I titoli, a volte, la dicono lunga. Anche se, forse, non tutta. Nel caso di
Eminem dopo la “ricaduta” (“Relapse”) arriva la “ripresa” (“Recovery”). Con questa formula augurale cara a politici ed economisti di tutto il mondo - ma che si adatta alla perfezione anche agli analisti musicali e discografici - il genio maligno del 313 fa capolino fuori dalla lampada per la seconda volta nel giro di un anno. Che sia solo scaramanzia (il disco doveva chiamarsi “Relapse 2”, essendo di fatto la seconda facciata del precedente, ma un'altra “ricaduta”, dati i trascorsi, non sarebbe stata certo di buon auspicio) o che il vecchio Marshall sia davvero convinto, a quarant'anni quasi suonati, di riuscire a impennare la parabola declinante della sua carriera di rockstar del rap fino a lambire il livello dei due magistrali “Lp”, non è dato sapere. E neppure l'ascolto e il giudizio di quest'ultima fatica fornisce un responso definitivo. Certo, pur non condividendo
in toto l'ottimismo dell'autore, bisogna ammettere che alcuni passi avanti rispetto al deludente “Relapse” ci sono, eccome. Ma si resta pur sempre impantanati in un gioco di cliché e autocitazioni che poco di nuovo aggiungono alla carriera di un grande artista multimediale (almeno
in nuce) che potrebbe dare ancora molto di più alla musica se solo si decidesse a dare un taglio netto al passato. Questa, però, è più che altro una mia fissa. Per ora restiamo ai fatti.
Che sono più o meno questi. In “
Relapse” era il “gemello cattivo” Shady a scendere nell'arena e a monopolizzare l'attenzione tentando di riallacciarsi, in un disperato testacoda, alla
rap comedy a sfondo horror e circense dei gloriosi esordi. In “Recovery” la produzione si fa più pop e patinata - con Dre nel ruolo anodino di
executive e vecchie volpi come Jim Jonsin, Dj Khalil, Supa Dups e Just Blaze a rilevarne i suoni - i ritmi corposi e le chitarre più presenti evidenziano la componente
rocky (evidente nei
sample: “Changes” dei
Black Sabbath, “Drive” dei
Rem, “Cry Little Sister” di Gerard McMahon, fra gli altri) del suo hip-hop - simile in questo a “The Eminem Show” - mentre una vena genericamente più tormentata e introspettiva si fa largo nei testi. Testi che, per il resto, ruotano ciclicamente intorno ai classici temi
eminemiani: la satira del mondo dello spettacolo a base di
dissing "a tripla x" e humor nerissimo, la crudeltà fumettistica per
épater le bourgeois, il
reality show autobiografico, qui incentrato sulla sua recente lotta contro la tossicodipendenza. Lo smalto vocale c'è, il
flow è sempre smagliante, sebbene iperboli linguistiche e
punch lines mordano molto meno di un tempo.
E il parco canzoni sembra allestito, con dovizia di varianti, per accontentare tutti. Ci sono
anthem smaccatamente da classifica come il
singalong di “Cold Wind Blows”, neanche malaccio, peraltro, nel suo genere, l'
urban di “Talkin' To Myself”, il singolo laccato “Not Afraid”, l'imbarazzante “No Love” (col campione - e, credetemi, non sto scherzando - di “What Is Love” di Haddaway e un
featuring alla moda come Lil Wayne) e una sorta di amaro duetto amoroso con
Rihanna (due che di disavventure con i rispettivi partner, d'altronde, se ne intendono) in “I Love The Way You Lie”.
Altrove, per fortuna, Mathers dimostra di saper fare di meglio (i famosi “segnali di ripresa” di cui si diceva): nel
goth-funk vecchia maniera di “On Fire”, ad esempio, nell'energico
crossover di “Won't Back Down” (col
feat, ininfluente, dell'ex-
punkette di gommapiuma Pink), nel
vaudeville rap di “So Bad” e dell'“Untitled” conclusiva (azzeccatissimo il ripescaggio del coretto
vintage da
girl group di “You Don't Own Me” di Lesley Gore), in quella sorta di bislacco ma trascinante
stomp sintetico che è “Cinderella Man”, nel numero cinematico, quasi un rap musical, di “Almost Famous” e persino nelle due
power ballad “Going Through Changes” e “Space Bound” (basate, rispettivamente, sui pezzi di Black Sabbath e Rem a cui facevamo riferimento sopra).
Un lavoro da onesta popstar. Questo è Eminem, al momento, prendere o lasciare.