We deserve to dream, ovvero “tutti quanti meritiamo di sognare”.
Xavier Rudd è uno dei pochi che ogni volta aiuta a farlo, almeno per un paio d'ore, per questo lo scorso 29 settembre sono accorsi in più di un migliaio all'Orion Club di Ciampino, alle porte di Roma, per applaudirlo in occasione della prima tappa del mini-tour italiano che nei giorni immediatamente successivi ha fatto scalo anche al Gran Teatro Geox di Padova e al Teatro Clerici di Brescia.
Il talentuoso cantautore e polistrumentista di Torquay, che da qualche mese sta promuovendo il suo nuovo Ep intitolato “Where To Now”, pare molto maturato dai tempi del disco d'esordio “To Let” del 2002, sia sul piano compositivo che su quello umano, tanto che si fa sinceramente fatica a trovare una sola ragione per non innamorarsene. Biondo, muscoloso, tatuaggi ben in vista, alcuni gli invidieranno il fisico scolpito da surfista, attività che pratica quotidianamente sin da quando era in fasce, altri ne apprezzeranno invece il sorriso contagioso e l'indole da giramondo, vegetariano ed ecologista, educato e gentile, sempre attivo per la tutela dell'ambiente, degli animali e nelle lotte per i diritti delle minoranze aborigene.
C'è una particolare dote, però, che spicca sopra le altre, ed è quella che qui ci interessa maggiormente, ovvero il fatto che è pure un musicista straordinario, capace di suonare ben sedici strumenti diversi, tra cui
didgeridoo, banjo,
djembe,
stompbox e le più tradizionali tastiera, chitarra e armonica a bocca. Durante gli spettacoli live li sfodera tutti, uno dopo l'altro, e il mix
di ciascuno di questi elementi unito ad atmosfere etniche ora danzerecce, ora più riflessive e intense, trasforma ogni suo concerto in un magico rito collettivo.
Il
warm-up dell'evento romano è affidato al giovane e promettente Finojet, che si è fatto strada con la band Calypso Cora. All'Orion propone invece brani dal recente album di debutto solista, pubblicato giusto un paio di settimane addietro: tra un simpatico invito a cantarli tutti insieme, che gli spettatori raccolgono amichevolmente visto che i ritornelli orecchiabili si prestano, e momenti più acustici e intimisti, il
set scorre via coinvolgente e gradevole, mescolando indie-rock a reggae e influenze folk, come tipico, guarda caso, del repertorio eclettico ed eterogeneo di Xavier Rudd. Ma ciò che impressiona di più è la fortissima somiglianza, “quasi sospetta” notano alcuni, tra i loro timbri vocali e il modo di cantare: quando più avanti si viene a sapere che Finojet è uno dei due figli di Rudd (è nato dal suo primo matrimonio con l'artista canadese Marci Lűtken,
ndr) non ci sorprendiamo affatto, anzi, e da quel po' che abbiamo ascoltato sembra avviato anch'egli a un futuro roseo.
Al termine della sua esibizione calano improvvisamente le luci in sala e inizia una pausa inspiegabilmente lunga: qualcuno si spazientisce e fischia, ma lo fa più per ammazzare la noia che non per rovinare il clima festoso; poi alle 22 circa, con abbondante ritardo sull'orario concordato, sale finalmente sul palco il protagonista più atteso, Xavier Rudd, e lo show ha dunque inizio, per la gioia dei fan stanchi di aspettare.
Come al solito entra in scena a piedi scalzi, abitudine radicata che lo contraddistingue da anni e tramite la quale vuole evocare l'attaccamento al pianeta e l'indissolubile legame con la natura: sono alcuni dei principali temi che si riscontrano nei testi delle canzoni, a partire dal lieto inno d'apertura “Let Me Be” (“lasciami sentire i miei piedi/ lasciami essere libero”) e da “Energy Song”, che nel
mood rispecchiano la sua filosofia libera di vivere e pensare (“mi sento così connesso, mi sento così vivo/ quando la luna fissa il sole/ nei giorni in cui faccio surfing in mezzo a loro”).
Rudd, oggi quarantasettenne, appare davvero in splendida forma e strappa applausi convinti, seduto comodo sul trono da cui detta i ritmi, un grande sgabello circondato da un arcobaleno di strumenti disposti tutt'attorno e pronti per l'uso. Rubano l'occhio gli imponenti
didgeridoo in legno, o
yidaki, come lui stesso preferisce chiamarli adoperando il dizionario degli Yolngu, una tribù indigena residente nel nord-est della Terra di Arnhem, nell'Australia Settentrionale: nella lisergica “Lioness Eye” e soprattutto in “Culture Bleeding” rimarcano il canto gutturale in un ipnotico groviglio di percussioni e inducono a uno stato di
trance, trasportando lo spettatore in una dimensione energetica a sé, mentre nella dolce “We Deserve To Dream”, dalle vibrazioni crude
à-la "
Into The Wild" (si trova sull' album del 2021 “
Jan Juc Moon”, che ad oggi resta il suo ultimo
full-lenghth ufficiale) gli arrangiamenti tornano sobri e rasserenanti, al pari della scenografia, scarna ed essenziale, illuminata fondamentalmente dal
light design offerto dal locale.
Poi arriva un altro dei brani più acclamati, “Storm Boy” (dall'omonimo Lp del 2018), che trasmette un messaggio
hippie ottimista a dispetto dei tempi confusi e incerti che stiamo affrontando (“ora tutti sorridono al tramonto/ e sospirano di contentezza quando il giorno finisce/ mano nella mano con la persona che ami/ stiamo vivendo in un mondo bellissimo”): non è un caso che molti abbiano paragonato a più riprese Xavier Rudd a
Bob Marley, e in effetti le similitudini ci sono, considerate le preponderanti cadenze
dub e reggae della maggior parte delle sue produzioni, che fondono abilmente sonorità
roots, elettronica, folk-blues e
world music (“Ball And Chain”, che denuncia le ingiustizie sociali e le ataviche carenze istituzionali a proposito di materie indigene, cita peraltro orgogliosa alcuni versi di “Get Up, Stand Up” del profeta giamaicano).
Con “Shake It” e la toccante “Morning Birds” ci si tuffa nel catalogo recente: sono state pubblicate entrambe dapprima come singoli, e poi raccolte nello scorso giugno all'interno dell'Ep “Where To Now”. La seconda, vale la pena ricordarlo, era stata scritta in un momento piuttosto duro a livello personale a causa di alcuni problemi di salute (a gennaio il cantante aveva annunciato di essere stato colpito da un linfoma). La paura di non poter tornare alla normalità si riflette nel
mood ansioso del pezzo, ma fortunatamente il peggio sembra essere alle spalle.
Si va avanti con il
medley esotico “Messages/Guku” (tratte rispettivamente da “Food In The Belly” del 2005 e “Dark Shades Of Blue” del 2008), che con il tempo è divenuto
un classico negli spettacoli dal vivo, il momento
clou però è senza dubbio la commovente “Spirit Bird”, che a giudicare dalle reazioni della gente si conferma in assoluto il suo pezzo più amato. E' dedicata ancora una volta alla natia patria e al suo popolo guerriero, affinché non si arrenda e resista alle oppressioni: “Avanti, miei buoni compatrioti/ continuate a combattere per la vostra cultura ora/ e per la vostra terra/ sono passati migliaia di anni e sento il vostro dolore/ quelle persone anziane che vedete sono state schiacciate per troppo tempo”. L'idea dell'"uccello dello spirito" era stata ispirata da un incontro avuto nel Kimberley con un cacatua nero dalla coda rossa, eletto a simbolo di emancipazione e libertà: l'inizio è appena sussurrato alla chitarra, quindi il pathos sale in un vorticoso crescendo di emozioni, che i presenti trattengono a stento per poi lasciarsi andare al liberatorio “emanayo yo yo yo” del ritornello, scandito da mille voci all'unisono. Oltre ai telefonini spunta anche qualche fiammella dagli accendini, sollevati verso l'alto in maniera romantica come ormai si vede sempre più di rado. A più d'uno scappa una lacrima, così per alleggerire gli animi Rudd ora si destreggia in un altro paio di numeri tambureggianti (le solari “Come Let Go” e “Magic”) impreziositi da qualche assolo virtuoso allo
yidaki, suo inseparabile compagno di viaggio.
“Stoney Creek”, rallegrata dalla
lap slide guitar e da un divertente fischiettio, risale al periodo del
lockdown, quando l'isolamento forzato lo spinse in ritiro, sotto alberi di malaleuca, a meditare su cosa fosse davvero importante per sé e per la famiglia. “Breeze”, invece, esplora delicatamente i sentimenti e l'impatto positivo che ciascuno di noi può esercitare sul prossimo, generando forza magnetica e respiro vitale.
Per chiudere in bellezza, non può mancare ovviamente “Follow The Sun”, probabilmente la sua canzone più famosa, sulle cui note scatta la
standing ovation. Solo ventiquattro ore prima l'aveva eseguita all'Arena di Verona in duetto con
Zucchero, che lo aveva voluto al suo fianco come ospite speciale durante i
festeggiamenti per i suoi settanta anni, a testimonianza di come la credibilità e la stima di cui l'australiano gode presso i colleghi stiano aumentando in maniera direttamente proporzionale all'importanza delle cause di cui si fa portabandiera. Tutto meritato, senza retorica: Xavier Rudd non è un personaggio ma una persona, vera e autentica, che non ha la presunzione di dare risposte per salvare il mondo, ma solo l'entusiasmo di chi sa di poter contribuire a migliorarlo ponendo le giuste domande. Ed è per questo che lascia sempre il segno nel cuore, se poi anche la musica è di valore, ancora meglio.
Chapeau.