Alcuni dischi sorprendono, per come sanno apparire e quindi trarre in inganno intere schiere di ascoltatori. Allo stesso tempo, uno sguardo più attento permette di squarciare il velo attentamente adagiato a ricoprire qualcosa che si avvicina di molto al
nulla cosmico, al vuoto pneumatico. Con questa premessa va presentato l'esordio dei Local Natives, gruppo di abitanti della Orange County confluiti in un appartamento e vivere insieme in una sorta di idillio musicale.
Il gruppo californiano sa senz'altro come
mostrarsi, a partire da questa storia da rivendere nelle interviste. Arriva e dispiega tutto il suo armamentario
alternative, disseminato qua e là come una sorta di quadretto disordinato ad arte. Il problema è che la cottura di questo marasma di ingredienti non viene fatta ultimare: quel che si ottiene alla fine è una torre di Babele monca e deforme.
In primo luogo si mette in gioco l'immaginario
etno-world-tribal-jungle, abbozzando un
afro-beat che riporta a
Vampire Weekend e
Dodos. Poi c'è il ricorso, assai frequente, al canto corale: più che un modo per "frenare" e dare respiro all'esuberanza e perizia vocale del cantante (come è per i
Fleet Foxes), diventa qui uno strumento per puntellare un'esibizione quanto mai acerba. Nel contempo rimane una scelta "obbligata" per chi vuole seguire il
trend attuale e presentarsi come il collettivo di giovanotti carini, ingenui e
à-la page: si banalizza tutto con quelle cavalcate gonfie di anabolizzanti per cui si sono già distinti i
Mumford And Sons ("World News", "Shape Shifter").
Cosa rimane, dunque, da buttare nel mucchio? Qualche
riffone sporco e cattivo, tra i primi
Islands e certi
Late Of The Pier ("Wide Eyes", Sun Hands"), un violino, tanto per far vedere che qualcosa di
folkish e impegnato ed emotivo ce l'hanno anche loro ("Stranger Things"). Addirittura compare una chitarra dei
Pearl Jam di "Binaural" ("Camera Talk")...
Manca varietà nelle soluzioni, manca gusto melodico (spesso nascosto malamente dalla dinamica, sempre un pochino maldestra, dei pezzi): c'è veramente poco che possa pensare di raddrizzare la barra di un disco alla deriva. Nel contempo, qualche idea melodica carina ed educata riescono a metterla in campo ("Airplanes" su tutte). Un'infatuazione, del tutto temporanea, un sussulto, forse, riusciranno a crearli. "Gorilla Manor" rimane un disco, ciononostante, col fiato corto, quando l'unico scopo di questa uscita parrebbe cavalcare l'onda lunga di band più meritevoli. Anche in questo più prosaico intento pare che i Local Natives non possano che avere vita breve.