Islands

Return To The Sea

2006 (Equator) | alt-pop

Un disco moderno può anche evitare di rispondere a precise caratteristiche di premonizione, non senza, per questo, riuscire comunque a fare la parte della biglia nel vetro.
"Islands" è un progetto canadese che, quando ne parli e lo ascolti, snoda le tue ansie perché tocca i rimasugli di un pop splendido e solare, con le sue note allegramente in caduta sul semitono, le melodie indecise tra accelerato e cadenzato, gli strumentali desertici e quasi silenziosi.
Difficile pensare che "Revolver" potesse rivivere nel ghiaccio di una regione frastagliata e all’avanguardia, col braciere acceso, il senso di rituale incombente in almeno due o tre episodi, ma senza la puzza di torba presente nei progetti con troppe ambizioni.

E’ una musica indispettita dall’ovvio e dalle dicerie, che resta sospesa su un filo elettrico e non cade mai.
C’è poi, diffuso qua e là, un certo tono sconclusionato che disegna sì ritratti pazzoidi e frenetici, ma li incornicia e li colora con un certo garbo.
Questo stesso tono rende dolcemente smilze tutte le fasi, e spogliando i suoni di maliziosa goffaggine, e riducendo praticamente tutto (anche il "tanto") all’essenziale.
"Return To The Sea" diventa, quindi, un disco snello e ben costruito, delicato e fortunatamente fruibile.
Un esordio di caratura, destinato forse a lasciare, ed era ora, un significativo segno nella nuova musica indipendente e popolare. Le canzoni hanno movimenti flessuosi, a cominciare dalla lunga "Swans (Live After Death)", fintamente arpeggiata nel suo inizio, salvo aprirsi e percuotersi nella restante parte.
Ecco, uno dei tatuaggi di quest’album delizioso è proprio il ripetuto sbocciare dei pezzi, soprattutto quando partono i canti. Proprio in quel momento, sembra trovare senso ogni preparativo, ogni suono, ogni accordo. "Swans" va a battezzare l’anima giullaresca del gruppo che trova poi riscontro anche in "Don’t Call Me Whitney, Bobby", dolcissima filastrocca circense dal notevole marchio melodico, in "Rough Gem", frenetico stop&go in linea col rigetto di ogni forma di pausa, in "Ogging Gorgeous Summer", specie di ballata del pifferaio magico.

Non c’è solo questo.
Si avverte anche un richiamo alla migliore composizione beatlesiana, evidente soprattutto nella bandistica "Humans", traccia complessa e piena di lievi rialzi canori sui diesis, in "If", scarna litania non soporifera che sembra cantata in una vasca da bagno, con un clarinetto in eco dall’altra stanza, e nella conclusiva "Untitled", che parte sì da una manciata di minuti di pioggerellina frusciante, ma che ritorna in auge attraverso un pianoforte e la solita autostrada percorsa dai cori.
Inoltre, va ricordata e scovata anche un’anima propriamente folk, molto vicina a certe cose dei Pogues.
In questo lato del corpo si colloca "Volcanoes", forse la vera esplosione strumentale dell’insieme, un pezzo dalle mille versioni interne, dai molteplici stacchettini e dalle voci versatili.
L'unica mosca bianca è "Where There's a Will There's a Whalebone", che si sforza di coniugare il beat con la musica nerissima, attraverso una carrellata di recitazioni hip-hop da stroncare il fiato.

Questo disco, insomma, è un gioiello di carineria, raramente fermo in vere e proprie riflessioni e molto stabile sul filo della tensione. Non penso al suo lato anacronistico, perché, in fondo, è visibile solo con un lenzuolo bianco.
Tutti i richiami a passato remoto e prossimo è come se fossero restaurati con la teoria conservativa, lasciando visibile il distacco col presente.

(30/03/2006)

  • Tracklist
  1. Swans (Life After Death)
  2. Humans
  3. Don't Call Me Whitney, Bobby
  4. Rough Gem
  5. Tsuxiit
  6. Where There's a Will There's a Whalebone
  7. Ogging Gorgeous Summer 
  8. Volcanoes
  9. If
  10. Ones
  11. Untitled
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