra psichedelia surrealista e nichilismo punk. Così, quasi per caso, Reid e compagni coronano una rivoluzione storica nel rock britannico, ovvero la fusione finale e definitiva di rumore e melodia, di feedback e di ritornelli. Un canovaccio sonoro che aprirà la strada a infinite partiture a venire, al di là della Manica e non solo.

Mentre Jim Reid fa sfoggio di tutta la sua presunzione definendo Psychocandy "il miglior album prodotto negli ultimi vent'anni", i Jesus And Mary Chain si consacrano band di culto della scena alternative grazie anche a brevi, ma intensissime esibizioni dal vivo, condotte spesso sotto l'effetto di alcool e stupefacenti. Gli "shoegazer" scozzesi suonano anche allo storico Cbgb's di New York, tempio storico della new wave (Ramones, Patti Smith, Television, Talking Heads e tanti altri). E la loro fama si nutre di episodi come le risse negli uffici della Wea e il rifiuto degli addetti alle presse di stampare i prodotti della band, giudicata blasfema.

Il furore degli esordi si stempera, però, in Darklands, un disco che ripiega verso un pop più morbido, tra ballate malinconiche (la title-track, "Fall", "Down On Me"), litanie angosciose ("Nine Million Rainy Days") e dance atmosferica (la trascinante "Happy When It Rains"). E' un album che mantiene, qua e là, spunti interessanti, riuscendo soprattutto a conservare quel clima di desolazione e inquietudine che aveva pervaso Psychocandy.

Il successivo Automatic (1989) accentua le cadenze ballabili ("Between Planets", "Head On") e le ambientazioni decadenti alla Lou Reed ("Here Comes Alice", "Half Way To Crazy"), concedendosi però qualche incursione nell'hardcore ("Uv Ray", "Gimme Hell") e nel blues più selvaggio ("Blues From A Gun"). Ma troppi episodi appaiono solo echi lontani del "noise-pop" che aveva fatto la fortuna della band.

Il declino prosegue con Honey's Dead del 1992, all'insegna di un pop ripetitivo e banale, che si riscatta solo parzialmente nel glam-rock di "Reverence", nella ballata di "Teenage Lust" e nell'irruenza di "Far Gone And Out". Neanche il successivo Stoned & Dethroned (1994) riesce a invertire la rotta di una band che appare ormai la copia sbiadita di sé stessa. Arrivano solo sparuti segnali di vita, come il singolo "Hate Rock And Roll". Ma la parabola dei Jesus And Mary Chain sembra ormai giunta al capolinea. Dopo anni di silenzio, però, esce inaspettatamente Munki (1998), che attinge al repertorio ruvido dei loro primi dischi, con brani taglienti come "Cracking Up", "Virtually Unreal" e "Man On The Moon", ma si sofferma anche su ambientazioni più "noir" con la ballata solenne di "Never Understood". E' il canto del cigno: dopo l'uscita dell'album, i fratelli Reid pongono fine alla storia della band, annunciandone lo scioglimento.

Il pop rumoroso e malinconico dei Jesus And Mary Chain ha influenzato una moltitudine di band britanniche (dai My Bloody Valentine ai Primal Scream), ma ha avuto risonanza anche oltreoceano, nella musica di band industrial come Nine Inch Nails e Ministry. Eppure William Reid nega la matrice "noise" della band: "Abbiamo sempre odiato quando la gente, anche tra i nostri fan, diceva che dovevamo solo fare rumore con le chitarre. La nostra forza è sempre stata quella di scrivere canzoni. Non abbiamo mai voluto essere i maestri del rumore. Non abbiamo mai voluto essere solo un gruppo underground". Grazie all'elisir di Reid e compagni, il punk ha trovato una seconda vita. E il rock britannico una via d'uscita dal pericoloso cul de sac in cui si stava infilando alla metà degli anni Ottanta.

Damage And Joy (2017) ci consegna un gruppo fedele alla propria storia, portata avanti con coerenza e dignità da oltre trenta anni; l'iniziale "Amputation" parte subito con un riff tipico degli scozzesi, dove si definiscono come figli semi-putrefatti della musica rock ("I'm a rock and roll amputation"). La ballad dark-wave "War On Peace" rievoca gli splendori oscuri di "Darklands" per essere devastata da un caotico finale post-punk. Altrove è la melodia a dettare tempi e regole; ma è una melodia malsana e depressa, un languido canto narcotizzato in compagnia della vocalist Bernadette Denning nel brano dal titolo emblematico "Always Sad", oppure della voce sospirata e impalpabile della sorella Linda Reid nei brani "Los Feliz (Blues and Greens)", "Can't Stop The Rock" o nel duetto pop onirico con Isobel Campbell di "Song For A Secret". L'alternanza di ritmi frenetici ("Get On Home"), ballate acustiche ("Black And Blues", con la cantante Sky Ferreira) e brani pop ("The Two Of Us" che "ricorda" molto da vicino "I Could Be Dreaming" dei Belle And Sebastian) funziona soprattutto per i nostalgici di una stagione ormai finita. Le idee dei fratelli Reid non cambiano e - a differenza degli anni 90 dove una certa influenza dei generi tipici di quel decennio c'è stata (grunge, britpop) - in questo caso non sembrano essere passati diciannove anni, ma sembra che il tempo si sia fermato. Questo porta a far ritenere che uno dei limiti dell'album sia la sua durata eccessiva (53 minuti), elemento che appare contraddittorio con gli assordanti concerti di soli dieci minuti degli esordi. 

L'impressione complessiva è che - dopo quasi venti anni di assenza - i Jesus And Mary Chain si siano ancora una volta confermati coerenti protagonisti dei loro tempi, molto meno invece della contemporaneità, sembrando tanto estranei ad essa che Damage And Joy potrebbe apparire come un ottimo prodotto di revival. Coerenza che potrebbe anche essere scambiata per immobilismo, come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto; ognuno, nei "nuovi" Jesus And Mary Chain, vedrà l'uno o l'altro in base alle proprie preferenze personali.

La loro ottava opera Glasgow Eyes (2024) compie con prudenza il tentativo di distaccarsi almeno in parte dalla passata produzione del gruppo, con una sorta di ritorno a casa in una Glasgow notturna, tra ombre e ricordi di eccessi smodati legati all’abuso di droghe, conditi da sintetizzatori, elettronica scura e passi krautrock, incorporati alla rumorosa ricetta tra pop, post-punk e alt-rock ideata da Jim e William Reid. La discreta apertura è affidata all’elettronica bistrattata della dinamica “Venal Joy”, traccia cantata insieme a Fay Fife dei Rezillos e illuminata da sferzate di matrice motorik, che funge da manifesto e mostra il sentore generale dell’album a livello di sound. Ad essa fanno seguito le saettate della vacua “American Born”, che guarda ai pezzi di “Automatic”, rielaborandone ritmi e trame stratificate, e la mancata opportunità “Mediterranean X Film”, che si attesta sulla sufficienza per i buoni spunti sonori forniti dall’andamento di basso nella prima parte, perdendosi tuttavia nel finale inutilmente lungo e sciapo. I marchi di fabbrica chitarristici dei grandi classici dei fratelli Reid fanno capolino trionfanti in chiave allucinata e sintetica in “Jamcod”, consegnando un risultato divisivo, che avrebbe potuto rappresentare una svolta decisiva, mettendo ulteriore distanza rispetto alla propria zona di comfort.

Si aggiudica il premio come brano di maggior inutilità (e bruttura, volendo) “Discotheque”, le cui note scure prendono il largo verso lidi space-rock robotici, mentre “Pure Poor” sembra scomporre e sciorinare al rallentatore i guitar-riff di una pseudo-ballad come “Nine Million Rainy Days”, appartenente a “Darklands”. La psichedelia e le melodie dei Fab Four si mescolano a chitarre di stampo hard-rock all’interno di “The Eagles And The Beatles”, lasciando campo libero alla decisamente preferibile attesa sostenuta dai ritmi ipnotici di “Silver Strings” e dagli echi lontani di “Chemical Animal”, fino alla semi-ballata “Second Of June”, che riporta al mood delle tracce di “Stoned And Dethroned”. La leggera “Girl 71” sposta il focus in direzione power-pop, concludendo il percorso con “Hey Lou Reid”, che nel suo titolo usa un gioco di parole tra l’amato frontman dei Velvet Underground, a cui i Nostri sono da sempre devoti (e anche nella traccia in questione si sente), e il cognome dei fratelli scozzesi.

Glasgow Eyes viaggia costantemente sul filo del rasoio, alternando diverse idee gradevoli a parecchie cartucce sparate a salve, traducendosi in un’occasione persa, l’ennesima, per un rilancio effettivo del progetto targato Jesus And Mary Chain. Tuttavia, conoscendo il carattere fortemente provocatorio degli ironici fratelli Reid, c’è da scommettere che il risultato ottenuto sia esattamente quello da loro desiderato, fuori da ogni possibile definizione di sorta. Un album testamento? Un disco di transizione verso qualcosa di realmente nuovo? È il caso di dire che “bene o male, l’importante è che se ne parli”, e qui gli argomenti di discussione certamente non mancheranno.

Contributi di Valerio D'Onofrio ("Damage And Joy") e Martina Vetrugno ("Glasgow Eyes")

Jesus And Mary Chain

Discografia

Psychocandy (Blanco Y Negro/Warner, 1985)

8,5

Darklands (Blanco Y Negro/Warner, 1987)

7

Barbed Wire Kisses (B Sides And More) (antologia, Blanco Y Negro, 1988)

Automatic (Blanco Y Negro/Warner, 1989)

5,5

The Peel Sessions (live, Strange Fruit, 1991)

Honey's Dead (Blanco Y Negro, 1992)

5

The Sound Of Speed (antologia, Blanco Y Negro, 1992)

Stoned & Dethroned (Blanco Y Negro, 1994)

5

The Jesus & Mary Chain Hate Rock N' Roll (antologia, Blanco Y Negro, 1995)

Munki (Sub Pop, 1998)

6

21 Singles (antologia, Warner Strategic Marketing, 2002)

The Power Of Negative Thinking: B Sides And Rarities (cofanetto, Rhino, 2008)

Upside Down: The Best Of The Jesus And The Mary Chain (doppio cd, antologia, Music Club, 2010)

Damage And Joy(ADA/Warner Music, 2017)

6

Glasgow Eyes(Fuzz Club, 2024)

5.5

Pietra miliare
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Just Like Honey (video da Psychocandy, 1985)
You Trip Me Up(video da Psychocandy, 1985)
Never Understand (video da Psychocandy, 1985)
Darklands (video da Darklands, 1987)
April Skies (video da Darklands, 1987)
Happy When It Rains (video da Darklands, 1987)
Her Way Of Praying (video da Automatic, 1989)
Head On (video da Automatic, 1989)
Blues From A Gun (video, da Automatic, 1989)
Reverence (video da Honey's Dead, 1992)
Far Gone And Out (video da Honey's Dead, 1992)
Almost Gold (video da Honey's Dead, 1992)
Sometimes Always (video da Stoned & Dethroned, 1994)
Come On(video da Stoned & Dethroned, 1994)
Amputation(video da Damage And Joy, 2017)