Una serie di stimoli stilistici piacevoli sorregge l'ascolto di "Glass" dei newyorkesi Teletextile, un complesso e ampio
carnet di strumenti elabora arrangiamenti imponenti, ma il tutto è calibrato senza uno stile ben definito.
La trasfusione di sanguigne invenzioni musicali crea un corpo anemico che sfibra le pulsioni
dream-pop europee, atmosfere in constante bilico che solleticano l'orecchio ma non accarezzano l'anima.
Pamela Martinez è dotata di una voce zuccherina che non possiede la profondità dei suoi idoli (
Kate Bush,
Bat For Lashes, Azure Ray...) e spreca il suo evidente talento in una serie di confuse costruzioni sonore dallo spessore iniquo.
Sensualità e intrigo sono due elementi evocati ma mai conquistati, gli arrangiamenti sono barocchi e avventurosi ma l'architettura è confusa e malinconica.
Le infiltrazioni hip hop di "Gesso" non emanano vibrazioni sufficienti per renderlo rimarchevole e il fascino etereo di "What If I" e "What If You" si ferma in superficie, l'alternanza di intimo e barocco non genera incanto ma disorientamento.
Le intuizioni non mancano e alcuni passaggi sono intriganti come "John", ma in un mondo sorvolato da buone intuizioni c'è bisogno di concretezza - neanche banjo, fisarmonica e arpa riescono a donare a "Glass" il respiro che rende vitale la musica.