Dodos

Visiter

2008 (French Kiss) | folk-rock

Un moniker tenero: quasi uno scarabocchio infantile. E una musica contesa tra freschezza folk-rock e sospiri psichedelici.

Meric Long e Logan Kroeber vengono da San Francisco e con “Visiter” tirano fuori l’asso dalla manica. Una batteria pulsante, che ha digerito il battito Velvet-iano, trasferendolo in una dimensione bandistica; una voce che cavalca sicura, lungo firmamenti acustici srotolati in un cielo primaverile. Canzoni come piccole inclinazioni del cuore. Il cuore: cantastorie un po' matto.

Panorami sterminati e gioie senza fine, col banjo a zoppicar gaio e mascalzone (“Walking”, un gioiellino di estasi mondana), finché dura, restando un segreto, la dimestichezza con le piccole cose (“Park Song”), finché con poco sia possibile sperare nell’assoluto dei sogni (“Eyelids”). Ma, ecco, il problema è che i pazzi sono fuori a beccarsi il sole direttamente in faccia, come degli Animal Collective in cui Panda Bear, stanco di Wilson, sia ormai quasi un Beirut meno nostalgico, fino a saltellar mutando (“Fools”), fino a gettar ponti con i “campi magnetici” di Mr. Merritt (“Winter”), prima di ubriacarsi, tutti!, come cazzoni (“It’s That Time Again”).

Poi, un pianoforte giocattolo s’affaccia dietro la vibrante irrequietezza di “Red And Purple”, ed è come giocare a nascondino con se stessi, essere altrove perché, a conti fatti, non si è in nessun dove. Quando, invece, “Paint The Rust” galoppa sorniona, tra fingerpicking, sapori di polveri “arrugginite” e scalmanatissime accelerazioni, lo scenario è vivido e “prodigiosamente” terreno, aperto su frontiere trasfigurate.

Dodos è, insomma, un microcosmo di visioni private improvvisamente riconvertite in ipotesi universali, in rivelazioni che, qualche volta, hanno pure bisogno di un po’ di tempo per ritrasmettere tutto il loro lirismo, tanto che, ad esempio, “Joe’s Waltz”, prima ballata down-tempo e, quindi, stomp bluesy e ruvido, del loro cesto delle meraviglie, offre quasi uno spaccato “progressivo”, fino a macinare certe progressioni Unrest in cui la filigrana nevrotica brucia di un fuoco celestiale: una luce che abbaglia, lasciando appena intravedere la sorgente di tanto frenetico candore (“Jodi”).

Come un’altalena d’altri tempi, leggera nel vento a rimuginare da sola sul suo significato, questa musica non conosce, però, soltanto le micidiali staffilate di una felicità incomprensibile, seppur nitida e viva. In “Ashley”, così, c’è una donna da inseguire e l’elegia – nonostante il battimano d’augurio – diventa l’unica forma possibile per intrattenere un dialogo con l’assenza.
Un sentimentalismo, comunque, mai banale, mai frivolo. Anzi, deliziosamente denso e, qualche volta, finanche chiaroscurale (“The Season”), fino a cercare di tratteggiare contorni di figure lontane (“Undeclared”).

Un disco di accenti minuziosamente sfuggenti. Perché, se anche Dio resta un interrogativo (“God?), le canzoni non possono fare altro, allora, che ostentare una grazia fragile e misteriosa.

(04/05/2008)

  • Tracklist
1. Walking      
2. Red and Purple     
3. Eyelids     
4. Fools     
5. Joe's Waltz     
6. Winter     
7. It's That Time Again     
8. Paint the Rust     
9. Park Song     
10. Jodi     
11. Ashley     
12. Season     
13. Undeclared     
14. God?
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