Jonn Serrie

Un esteta nello Spazio

intervista di Filippo Bordignon

Considerato in patria tra i massimi visionari dei generi ambient e new age di sempre, Jonn Serrie, compositore del Connecticut classe 1951, è nome non sdoganato a sufficienza nel Belpaese, complice l’albionica predominanza BrianEniana e, di rimando, la parziale messa in ombra di una scena, quella statunitense che, da un quarantennio, propone eterea bellezza sondando le profondità dell’ignoto.
Azzeccato nel 1984, con la musicassetta “Starmoods”, un esordio già contenente, in nuce, le ragioni della propria grandezza, sarà solo tre anni più tardi che pubblico e stampa di settore si troveranno unanimi a decretare il successo del nostro: il titolo è noto agli appassionati della migliore new age, quel “And The Star Go With You” che confeziona sei strumentali di malinconia non umana, un mood prodotto da sapienti scelte accordali inabissate in effetti di venti siderali e registrazioni di vuoti cosmici. Le ragioni della serrierana rilevanza risiedono in superfici melodiche efficaci ma non scontate, uno stile che ha contribuito ad archiviare le teutoniche dissonanze della kosmische musik, prendendo a prestito l’esempio del migliore Vangelis elettronico, coniugato in sonorizzazioni per documentari, pellicole cinematografiche e fino all’industria dei planetari di mezzo mondo. Ma, nel prosieguo di una parca produzione discografica - se paragonata alla creatività incontrollata dei paladini del genere in analisi - sono molti i motivi di eccellenza che andrebbero rispolverati. È il caso delle ninnenanne suonate da galassie irraggiungibili di “Flightpath” (’89), in cui fanno capolino, in aggiunta, anticipazioni dell’apertura verso l’inconoscibile che avrà per maestro, di lì a un decennio, Steve Roach; nella squisitezza narrativa di “Tingri” (’90), epitome di new age eighties e bignami di un Tibet idealizzato da una spiritualità senza confini religiosi; nel romanticismo lounge di “Ixlandia” (’95), impreziosito dall’uso giudizioso di sassofono e chitarra classica; nella fioritura di un terzo stile per il nuovo millennio, con le campiture espanse all’estremo di “Thousand Star” (2009) e “Day Star” (’14), space music sempre evocata attraverso un lirismo di toccante delicatezza.
Si tratti di musica cosmica concepita, giustamente, senza un inizio e senza una fine, o di brani strutturati all’interno di un semplice tempo in quattro quarti, tutto in Serrie è levigato secondo un’estetica raffinata eppure mai asettica. Emozionante per chi si voglia emozionare, cerebrale per gli amanti dei viaggi della mente nello Spazio, egli è autore che ha fatto della misura lo stile supremo da cui iniziare il proprio viaggio verso l’infinità che conteniamo.

Jonn, qual è l’obiettivo ultimo della tua musica?
Attraverso il potere della musica, intendo invitare il pubblico a sperimentare la magia dell’essere nello Spazio.

Il rapporto tra composizione e improvvisazione?
Li vedo come due concetti simili e strettamente correlati. Direi che per me la composizione è improvvisazione in forma ordinata e, di rimando, l’improvvisazione è composizione in forma libera.

Qual è il tuo album più compiuto, dal punto di vista creativo?
“And The Stars Go With You”, per l’impatto emotivo che ha avuto su di me l’evento dello Shuttle Challenger, e il successivo effetto sulle persone di tutto il mondo.

La dolcezza di “And the Stars Go with You” ha appunto a che fare con una tragedia…
L’album si basa sull’incidente dello Shuttle Challenger del 1986. Al tempo stavo scrivendo delle musiche commissionatemi per il progetto Teacher In Space della Nasa attraverso un cliente dell’industria dei planetari; l’incidente mi ha colpito nel profondo, e così ho deciso di onorare l’eredità del programma Teacher in Space, gli astronauti coinvolti e, soprattutto, la figura di Christa McCauliffe.

Come compositore, ti attrae maggiormente la semplificazione o la complicazione?
Entrambe sono necessarie. Ma dipende, di volta in volta, dalle esigenze dell’espressione musicale a cui sto lavorando. In generale, mi sforzo di conferire ai miei brani le caratteristiche di semplicità e purezza. Per farlo, però, spesso devo ricorrere ai tanti e complicati strumenti di sintesi e registrazione che ho a disposizione.

Con “Lumia Nights” hai raggiunto un nuovo livello di eleganza. Non temi di venir tacciato come formalista?
Lo vedo come un complimento. Per “Lumia Nights” cercavo appunto uno stato di eleganza e romanticismo ben precisi e, per ottenerli, ho impiegato soluzioni tecniche mirate a ottenere esattamente quei risultati.

“The Stargazer’s Journey” è un album atipico nella tua discografia, con evidenti riferimenti alla kosmische musik degli anni Settanta.
Il mio scopo era fornire al pubblico un dipinto musicale di quello che stavo osservando nel cielo notturno in quel periodo; ciò deriva dal mio profondo apprezzamento per la cosmologia e l’astronomia, per le quali nutro un forte interesse, fin da bambino.

È da poco uscito “Ascendant Destiny”: in cosa si differenzia dagli album precedenti?
Lo vedo sulla linea dei miei album dedicati allo Spazio profondo come “Planetary Chronicles” e “The Sentinel”. A ispirare “Ascendant Destiny” sono state le immagini del telescopio spaziale James Webb, oltre che un romanzo di fantascienza quale “Burattinai nel cosmo” di Larry Niven.

Come cambia il tuo approccio compositivo quando scrivi su commissione per i planetari, piuttosto che per un album?
In realtà non cambia. È più che altro un’evoluzione del mio stile, adattato a uno specifico scopo musicale. Sia nelle creazioni per i planetari che in quelle per gli album, utilizzo diverse strategie a procedere e diversi approcci al sound design, così da aprire il suono ad atmosfere sempre più ampie. E, mi pare, funzioni bene in entrambi i settori.

C’è qualcosa di tipicamente nordamericano, nella tua space music?
Beh, sono cresciuto nel periodo in cui gli Stati Uniti hanno creato la Nasa; al tempo il paese era coinvolto nella corsa allo Spazio e nelle prime esplorazioni. Ho sempre pensato che questo tipo di esplorazione dell’ignoto sia un fatto tipicamente americano. Ricordo ancora mio padre che mi indicava con il dito un puntino nel cielo, il satellite artificiale Sputnik 1, lanciato in orbita nell’ottobre 1957. E ricordo anche di aver assistito in televisione all’allunaggio dell’Apollo 11, nel 1969, e la forte impressione che l’evento ebbe su di me.

Tecnicamente parlando, quali sono gli elementi indispensabili per il tuo sound?
Si tratta di un’informazione riservata. Posso dirti che ho un misto di macchine analogiche e digitali che uso in relazione a ciò che richiede la composizione. I must per me sono il riverbero e le apparecchiature che generano eco, importanti per fornire uno sfondo spaziale a tutti gli altri elementi.

L’attore David Carradine. Come vuoi ricordarlo?
Per il contributo al benessere e alla salute delle persone in tutto il mondo, grazie a una serie di video didattici su Tai Chi e Qigong, per i quali io fornii le musiche.

Potessi cambiare qualcosa nell’industria musicale, cosa cambieresti?
Mi ostino a pensare che gli artisti devono essere gli esclusivi proprietari delle loro registrazioni. Fortunatamente, ho avuto questa opportunità per la maggior parte della mia carriera discografica.

Durante un’intervista, il leggendario Iasos mi disse che tu eri uno dei suoi compositori preferiti.
Iasos è stato uno dei padri fondatori della musica new age. Sono stato onorato di conoscerlo e di aver ricevuto un tale apprezzamento, proprio da lui.

Questa è di Pete Townshend: “Il giorno in cui apri la tua mente alla musica, sei a metà strada per aprire la tua mente alla vita”. Una frase esagerata?
Totalmente d’accordo con Townshend. È necessario avere una mente aperta, nella creazione della musica, così come un cuore altrettanto aperto, per percepirne con esattezza la direzione.

Molti compositori ambient/new age legano la loro musica a precise convinzioni religiose o comunque spirituali.
Nel mio caso, la meditazione è una necessità assoluta, per creare. Mi aiuta a partire da una tela bianca, in modo che tutte le idee possano essere riconosciute e valutate su un piano di parità. Aggiungici che sono cresciuto in un ambiente fortemente ecclesiastico, in cui la musica era presentata come sacra e trattata come tale.

L’arte dovrebbe sempre contenere un aspetto politico/ sociale?
Secondo la mia esperienza, ti rispondo di no; gli aspetti sociali e politici non trovano posto nella mia musica; spero anzi che essa incuriosisca le persone a valutare il quadro generale, andando dunque al di là delle questioni che hai nominato.

Qual è l’aspetto più difficile dell’essere un musicista nel 2024?
Adattarmi alle attuali modalità di distribuzione tramite download e streaming è stata una sfida, per uno come me. Ero abituato ai metodi tradizionali, ma il tempo e la tecnologia vanno avanti, e io, come ogni altro, devo adeguarmi.

Durante un’esibizione, cosa consideri “errore” e come lo gestisci?
Un’interruzione di corrente imprevista sarebbe la mia più grande preoccupazione, durante un’esibizione. Per il resto, mi esercito costantemente al fine di eliminare la possibilità degli altri tipi di errore, quelli che mi riguardano personalmente.

Quale sarà la prossima barriera che la musica elettronica farà cadere?
Il cielo è il limite. E, tuttavia, è anche possibile andare oltre il cielo, spingersi ai limiti dell’universo, ed è esattamente ciò che ho sempre cercato di fare, nel mio piccolo. Non vedo limiti alla musica o alle strategie per evocarla. Credo che il contatto telepatico tra due cervelli sia uno dei prossimi step possibili.

Quale contributo senti di aver dato al mondo dell’ambient?
Avendo lavorato spesso nell’industria dei planetari, credo che l’influenza dell’universo e della sua natura espansiva abbia contribuito notevolmente a fondare le mie peculiarità stilistiche.

Si sa poco della tua vita privata: quali sono gli ingredienti della tua giornata perfetta?
Inizio e concludo la mia giornata con la meditazione, ringraziando per ciò che ho. Ritengo che la creatività sia un dono, e vada usata con buone intenzioni. Per il resto, trascorrere del tempo con mia moglie Annie ed esplorare inedite idee musicali in studio di registrazione sono aspetti imprescindibili della mia giornata perfetta.

Molti artisti sognano di comporre il proprio capolavoro. Sai dirmi come suonerebbe, il tuo capolavoro?
Sono convinto che il mio catalogo, nella sua interezza, sia il mio cosiddetto “capolavoro”. Tutto ciò che ho composto e pubblicato contiene una sorta di natura speciale e un significato in sé che unificano la mia discografia, sicché non avrebbe senso parlare in termini di separazione.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?
Essere padroni del proprio tempo e usarlo con saggezza, alla ricerca della perfezione creativa.

Discografia

JONN SERRIE
Starmoods (1984)
And The Stars Go With You (Miramar, 1987)
Flightpath (Miramar, 1989)
Tingri (Miramar, 1990)
Planetary Chronicles vol. I (Miramar, 1992)
True North (with Reynolds, Speer, & Tangerine Dream, Miramar, 1992)
Midsummer Century (Miramar, 1993)
Planetary Chronicles vol. II (Miramar, 1994)
Ixlandia (Miramar, 1995)
Upon A Midnight Clear (Miramar, 1997)
Spirit Keepers (Miramar, 1998)
Dream Journeys (Goldhil, 2000)
Century Seasons (antologia, Miramar, 2001)
Lumia Nights (2001)
Yuletides (2002)
The Stargazer's Journey (2003)
Merrily On High (2004)
Epiphany: Meditations On Sacred Hymns (2005)
Sunday Morning (2005)
Thousand Star (2009)
Day Star (2014)
The Sentinel (2017)
JONN SERRIE E DR. JERRY ALAN JOHNSON
Tai Chi Meditation, Vol. 1: Life Force Breathing (1994)Tai Chi Meditation, Vol. 2: Eight Direction Perception (1994)
JONN SERRIE E GARY STROUTSOS
Hidden World (2000)
Hidden World Beyond (2009)
JON SERRIE CON GEODESIUM E BARRY HAYES
Celestial Rhythms: NYC Live '85 (2015)
Pietra miliare
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