Nostalgia canaglia. Il solito muro di ricordi su cui sbattere, ma senza farsi un graffio. Anzi, magari riprendi la rincorsa e ci riprovi. Come scudo protettivo servono un acconciatura "a banana", due baffetti da sparviero, un giubbino di pelle, jeans con risvolti e calzini colorati in evidenza, calzature nere e bombate. Atmosfera bucolica, tarda primavera piovosa, moto che ruggiscono e tagliano il sentiero, sguardi efebici e complici, entusiasmo da spot pubblicitario
vintage e nel breve volgere di qualche secondo, tipo cinque, il gioco è fatto: di nuovo giovani, entusiasti, eroici senza una meta, affannati ma felici, anche se non si sa bene il perché - il che è anche meglio.
Twin Shadow ha riaperto il proprio
mini-store dedicato ai ricordi, per chi li ha vissuti, s'intende - per chi invece venticinque anni fa non c'era può sembrare un gioco di rimandi spacciato per roba fresca. Un imbonitore cui la storia è stata raccontata talmente bene da farlo apparire come un reduce. E allora, chi lo desidera si sieda in cerchio per sfogliare l'album posticcio di foto della gita scolastica, delle prime sortite fuori città, del dopo scuola, delle telefonate fiume, dei baci rubati al buio di un cinema, delle feste casalinghe all'ombra di un giradischi con il "lentone" che incombe. Il secondo capitolo delle confessioni di George Lewis Jr. rispetta le promesse del
fulminante debutto, viaggia a bordo di un suono sintetico, disegnando spartiti ritmici, evocativi, sempre sinuosi, patinati, la replica sentimentalmente perfetta del synth pop anni 80, quello targato prima Mtv - sovente malinconico, colmo di aperture melodiche accalappia-attenzione. Ma non immediatissimo, dalla carburazione lenta, al punto che potrebbe non essere una sorpresa udire voci di reclamo, persino accuse di scarsa ispirazione.
Niente paura: qualche ascolto ulteriore ed ecco palesarsi l'abilità
twinshadowiana in poco più di tre quarti d'ora. Dai sussurri vocali che si tramutano in inno di "Golden Light", alle chitarre macchiate dal
flanger alla maniera di
Andy Summers di "You Call Me On", allo sprint
dance dark di "Five Seconds", un po' come se
Billy Idol avesse preso il posto di
Midge Ure nel cuore di
Billy Currie, portandosi dietro Steve Stevens e Keith Forsey - risultato: un
hit single da ballarci nei pomeriggi, nel 1982, oggi non so. E George osa pure riscriverla, la storia, facendo capitolare l'anti-divo synth pop
Morrissey ai piedi di un Roland Jupiter, subito dopo avergli fatto storcere il naso per un'
intro "leggermente" ispirata a "Karma Chameleon" ("The One"). Dietro Twin Shadow si nasconde forse l'alter ego disimpegnato del più artistoide
John Maus? O magari si tratta di Black ("Wonderful Life") sotto mentite spoglie? Mah! Intanto "Run My Heart" è pura poesia adolescenziale, il più soffice dei fazzoletti per le lacrime più copiose, l'amico cui appoggiarsi, la bolletta telefonica tragica e improvvisa, la foto nascosta sotto il cuscino, il ricordo più struggente, la nuova "The Boys Of Summer". Non è che... forse... magari, Twin Shadow ha sempre soggiornato in quell'albergo?
The song remains the same, però... che bella.