Francesca Remigi

Francesca Remigi

Studio e fervore

intervista di Marco Sgrignoli

Da Bergamo a Bruxelles, dall'India al Canada: la batterista Francesca Remigi è giovane ma il suo jazz è già crocevia di importanti influenze ed esperienze internazionali. Il suo debutto con la band Archipélagos, uscito a gennaio per Emme Record Label, affianca una forte attenzione sociale all'intricatezza della scena contemporanea e all'ardore jazz-rock delle migliori formazioni settantiane.
Illustrandoci il progetto dietro all'album e le sue prospettive future, Francesca ci fornisce anche una interessante visione dall'interno del panorama giovanile del nostro jazz.

Dove ti trovi in questo momento, Francesca?
Al momento mi trovo ad Albino, il mio paese natale situato in provincia di Bergamo, dove risiedo insieme a mia madre e a mia sorella. Sono tuttavia prossima alla partenza per gli Stati Uniti, dove trascorrerò buona parte di quest’anno e il prossimo, per motivi di studio e lavoro.

Archipélagos, la formazione con cui hai pubblicato "Il labirinto dei topi", raccoglie musicisti di diverse nazioni e - fatto raro per musica così intensa e ibrida - ha un carattere pressoché totalmente acustico. Com'è nato questo assetto, e in che modo risulta funzionale all'idea di suono che portate avanti?
Archipélagos è un progetto nato a Bruxelles (città dove ho vissuto per gli ultimi tre anni) nell’aprile 2019, con l’intento di sperimentare un mio nuovo repertorio costituito da brani ritmicamente complessi e ispirati ai miei studi nell’ambito della musica carnatica indiana. Il nome della band vuole rappresentare un tentativo di aggregazione di individui tramite la musica, e di sperimentazione di percorsi di denuncia sociale alternativi tramite le arti.
Già da qualche anno collaboravo stabilmente con la sezione ritmica formata dall’olandese Ramon van Merkenstein al contrabbasso e dal pianista francese Simon Groppe. Fin dai primi passi del progetto, si è affiancato a loro il clarinettista Federico Calcagno, virtuoso musicista altrettanto interessato al mondo della musica carnatica e della musica classica contemporanea. Nell’estate 2019, durante una residenza artistica presso il Banff Centre for the Arts and Creativity (Banff - Canada), ho avuto la fortuna di collaborare con un formidabile trombettista australiano di nome Niran Dasika, che sarebbe venuto in Europa per qualche mese all’inizio del 2020. Ho preso subito la palla al balzo e organizzato un tour e la registrazione dell’album presso il Tube Recording Studio per il marzo 2020, grazie alla vincita del contest All You Have To Do is Play 2019, lanciato dall’etichetta Emme Record Label.
La cantante Claire Parsons si è unita alla band nel novembre 2019, rivoluzionando totalmente le sonorità del gruppo: Claire non solo introduce nuovi elementi effettistici legati all’elettronica, sviluppando atmosfere aleatorie e sognanti, ma riporta anche la musica sul piano dell’umano attraverso testi evocativi e dal profondo impegno sociale. Molte delle composizioni proposte evidenziano e condannano aspetti controversi del periodo storico in cui viviamo: la liquidità delle relazioni sociali, l’onnipotenza di multinazionali e social media, l’evoluzione della criminalità organizzata e del mercato delle armi...



Mi ha molto colpito la densità dell’interplay nel disco, con passaggi in cui i fiati si aggrovigliano su linee decisamente oblique e sezioni ritmicamente davvero impetuose. In più tratti peraltro il pianoforte risulta perfino più percussivo della batteria! Ascoltando fraseggi così serrati mi sono più volte domandato quanto di quei giochi sia composto a tavolino e che spazio abbia invece la componente improvvisativa.
"Il Labirinto dei Topi" è sicuramente un disco abbastanza through-composed: in questo album ho infatti voluto avere pieno controllo sul risultato sonoro finale, pertanto ho proposto ai musicisti composizioni scritte in maniera abbastanza fitta e dettagliata. Sono tuttavia presenti momenti di improvvisazione aleatoria e texturale, la scelta dei musicisti è dunque dipesa non solo dalla padronanza tecnica di ciascuno di loro, ma anche dalla sensibilità musicale con cui avrebbero approcciato il materiale da me proposto. Se devo fare una stima approssimata, direi che il 60% del materiale è composto, e il 40% è totalmente improvvisato.

Pur da maniaco dei tempi composti, non nego di avere avuto a più riprese difficoltà a "contare" i metri impiegati. Non solo nel pop, ma anche nel jazz il ricorso a queste strutture è spesso percepito come velleitario, eppure nei pezzi di "Il labirinto dei topi" le sfrutti con grande efficacia espressiva. Quali aspetti ti affascinano maggiormente nei tempi dispari, e con che declinazione cerchi di includerli nella tua musica?
Da batterista devo ammettere che i tempi dispari mi hanno sempre particolarmente affascinata: riuscire a raggiungere un livello di profonda padronanza delle metriche irregolari è sempre stata una sfida personale.
Tuttavia, approfondendo l’ascolto di alcune tradizioni musicali lontane dalla musica occidentale (come la musica indiana e la musica bulgara), ci si rende conto di come i tempi dispari siano applicati in maniera spontanea e naturale all’interno della tradizione folkloristica di diversi popoli. Ad esempio, un 9/8 di un brano proveniente dalla tradizione ottomana viene percepito da musicisti autoctoni come noi europei percepiamo un semplice 4/4.
Ritengo che la percezione della pulsazione e del ritmo sia determinata dall’ambiente culturale e musicale a cui si è naturalmente esposti nel corso della vita. Cerco quindi di non pensare ai ritmi dispari come irregolari, e sono convinta che la pratica dello strumento possa aiutare ad assimilare e a “normalizzare” costrutti musicali non così comuni alla nostra tradizione musicale occidentale.

Fai riferimento alla musica carnatica. Di questa ho presente e apprezzo molto la rilettura jazz/minimalista degli indo/polacchi Saagara, dove però l'influenza risulta molto trasparente. Nel tuo caso, invece, la trasposizione delle strutture appare meno diretta. Quali sono gli aspetti della tua musica che più distintamente ricolleghi a questa specifica tradizione indiana?
La musica carnatica indiana si fonda su particolari "ossature ritmiche" che ho studiato negli anni e che spesso integro in alcuni miei brani. Analogamente alla musica classica occidentale, in cui è prassi studiare specifiche strutture compositive come il rondò o la forma sonata, la musica carnatica presenta tradizionali configurazioni compositive che, invece di vertere su melodia e armonia, interessano il ritmo. Alcune di queste tecniche ritmiche sono ad esempio i mukthays, i tirmanas, i moharas, il nadai bhedam... Confermo che riconoscere influenze carnatiche nella mia musica non sia così scontato, proprio perché queste ultime non riguardano aspetti estetici, texturali o strumentali, ma si rifanno a regole ritmiche compositive. 

Lo stile dei pezzi - intricato ma trascinante, corrosivo eppure ricco di invenzioni - è chiaramente situabile nel contesto contemporaneo, ma rimanda la mente anche a esperienze jazz-rock degli anni Settanta o dei primi Ottanta. Hai avuto qualche ispirazione in particolare, e sotto quali punti di vista?
Non nascondo di aver suonato prog-rock e metal per tanti anni durante la mia adolescenza, pertanto ritengo che le scelte estetiche di alcune band come Dream Theater, Rush o Porcupine Tree siano state abbastanza influenti sul mio stile compositivo dai toni piuttosto cupi ed enigmatici, e ricco di ritmi dispari serrati. Dal punto di vista del jazz-rock, ammetto di essere cresciuta a pane e Pat Metheny: da buon chitarrista, mio padre è sempre stato un super appassionato della musica del Pat Metheny Group, che ho avuto l’occasione di ascoltare per la prima volta dal vivo a 4 anni e mezzo. Inoltre, apprezzo molto Frank Zappa, i Weather Report e i Return to Forever, e il periodo elettrico di Miles Davis.

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In diversi brani è presente la voce, con un ruolo più recitativo che canoro in senso stretto. I testi 
in inglese sono focalizzati su temi impegnativi, che vanno dalla ricerca scientifica all'impatto sociale della malavita organizzata. Come sono nate queste scelte? Prima la musica e poi i temi, viceversa, o qualcosa di più sfumato?
Sono sempre stata una persona curiosa e socialmente impegnata. Ho iniziato a leggere alcuni lavori di Huntington, McNeill e Chomsky studiando relazioni internazionali durante il primo anno di università di Interpretariato Parlamentare, che ho successivamente abbandonato per dedicarmi completamente alla musica. Ritengo che l’arte possa alimentare in modo potente la coscienza sociale, e portare agli occhi dell'opinione pubblica temi caldi dei nostri tempi.
Sono sempre rimasta folgorata dal prodotto di voci artistiche capaci di "dire qualcosa" che fosse al di là della produzione formale legata a una specifica disciplina, e l’album "Il Labirinto dei Topi" rappresenta proprio un tentativo di esprimere tramite la musica la mia visione del mondo. In molti casi casi, le mie composizioni nascono da testi, immagini o altri contenuti extra-musicali: "The Shooting", ad esempio, vuole essere la traduzione in musica del tragico episodio della Strage di Las Vegas (2017), rievocato tramite suoni di mitragliatrice e grida di aiuto da parte delle vittime.
Lo stesso singolo "Il Labirinto dei Topi" rappresenta la descrizione sonora dei vari passaggi di un esperimento sociologico eseguito sui topi, raccontato da Zygmunt Bauman nel suo libro "Società sotto assedio" e sperimentato dallo psicologo cognitivo-comportamentale Edward C. Tolman. In questo brano la voce riveste un ruolo narrativo e descrittivo delle varie fasi dell’esperimento, in cui il movimento scomposto e concitato dei ratti all’interno del labirinto viene rappresentato tramite linee melodiche intricate e poliritmie serrate. Ci sono però anche composizioni come "Scherzo" e "Be Bear Aware", in cui è il materiale sonoro ad aver ispirato immagini e tematiche, che ho sviluppato tramite testi e improvvisazioni vocali soltanto in un secondo momento.

Il tuo sito menziona anche il progetto Soul's Spring, nato nel 2018. Dai frammenti di video trovati in rete, sembra orientato su uno stile più "posato" rispetto ai pezzi usciti a gennaio, anche se le influenze dichiarate (Avishai Cohen, Tigran HamasyanSteve Coleman...) fanno comunque pensare a orizzonti ritmici piuttosto intricati. Che cosa puoi dirci di più?
Ho fondato Soul’s Spring nel 2017, non appena approdata a Bruxelles; questo progetto rappresenta la mia prima esperienza come band-leader, pertanto è un sestetto a cui sono particolarmente affezionata e che mi ha permesso di crescere molto, facendomi acquisire maggiore sicurezza nelle mie abilità di management e di leadership. Pur essendo legate a un’estetica modern-jazz, le composizioni proposte coi Soul’s Spring già presentavano un’embrionale tendenza alla sperimentazione e alla complessità ritmica, rivestita da melodie cantabili e soluzioni armoniche più tradizionali. Data la diversa direzione musicale di alcuni membri della band, ho preferito fondare Archipélagos per portare avanti la mia personale ricerca in campo ritmico e improvvisativo.
Soul’s Spring rimane comunque un progetto che spero di riuscire a portare avanti in parallelo, per avere ancora l’occasione di suonare con grandi musicisti e amici come Andreas Polyzogopoulos (tromba), Giovanni di Carlo (chitarra) e Flavio Spampinato (voce).

A Bergamo l'annuale festival jazz è una rassegna di una certa rilevanza, che in tempi recenti ha visto succedersi alla direzione Paolo Fresu, Enrico Rava, Dave Douglas... Ti è capitato di seguirlo nelle passate edizioni? Quali sono state, in questo o in altri contesti, performance vissute in veste di ascoltatrice che ti hanno particolarmente colpita?
È proprio curioso ritrovarmi a parlare di Bergamo Jazz dopo aver speso l’intera giornata di ieri al Teatro Donizetti, alle prese con interviste e registrazioni video e audio di un nuovo progetto ideato proprio dallo staff di questo strepitoso festival! L’organizzazione di Bergamo Jazz guidata da Roberto Valentino ha infatti predisposto la registrazione di cinque video promozionali presso il teatro Donizetti, coinvolgendo artisti del calibro di Enrico Rava, Tino Tracanna, Gianluigi Trovesi e Dan Moye. Questo per raccontare la storia del festival e sponsorizzarne l’edizione 2021.
Partecipare a questo progetto in rappresentanza del jazz di oggi e di domani è stata per me e Federico Calcagno una grandissima soddisfazione e un’occasione performativa di buon auspicio per la nostra carriera musicale. Personalmente, mi sento particolarmente legata a Bergamo Jazz non solo perché Bergamo è la mia città, ma perché questo festival dalle ampie vedute ha accompagnato il mio percorso di crescita musicale sin da quando ero bambina, proponendo concerti di grandi artisti come Dianne Reeves, Paolo Fresu, Ambrose Akinmusire e Mark Turner, che ricordo ancora oggi in maniera vivida. La performance di Bergamo Jazz che sicuramente mi aveva maggiormente colpita era stata presentata nel 2016 dal duo di Geri Allen e Joe Lovano, oggi mio insegnante al Berklee Global Jazz Institute. Pensare che un domani il mio nome potrebbe essere sul cartellone di Bergamo Jazz a fianco di questi grandi musicisti che hanno fatto la storia del jazz è fonte di grande emozione.



Come vedi il panorama jazzistico giovanile italiano, in questo momento, anche a 
paragone con gli altri ambienti europei che frequenti?
Sono estremamente convinta che l’Italia presenti un ventaglio di giovani musicisti dal grandissimo potenziale tecnico e artistico: penso ad amici e colleghi come Francesco Fiorenzani, Livio Bartolo, Federica Michisanti, Camilla Battaglia, Luca Sguera, Anais Drago, Federico Calcagno, Francesco Orio, e a tanti altri musicisti talentuosi che con gli anni hanno sviluppato una singolare personalità musicale, che gli ha concesso di ritagliarsi uno spazio nella ahimè piccola jazz industry italiana.
Le abissali differenze che ho notato tra l’Italia e altri ambienti europei non riguardano la preparazione e la professionalità dei musicisti, ma chiamano in causa la scarsa attenzione alla sfera educativa e le inesistenti politiche giovanili di inserimento al mondo lavorativo nel nostro paese, che purtroppo non riguardano solo il settore musicale. Il nostro è uno stato in cui fondi assai limitati vengono destinati all’educazione e alla preparazione degli insegnanti dal punto di vista della pedagogia musicale: per uno studente di conservatorio in Italia, l’inserimento nell’ambiente lavorativo e le opportunità di sviluppo della professione sono messe fortemente a repentaglio. Si tratta di un sistema che mina e declassa il settore culturale a discapito di artisti di talento che hanno dedicato la propria vita allo studio di alcune discipline considerate meno importanti di altre.
Il conseguente risultato è la fuga dei cervelli: tantissimi coetanei intraprendono parte degli studi o addirittura l’intera carriera musicale all’estero, dove spesso politiche a sostegno delle arti e della cultura rendono più facile la sopravvivenza di mestieri con una componente intrinsecamente precaria come quello del musicista.

E in questi tempi, che ascolti? Quanto è importante l'elemento se vogliamo "passivo" dell'ascolto musicale, per la tua crescita come appassionata e artista?
Ultimamente ho ascoltato il nuovo album della cantante Jen Shyu intitolato "Zero Grasses: Ritual For The Losses", "Pieces Oof Time" con Kenny Clarke, Andrew Cyrille, Milford Graves e Dan Moye, "Code Girl" e "Artlessly Falling" di Mary Halvorson, "Beats" di Dell, Lillinger, Westergaard, e "Bivališča" di Kaja Draksler.
Nel mio caso in particolare, penso che l’ascolto passivo mi abbia indirettamente influenzata come artista e spinta ad avvicinarmi all’ambiente musicale già in tenera età. Essere nata in una famiglia di musicisti ha infatti avuto i suoi lati positivi: ho avuto sicuramente la fortuna di essere esposta alla musica già da piccolissima, e inconsciamente credo di attingere tuttora da quelli che sono stati i riferimenti musicali della mia infanzia (principalmente la musica classica). Oggigiorno faccio invece molta fatica ad ascoltare musica senza porci particolare attenzione: devo confessare che mi è praticamente impossibile ascoltare brani senza analizzarne metrica, intonazione o armonia. Proprio per questo motivo, raramente mi capita di sperimentare reazioni davvero viscerali e spontanee durante i miei ascolti: da musicista riconosco infatti la forte tendenza alla razionalizzazione della musica, e un forte limite alla pura esperienza incorrotta del materiale sonoro. Tuttavia, essendo che durante la mia "giornata tipo" l’esposizione alla musica si protrae per numerose ore, sia per ragioni di studio che per ragioni lavorative, spesso nei cosiddetti tempi morti prediligo il silenzio all’ascolto passivo di altra musica.

Che piani hai per il tuo immediato futuro musicale?
I principali progetti a breve termine in cantiere sono il lancio di una nuova etichetta discografica (Habitable Records), creata in collaborazione con un collettivo internazionale di musicisti e improvvisatori, e la pubblicazione di un secondo album come leader! Sto attualmente componendo e registrando del nuovo materiale per un progetto di ricerca che andrà a coronare il mio percorso di studi presso il Berklee Global Jazz Institute (Boston); l’intento è quello di raccogliere queste musiche in un album che pubblicherò a inizio 2022 tramite Habitable Records. Inoltre sono in programma la registrazione di altri due album come coleader, un tour estivo con Archipélagos, un internship per una casa discografica negli States e forse un PhD più avanti.
Tanti sogni nel cassetto e una realtà troppo liquida che purtroppo non permette di fare previsioni a lungo termine: la speranza maggiore è che il settore culturale riesca presto a ripartire e a risollevarsi da questa situazione di stallo a cui ormai siamo costretti da più di un anno.

Discografia
 SOUL'S SPRING
 
 2 Beggars Ep (autoprodotto, 2018)
  
 ARCHIPÉLAGOS
 
Il Labirinto dei Topi (Emme, 2021)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Archipélagos - Be Bear Aware
(live @ Maastricht Jazz Awards 2020)

Archipélagos - Gomorra
(live @ Maastricht Jazz Awards 2020)

 

Tachykinesia (ft. Steve Lehman)

Soul's Spring - The General
(live @ Jazz Station Brussels 2019)

Soul's Spring - Nina
(live @ Jazz Station Brussels 2019)

Francesca Remigi su OndaRock
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