Sono Antonio, made in Jonio dal 1987. Nasco e cresco dove il mare è religione e le cozze sono una fede.
Il destino, un bel giorno, decide di portarmi dalla mia Taranto alla decadente e magica laguna veneta, dove mi divido tra nebbie gotiche, pianure sconfinate e altre mille cose che si assaporano meglio con un bicchiere in mano.
Come nasce la mia passione per la musica? Beh a dirla tutta non è che l’ho cercata. È arrivata proprio come arrivano le cose migliori, per caso e un po' di nascosto.
Avevo 8 anni quando ho iniziato a rubare i dischi a mio padre. Non so se era trasgressione, forse più una forma d’apprendistato istintivo. Tra un vinile e l’altro, guardando quel piatto girare e il volume salire, ho scoperto un mondo che non avrei più abbandonato. La musica non mi ha scelto: mi ha truffato.
La vita, poi, mi ha portato lontano: per anni ho attraversato mari e oceani su navi battenti bandiera italiana. Ma ovunque fossi, la rotta da mantenere era sempre quella giusta: indie, post-punk, new wave, brit rock. Così, nei momenti di nostalgia, bastava un disco dei Joy Division, dei Cure, degli Oasis o dei Velvet Underground per farmi sentire sempre a casa.
In questo viaggio, non sono mai stato solo: con mia sorella, complice e compagna di merende, abbiamo condiviso per anni chiacchiere, scoperte e ossessioni musicali. Da lì negli ultimi tempi è nato “Thestorybehind”, il nostro piccolo paradiso digitale, dove i dischi parlano e si raccontano da soli. E noi da bravi interpreti, cerchiamo di far arrivare quelle storie a chiunque voglia ascoltarle.
E quando non sono con le cuffie addosso, inseguo altre passioni: il pallone che scivola su qualsiasi campo verde, le curve che esplodono, le birre nei pub di Manchester, il basket dei playground americani, le vette sulle Dolomiti da scalare, le parole da scrivere su qualunque foglio bianco.
Se ci penso bene, tutto ha un filo comune: la libertà. Forse sono follemente innamorato delle poesia in movimento, la stessa che ritrovo nelle melodie che mi porto dentro.
Poi purtroppo c’è il lavoro, quello vero, che ti paga il mutuo e ti riporta sulla terra.
Un ufficio dell’apparato statale in pieno stile DDR, nel quale mi divido tra amministrazione del personale, conti e “castelli di carta” kafkiani. Però quando esco, sulla strada del ritorno, rimetto le cuffie e ricomincio a sognare sulle rotaie del treno che mi riporta a casa.
Un sogno semplice che magari un giorno potrà avverarsi: vivere di musica!
Poi torno in me e penso che alla fine forse va bene così. Anzi: va benissimo così.
Soprattutto perché la mia vita, quasi dimenticavo di raccontarlo, ha preso una piega fantastica.
Ho una compagna stupenda che presto mi consegnerà il ruolo più bello che chiunque possa immaginare: quello di cambiare pannolini canticchiando David Bowie.
E quindi, quale potrà mai essere il mio vero sogno nel cassetto?
Risposta semplice. Un giorno magari sarà mio figlio a rubare i miei vinili, a farli girare sul piatto come facevo io da piccolo. Che cresca con la musica, come è cresciuto suo padre.
E se la musica non pagherà il mutuo neanche a lui, almeno gli farà vivere meglio tutto il resto!
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