Essere giovani significa essere impulsivi, emotivi, irrazionali… I
Local Natives, anche in questo disco tagliato e presentato dal “sarto” Aaron Dessner, ci tengono a farlo presente all’ascoltatore: "quello che facciamo è quanto di più aggiornato e alla moda ci possa essere nel mondo musicale contemporaneo".
Bordate di patetismo enfatico, tra
Perfume Genius e
Arcade Fire (“Mt. Washington”), arrampicate per crinali emotivi post, da sensazione Nme (
Wild Beasts,
Zulu Winter), propulsioni vocali e organistiche alla
LeGrand, composizioni sfuggenti che sfogano in una facile emotività tutto il loro possibile estro (al contrario di quello che comunque riescono a fare i
Grizzly Bear).
Li aiuta in questo caso il tocco di Dessner – conosciuto nel tour di supporto ai
National – che dona a “Hummingbird” un’eleganza
understated che sicuramente mancava al grezzo “Gorilla Manor”, rendendo questo secondo lavoro perlomeno gradevole (“Black Balloons”), seppur sia privo di brani di particolare originalità – ormai si è capito, quest'ultima non è proprio un valore caro ai Local Natives.
L’afro-pop non va più così di moda, pare. Si succedono, quindi, noiosi pezzi in crescendo post-psichedelico, un accumularsi di percussioni, cori, arpeggi di chitarra e accomodanti distorsioni, che a lungo andare mostrano la loro natura bidimensionale.
Non manca anche un accenno di folk psichedelico come “Ceilings” a completare un prodotto ad altissima digeribilità, pronto ad adattarsi a quello che si attende sia il gusto medio dell’ascoltatore. L’illusione di distinguersi regna e s’insinua per tutto questo “Hummingbird”, ma è solo l’ultima, periferica apertura di una catena commerciale.