Jenny Hval

03-08-2025

Jenny Hval è una delle artiste più interessanti nel panorama musicale contemporaneo e i suoi lavori, divisi tra musica, arti performative e letteratura, sono qui a dimostrarlo. Il suo sguardo critico e impegnato si presta ora a un originale esperimento multisensoriale legato alle fragranze del mondo della profumeria e all’olfatto in senso più ampio. Senza rinunciare al guizzo ironico della sua scrittura, Hval approfondisce la sua meta-riflessione sul ruolo e il significato dell’essere artista in una contemporaneità sempre più fratturata e obnubilata dalla disconnessione digitale. 

Gli odori e i profumi sono una grande fonte di ispirazione per il tuo nuovo album. Hai concepito queste canzoni come un’esperienza sinestetica?
Ho iniziato a interessarmi di profumi proprio mentre dovevo iniziare a scrivere nuova musica e questo nuovo interesse si è aggiunto gradualmente nella fase di scrittura. Mentre lavoravo, provavo diversi profumi e fragranze e leggevo molto sulla loro storia. Non mi sono resa conto di quanto fosse profondo questo mio interesse fino quasi alla fine: per molto tempo ho pensato che fosse solo un ritorno a un mio vecchio hobby. Da adolescente ero infatti molto attratta da questo mondo.

Si può dire che, in un certo senso, hai provato a scrivere diversamente rispetto al modo tradizionale di ascoltare e “vedere” la musica? Come si intrecciano le arti performative e il corpo fisico con questo modo diverso di concepire l’esperienza musicale?
È una teoria affascinante, ma devo dire che non ero davvero consapevole del punto d’incontro tra musica e profumi fino a una fase piuttosto avanzata del lavoro sull’album. Non ho cercato in modo deliberato di andare oltre l’ambito sonoro. Cercavo di scrivere qualcosa che suonasse come un mixtape o un programma radiofonico: un gruppo di canzoni capaci di muoversi tra tempi e spazi diversi. Per quanto riguarda la seconda domanda, faccio fatica a rispondere perché, mentre scrivevo, non ho avuto la sensazione di sconfinare in qualcosa di davvero interdisciplinare. Detto questo, è vero che qualsiasi opera d’arte esiste sempre all’interno di un mondo sensoriale interdisciplinare.

Ho visto la tua performance "I want to be a machine" un anno fa e mi ricordo che gli odori avevano un ruolo cruciale già allora.
Avevo già scritto gran parte della musica per l’album nel 2023, ma, prima di registrare, volevo creare una performance partendo da quel materiale. Credo fosse un modo per sfuggire alla sensazione del classico “album cycle”, per cui prima si registra qualcosa e poi si fanno concerti per “promuoverlo”. C’è qualcosa di profondamente necessario nell’esibirsi senza l’obbligo di promuovere la propria musica. Io e Håvard Volden abbiamo poi deciso di produrre l’album partendo dalle demo iniziali, scritte prima di “Machine”. Ci è sembrata la scelta più naturale, anche se in alcune performance avevamo eseguito parti dei brani in modo diverso. Ma lo spettacolo, e in particolare l’uso di profumi e materiali, ha comunque influenzato il modo in cui abbiamo prodotto e assemblato “Iris Silver Mist”. Volevo avere dei diffusori di fragranze sul palco, ma desideravo anche un oggetto che emettesse vapore in modo meno astratto, qualcosa che trasmettesse sicurezza e un senso di casa. Così ho proposto di usare dei cuociriso. Amo cucinare il riso nel cuociriso a casa mia, perché finisco sempre per dimenticarmi che è accesa, e poi all’improvviso sento il profumo del riso che si diffonde dopo mezz’ora. È qualcosa che si sviluppa nel tempo e ti entra quasi nel subconscio. Mi sembrava che lo spettacolo avesse bisogno sia di qualcosa di dichiaratamente rassicurante e domestico, sia di qualcosa di più estraniante, come il profumo pungente e forse un po’ provocatorio che abbiamo diffuso verso la fine dello show (molta ambra grigia). Perdipiù sapevo anche che la nota di riso stava “andando di moda” nella community dei profumi. Forse proprio per le stesse ragioni: qualcosa di sicuro a cui aggrapparsi in tempi difficili. Questi aspetti erano interessanti da portare nello spazio scenico, perché ho trovato che nella musica ci fossero molte contrapposizioni: melodie accoglienti contro monologhi più diretti, strumenti acustici accanto a tastiere dai suoni molto sintetici.

Una parte di “I Want to be a machine” ha cambiato forma ed è poi confluita in “Iris Silver Mist”. Cosa ha influenzato le tue scelte nell’includere o escludere alcuni parti dell’altro progetto?
Sapevo di non voler inserire troppo spoken word nell’album, anche perché molte idee le stavo già includendo nel mio ultimo libro (purtroppo, per ora pubblicato solo in norvegese) che è uscito parallelamente a “Iris Silver Mist”. Sentivo anche che parte del materiale dello show sarebbe invecchiato in fretta – ad esempio, avevo scritto un monologo sul legame tra Spotify e l’IA militare. E, infatti, è già vecchio: ora la situazione è decisamente peggiore.

Ho letto che ormai sei diventata una specie di “nerd” di profumi e fragranze! Hai mai provato a creare una tua fragranza?
Ho il massimo rispetto sia per i “nasi” del mondo delle fragranze (sia quelli formati in modo classico che i creatori indipendenti) sia per i direttori creativi, e non ho alcuna intenzione di mettermi a creare miscele di olii per conto mio. Vedo la composizione di una fragranza come una sorella della composizione musicale o della poesia. Mi interessa di più l’intersezione tra questi mondi piuttosto che lavorare in un campo per me del tutto nuovo. Anche se sarebbe divertente un giorno scrivere qualcosa che potesse ispirare una fragranza, come una sorta di partitura per una composizione olfattiva. I miei odori preferiti sono il cemento bagnato, le rose scure e le zampe del mio cane (come profumi separati, non tutti insieme). Il mio direttore creativo preferito è Serge Lutens, l’ideatore del profumo Iris Silver Mist. Ci sono diverse fragranze di Lutens che adoro, come Daim blond, Filles en aiguilles, Muscs koublaï khan. Trovo invece che molti dei marchi più recenti (perlomeno quelli più popolari) siano meno interessanti. Però naturalmente sono ancora piuttosto nuova nel mondo dei profumi, quindi sto ancora esplorando. E poi, ovviamente, in Italia succedono tantissime cose interessanti in questo campo.

Ho letto che hai descritto “Iris Silver Mist” come un “late-night musical essay”. Il tuo lavoro come scrittrice (romanzi, saggi e altri testi) ha influenzato o magari cambiato il modo in cui ora ti approcci ai testi delle canzoni?
Assolutamente sì. Volevo essere una scrittrice molto prima di iniziare a comporre musica e tutto quello che ho fatto a livello musicale è sempre stato legato alla letteratura. Così come da luoghi più misteriosi, intuitivi, invisibili. Trovo che spesso i testi delle canzoni vengano percepiti come dei puzzle, qualcosa che si adatta a melodie già esistenti. Ma io tante volte ho preso parole da un saggio che avevo scritto, o da una poesia, o anche da una poesia di qualche altra persona, e ho musicato le parole (una volta ho preso un paragrafo dal libro "I LOVE DICK" di Chris Kraus e ci ho costruito sopra la canzone “Conceptual Romance” [da “Blood Bitch”, ndr] – poi in un secondo momento ho cambiato le parole, trasformandole in una sorta di omaggio a Kraus, o addirittura in una “recensione”). Per "Iris Silver Mist" invece sono stata più convenzionale e ho scritto prima le melodie. Forse perché in quel periodo ero più concentrata sull’annusare fragranze che sullo scrivere parole. Se non sbaglio, il testo di “To Be A Rose” non era ancora finito fino a due settimane prima che il disco fosse masterizzato. Ci ho messo tantissimo a trovare le parole giuste, anche se avevo già portato il brano dal vivo tante volte con testi provvisori. Mi capita spesso: le canzoni a volte devono essere suonate dal vivo per capire cosa vogliono diventare davvero.



 

Uno dei concetti più interessanti che esplori nei tuoi ultimi lavori è l’idea di performance artistica e della metamorfosi costante che ne deriva. Mettere in scena un “palco metaforico” e la meta-riflessione sulla creazione artistica erano aspetti centrali in “Classic Objects”, in particolare nella title track. Come si sono evolute le tue riflessioni su questi temi mentre lavoravi a “Classic Objects”, “I Want to be a machine” e “Iris Silver Mist”?
Penso che questo aspetto metariflessivo sia sempre stato presente per me, fin da quando ho iniziato a scrivere canzoni. In tutto quello che ho scritto c’è sempre stato un elemento di “ma che cosa diavolo ci faccio qui?” e una certa ambivalenza nel lasciarmi andare del tutto a un genere o a un linguaggio specifico, come la “finzione” o la “canzone pop”. Credo di essere cresciuta sentendomi un po’ un’outsider, e da bambina non sono mai riuscita semplicemente a danzare, cantare o suonare senza chiedermi anche “perché lo sto facendo?”. Mentre scrivevo sia “Classic Objects” che “ISM”, stavo lavorando anche a un testo che all’inizio pensavo fosse un romanzo, ma che poi si è trasformato in un libro di saggistica. Si chiama "Scenemennesket", che significa più o meno “l’essere umano sul palco”. Ci sono moltissimi parallelismi tra quei due album e il libro, e il tema principale è proprio questo: “Cosa significa essere un essere umano su un palco? Che tipo di persona divento, lì sopra? E cosa ci succede quando siamo così esposti e visibili?”.

In “Iris Silver Mist” mi sembra che morte e assenza siano poste come due categorie distinte, e la seconda mi sembra perfino più spaventosa della prima. Dalla morte si può rinascere come fantasma o come un’altra piccola odorosa particella, continuando così a esistere nell’Universo; l’assenza rappresenta invece un vuoto completo, irreversibile, una dissociazione dall’esistenza. Penso, ad esempio, a “All Night Long”, dove un’amica si dissocia dalla propria vita e dalla propria casa, e l’artista inscena una danza macabra sulla propria tomba. Anche nella tua interpretazione delle canzoni, morte e assenza sono due entità separate?
Con “assenza” qui intendo un’assenza decisa da altri. Una morte forse può essere decisa dalla mente, ma in realtà sarà determinata dal corpo. Quando sei assente, potresti perfino non accorgertene: sei stato semplicemente cancellato. Sento che nella nostra epoca c’è molta assenza proprio dove dovrebbe esserci arte, che si tratti del tempo che finiamo per passare a scorrere senza fine sul telefono o a leggere teorie del complotto, tempo che invece potremmo passare dentro noi stessi, leggendo un libro. Oppure, dove una volta c’era almeno musica dal vivo, oggi ci sono i reality show con celebrità in tv. Dicendo questo sembro molto vecchia, e ovviamente è una visione estremamente semplificata, ma ho la sensazione che l’arte sia stata resa assente già da molti anni.

Penso che questa distinzione tra morte e assenza diventi ancora più chiara in “The artist is absent”, che mi sembra spingersi oltre l’idea di Roland Barthes sulla morte dell’autore. Qui l’artista non è solo “morto”, ma non può proprio più esistere. Forse, allora, la domanda da porsi diventa: può l’arte continuare comunque a esistere e ad avere un senso, politico magari?
Non saprei. Forse…

Mi sembra abbastanza evidente che letteratura, poesia e filosofia convivano nella tua musica. In particolare, ho l’impressione che i tuoi ultimi due album abbiano incarnato e trasformato idee provenienti dalla filosofia del new materialism e dal femminismo postumano (penso a Rosi Braidotti, Donna Haraway e ad altre autrici e autori più giovani). Nella tua musica più recente si scorge il legame tra umano e non-umano, materia organica e non-organica, in un modo che mette criticamente in discussione le tradizionali dicotomie occidentali natura/cultura, corpo/mente, donna/Uomo. Ti capita di lavorare esplicitamente con queste idee quando componi musica e scrivi testi poetici?
Non proprio. Ho letto molto di quello che citi, ma non mi sento abbastanza “accademica” da poter trasformare certe idee teoriche. Posso prendere in prestito – e so che esiste molta arte che porta una ricerca teorica molto approfondita dentro l’opera – ma so anche di non avere una conoscenza abbastanza approfondita per spingermi davvero in quella direzione. Posso lasciarmi ispirare da certe idee, ma quando scrivo “becoming-animal” in “The artist is absent” sono perfettamente consapevole che Deleuze & Guattari probabilmente troverebbero il mio contesto – la composizione, il resto del testo – del tutto scollegato dai loro scritti. E forse persino infantile o “da studentessa undergraduate”. Tra l’altro, fun fact: il mio “becoming-animal” in realtà fa più riferimento a “Get Out Of My House” di Kate Bush che a Deleuze.

Che ruolo hanno l’ironia e le immagini assurde e surreali nella tua scrittura?
Lo stesso che c'è nei sogni: aiuta sia a far emergere verità più profonde, sia a mascherare la nostra banale, noiosa esistenza.

(3 agosto 2025)

Jenny Hval su OndaRock

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