La settimana enigmistica del pop da qualche tempo può vantare una rubrica particolarmente succosa, riscaldante come una bella cioccolata densa, rinfrescante come uno spettacolare gelato al limon: scopri cosa si cela dietro quella canzone, quel gruppo, quel trend. Puoi svelare il mistero risolvendo un rebus, terminando senza intoppi un cruciverba, provando a unire i puntini dall'1 al 500. E la sfida si sta facendo via via sempre più avvincente al punto che nessuno spinge verso l'ultima pagina per controllare le soluzioni scritte al contrario. Guest star delle prossime giornate, vissute adagiati su un divano a rimirar l'ozio, i tre della We Have Band, professionisti della replica, ma di quella mascherata e miscelata così abilmente che, dopo quei dieci minuti in cui il nervosismo monta per la progressiva incapacità nel rintracciare tutti i riferimenti che paiono palesi, alla fine si cede spossati di fronte al potere della melodia.
Il che è una bella conquista, oltre che una discreta strategia d'attacco nei confronti dell'ascoltatore medio: lo si cattura facendo intravvedere svariati elementi di familiarità all'interno dello spartito per poi farlo capitolare grazie all'efficacia dimostrata dalla sequenza di note. Note ammiccanti, plastiche, decadenti, enfatiche, cullanti, dotate soprattutto di un senso della misura non sempre di moda oggigiorno. Un pop, quello di Bancroft e amici di merenda, indirizzato proprio a quelli che una trentina di anni fa deliziavano i propri pomeriggi a base di pane e nutella, rischiando di sbriciolare pericolosamente sul piatto del giradischi. Synth-dance aromatizzata da vocalità scure e impersonali, quindi perfetta per una massa magari annoiata e non disposta a sudare per cercare una pseudo-novità. Ma il quadro che se ne ricava è di rara efficacia: dall'incipit interpoliano della rallentata ed evocativa "Shift", che arriva al dunque, e cioè al ritornello risolutivo, dopo oltre un minuto e mezzo ma lo fa talmente bene cambiando le carte in tavola da disporti bene anche per il prosieguo, ad "After All", con refrain alla Editors, ma con una strofa bivocale che per la controparte maschile si inchina in maniera struggente al Billy Idol di "Eyes Without A Face".
E dopo poco meno di dieci minuti l'utente nostalgico sorride e tira fuori gli ingredienti della colazione dei campioni. Si guarda intorno, nessuno nei pressi e allora comincia girare su se stesso, si dimena sempre meno furtivo sull'incalzare insinuante e ripetitivo di "Where Are You People?", si ritrova ad accarezzare l'ingiallita copertina a 45 giri di "True Faith", mentre "Visionary" unisce mirabilmente sei corde e sintetizzatori all'apparenza analogici. E la stanza comincia a girare sul serio quando "What's Yours, What's Mine" pone in maniera autoritaria la sua candidatura ad apparire tra le canzoni dell'anno, con la sua andatura dapprima docile e morbida e poi sempre più incisiva. Che diventa quasi martellante nella dance ossequiosa di "Tired Of Running", ed è pure capace di mostrare la corda nella disordinata "Watertight". Ed è allora che prendi coscienza di non avere più un'età, nonostante gli inviti di "Steel In The Groove". Però è stato bello, rinvigorente, quasi quasi ci riprovi anche domani. Intanto recuperiamo l'aspirapolvere che mamma sta per tornare a casa.