David Wingo, l'uomo dietro il moniker Ola Podrida, cerca forse di confondere le acque. Il nome che ha scelto per produrre musica, quando non è impegnato a comporre colonne sonore per il regista David Gordon Green ("All The Real Girls", "Undertow"), è quanto di più ambiguo si possa pensare: in spagnolo significa infatti qualcosa come "stufato marcito". Un contenitore dove mischiare insieme tutte le storie, le soluzioni e le sensazioni musicali che non si è avuto il tempo o l'occasione di utilizzare per il mestiere primario di compositore? Forse no, dato che il disco d'esordio, di un paio di anni fa, riscosse un certo successo - nonostante la relativa standardizzazione della proposta al congestionato territorio del folk americano degli ultimi anni.
Eppure, pare che Wingo non sia ancora giunto a trovare quel guizzo, quel quid che lo differenzi, se non nello stile, nella definizione di pezzi al di sopra di una grigia medietà. E' evidente la volontà di Ola Podrida di smarcarsi dall'immagine di mesto cantautore, voce e chitarra, à-la Iron And Wine, del quale rimangono però segni del tutto evidenti. Il suo secondo lavoro, "Belly Of The Lion", acquista decisamente in ariosità e respiro, delineando frizzanti risvegli dall'impronta nettamente sudista ("The Closest We Will Ever Be"). L'ingenuo, abbottonato classicismo di un Molina si mescola così con sommovimenti interiori che si agitano sullo sfondo, senza però avvicinarsi al carisma e all'evocatività di un Rutili (a cui Wingo dedica riferimenti ricorrenti nel disco: si veda ad esempio l'incipit di "Monday Morning") o di un David Eugene Edwards.
Le pennellate di Wingo sono certamente abili nel mostrare immagini che vorrebbero sconfinare nel mistero dei grandi spazi della provincia americana: il suo sforzo pare però arrestarsi sempre un attimo prima, come nel timore di non sconvolgere troppo l'ascoltatore (la già citata "Monday Morning"). Si susseguono così oblique, imprendibili nenie ("We All Radiant") e rimuginanti ballate, piuttosto statiche e prevedibili ("Your Father's Basement" e, in misura minore, "Lakes Of Wine").
Allo stesso tempo, quando tiene un profilo più basso, David Wingo mostra di saper penetrare più in profondità. Il suo stornello all'ukulele ("Donkey") rinuncerà forse a ogni crisma di raffinatezza, ma ospita un crescendo emotivo di presa facile ma sicura, nonché una melodia convincente e non banale. Un simile giudizio potrebbe essere assegnato alla struggente "Sink Or Swim": traccia comunque arruolabile nella schiera della produzione di seconda linea di Sam Beam. Più riuscita invece è la progressione, culminata da un cambio di passo nel finale, di "Roomful Of Sparrows", che ammicca per l'appunto a pulsioni giovanili "a stelle e strisce", del genere Hold Steady.
"Belly Of The Lion" rimane quindi in un limbo interlocutorio: da una parte il semplice disegno cantautorale di confessioni, sotto forma di ballate acustiche, dall'altra la ricerca di un orizzonte cinematografico per ampliare l'ambientazione. In questo apprezzabile tentativo, lo slancio di David Wingo si arresta però a mezz'aria.