Partiti da una formula impro-rock riuscita ma non abbastanza originale da lasciare il segno in tempi di generica indolenza nei confronti di tutto ciò che può dirsi anche solo lontanamente codificato, i The Right Moves perdono il valido trombettista Peter Evans e, riducendosi a trio, trovano una strada che è loro e soltanto loro, quella di una musica fatta di stridori ed escoriazioni impro che si elevano a magniloquenti sinfonie di accecante e irrequieta psichedelia ambientale dallo spazio profondo. E’ bastato prendere tre ottimi ed esplosivi musicisti, già affiatati tra loro, e costringerli a trovare un baricentro comune, senza forzare sconvolgimenti, ma anche imponendo un equilibrio ferreo.
Il chitarrista Ninni Morgia (ex-La Otracina e White Tornado, ambasciatore italiano nella New York underground), il batterista Kevin Shea (Talibam!, People, ex Storm & Stress e mille altre cose) e il bassista Stuart Popejoy (impegnato nell’entità prog-metal Bassoon) hanno trovato una formula di psych-rock sfumato e futuribile che ne fa una sorta di Fushitsusha più inclini alle dissoluzioni di Sonny Sharrock e del Miles Davis di “Bitches Brew”, che non alla frastornazione rock di Velvet Underground e Blue Cheer.
Il leader dell’operazione è Morgia, che qui giunge al culmine della sua poetica, omaggiando maestri iconoclasti come i già citati Haino e Sharrock senza cedere in comunicativa, merito forse anche dell’esperienza nei La Otracina, il cui suono space-oriented riecheggia nelle lunghe dilatazioni, quasi floydiane, dell’iniziale “Meet You At The Black Sands”, ma la vera specialità è quella di riempire l’intero spettro sonoro di calde e finissime piogge di elettricità come in “When We Were American”. Qui emerge in tutta la sua importanza anche il lavoro di Popejoy, che lungi dal suonare qualcosa che somigli a sequenze di note, garantisce corpo e spessore alla musica ed è capace di rendere il suo basso tanto pachidermico (nelle figurazioni metal che sottendono il brano) quanto evanescente.
Ma quello che più colpisce è forse il rigore col quale Kevin Shea trattiene la sua foga. Intendiamoci, l’incontenibile batterista colpisce in ogni dove, come sempre, ma misura l’impeto e non cerca derive escapiste e destrutturanti, mettendosi anzi al servizio delle narrazioni post-apocalittiche affidate alla sei corde di Morgia. Shea lavora molto coi piatti, e il suo furente arrovellarsi sui componenti della batteria, inciampando e rialzandosi di continuo, è perfettamente funzionale all’incedere epico e terremotato di questo rock psichedelico urbano, tutto fremiti e vortici, con solo qualche sparuta oasi di calma piattissima. La miscela del trio è addirittura superlativa su “Yes, They Can”, con Morgia rumorista e allo zenith dell’effettistica, e gli altri a ruota, intrappolati in una gabbia di continue frenate e ripartenze.
Lontanissimi da ogni banale deriva drone-rock a cui si è assoggettata fin troppa parte di una scena neo-psichedelica ormai costretta a vie di fuga che paiono autentiche ritirate, i The Right Moves dimostrano che la maturità musicale conquistata sul campo è la migliore delle ricette per la longevità artistica e anche per le creazioni più fresche.