Bob Marley

Bob Marley

Il profeta dell'utopia reggae

di Mauro Vecchio

La storia del primo musicista terzomondista riuscito a brillare come una stella nel firmamento del songwriting, l'artista che in soli 36 anni di vita ha portato un intero movimento sonico, il reggae, a stravolgere qualsiasi logica del marketing applicato all’industria discografica. Con un linguaggio capace di scavalcare razze, colori, status economici e sociali nel nome di un'utopia universale
Questa è una storia universale e racconta la vita e le opere del primo musicista terzomondista riuscito a brillare come una stella nel firmamento del songwriting. La storia di un artista che in soli trentasei anni di vita ha saputo scrivere una quantità enorme di canzoni, che hanno portato un intero movimento sonico, il reggae, a stravolgere qualsiasi logica del marketing applicato all’industria discografica. Con un linguaggio capace di scavalcare razze, colori, status economici e sociali. Questa è anche la storia di un sound soprannominato One Drop, quando il roots reggae stravolge la sezione ritmica portando il batterista ad accentare solo il terzo dei quattro tempi previsti dallo standard musicale classico occidentale. Dalla piccola Giamaica, una rivoluzione che si abbatterà sul rock and roll come una tempesta tropicale. Ma questa è anche la storia di un grande autore di canzoni, capace di assimilare il formato standard verse/chorus per trasmettere emozioni pure in ogni parola, sotto il sole rilassante dei Caraibi. Appassionato di calcio e fumatore di ganja; personalità ipnotica e magnetica, quando chiude gli occhi e fa dondolare i lunghi dreadlocks sui palchi di tutto il mondo. Questa è la storia di un musicista diventato leggenda, con una stella sulla Walk of Fame, il suo Jamaican Order of Merit, milioni di dischi venduti e soprattutto parole che hanno forgiato le generazioni a seguire sotto il sole cocente di Kingston.

Capitolo primo - Crescendo nel ghetto: Trench Town

Su un fiume di canna da zucchero per lavare la mia paura, su una roccia appoggio la mia testa, là vedo attraverso i mari dell’oppressione, non fare della mia vita una prigione, veniamo da Trench Town, Trench Town

Bob MarleyLa Giamaica è una delle più grandi isole caraibiche, a circa duecento miglia a sud delle Florida Keys, aggrappata a un’economia basata principalmente sull’esportazione di caffè, zucchero di canna, banane e cocco. Con una società divisa tra la ricchezza nei centri abitati, come la capitale Kingston, e la feroce povertà in tutto quello che è periferia, la Giamaica è terreno fertile per instabilità politica e atti di violenza. In questo scenario viene alla luce Nesta Robert Marley (l’ordine dei nomi verrà poi invertito), nel primo pomeriggio del 6 febbraio 1945. Il piccolo viene alla luce nella parrocchia civile di St. Ann, una delle quattordici in cui la Giamaica è divisa. Nesta Robert è il frutto dell’amore di una coppia decisamente atipica: Cedella Malcolm ha solo 18 anni quando si unisce al capitano Norval Sinclair Marley, membro dell’esercito britannico che di anni ne ha invece 60. Innamorati a prima vista, i due si sposano nella fattoria del padre di lei nel piccolo villaggio rurale e montano di Nine Mile. Nemmeno il tempo di un sì e Norval riceve un’offerta di lavoro a livello governativo nella capitale Kingston. Lascia Cedella e St. Ann tornando solo per assistere alla nascita del figlio maschio, salvo tornare a Kingston e non tornare più indietro. Incapace di mantenere il figlio con i propri mezzi, Cedella inizia a vedere granturco nella tenuta paterna, mentre Norval prova a esercitare pressione su di lei per convincerla ad affidarglielo.

All’età di 4 anni, Nesta Robert frequenta la locale Stepney School dove apprende le basi dell’insegnamento primario, lettere e numeri. Notato subito dagli insegnanti per la sua capacità di apprendere molto velocemente, il piccolo sembra troppo intelligente per restare nella rurale Nine Mile. Norval torna alla carica e questa volta convince Cedella: a Kingston ci saranno scuole decisamente migliori per il suo futuro. Ma il capitano Marley gioca una serie di carte poco chiare, tentando di nascondere il figlio alla madre. Dopo un anno dal trasferimento, Cedella scopre che in realtà il bambino non vive affatto con il padre, e soprattutto che non è felice della vita a Kingston. Quando arriva nella capitale all’inizio del 1952, Cedella ritrova il piccolo Bob a casa di una tale signora Grey, ingaggiata da Norval con l’intento di far avere a suo figlio una cospicua eredità post-mortem. Il piano è stato però scoperto: Cedella e Robert tornano a Nine Mile. Nella parrocchia di St. Ann si torna alla modesta Stepney School, ma soprattutto ad aiutare nel negozio di frutta e verdura gestito dalla famiglia. Proprio durante le ore di lavoro Bob inizia a intonare diversi canti di venditori giamaicani che ha ascoltato durante il suo anno da recluso a Kingston. Nel 1955 arriva un primo e importante punto di svolta nella sua vita: il capitano muore dopo un attacco di cuore all’età di 70 anni, mentre Cedella è costretta ad accettare un lavoro da domestica a Kingston, lasciando il figlio nella fattoria del padre.

All’età di 11 anni, Robert si lega al cugino Sledger, mettendosi costantemente nei guai piuttosto che tenere a bada le capre. Il nonno Omeriah è costretto a tenerlo d’occhio per quasi due anni, fino al 1957 quando Cedella è pronta economicamente a sostenerlo. Il ragazzino torna a Kingston ancora una volta, ma al posto della facoltosa signora Grey trova sua madre nel ghetto ovest della capitale. Meglio nota come Trench Town, la west-side area di Kingston è il terzo mondo della Giamaica, tra fogne a cielo aperto, violenza e malnutrizione. Dopo il grande sciopero dei tagliatori di canna da zucchero nel 1938, l’isola caraibica è caduta in una spirale economica discendente, mentre l’indipendenza dalla Gran Bretagna dichiarata nel 1962 porta i due partiti principali nazionali, il Jamaican Labour Party (JLP) e il People’s National Party (PNP) a un conflitto intestino violento. Dopo diversi spostamenti, Cedella e Bob si stabiliscono al numero 19 di Second Street.

A 14 anni, Robert lascia definitivamente la scuola, concentrandosi sul gioco del calcio e sugli amici nel ghetto. In particolare c’è un amico, Neville O’Riley Livingston, detto Bunny, che è un grande appassionato di musica. I due si divertono a cantare le canzoni che passano alla radio accompagnati da strumenti musicali arrangiati alla meno peggio, con pezzi di bamboo e filo di rame. Nel 1960, la scena musicale giamaicana si divide tra il sound del mento, versione locale del calypso, e il vento r’n’b che soffia dai vicini States. Proprio l’unione tra questi due generi partorisce lo ska, con il suo beat velocissimo, il primo movimento musicale nazionale vissuto in prima persona da Robert. I giovani Bob e Bunny preferiscono però le sonorità a stelle e strisce, da Fats Domino a Curtis Mayfield, leader degli Impressions, tra le prime grandi influenze musicali di Robert, che sogna ora di formare un gruppo musicale tutto suo.
Cedella, che si spezza la schiena da anni a pulire pavimenti, non è affatto contenta del nuovo stile di vita del figlio, così lo spinge almeno a lavorare in un centro saldature. Ironia della sorte, è così che Bob incontra un altro amico musicista, Desmond Dekker, che ha già un gruppo suo, gli Aces, noto successivamente al pubblico internazionale per il singolo “Israelites” (1968).

Mentre apprende le basi del lavoro da saldatore, Bob frequenta un’altra persona che sarà molto importante per il suo primo approccio alla musica. Joe Higgs è la metà del famoso duo pre-ska Higgs and Wilson, rispettato sulla scena giamaicana per i suoi successi nei primi anni 60, ma soprattutto perché tiene frequenti lezioni gratuite di musica e canto proprio a Second Street, nel ghetto di Trench Town. Grazie agli insegnamenti di Joe, Bob e Bunny imparano a coordinare le proprie armonie vocali, insieme a un nuovo amico, un ragazzone alto di nome Peter MacIntosh, successivamente noto come Peter Tosh. È tempo di diventare un trio. Tosh è inoltre fiero possessore di una vera chitarra, decide così di insegnare a Bob come suonarla a modo, senza bamboo e fili di rame. La prima incarnazione della triade Marley, Tosh e Bunny Wailer si chiama The Teenagers, subito allargata grazie all’introduzione di due voci femminili, Beverly Kelso e Cherry Smith, seguite dall’altro vocalist Junior Braithwaite. Sono timbri vocali molto diversi, perché quello di Bob è sul tenore, mentre Bunny vira sul falsetto e Peter sui bassi. Il gruppo lavora costantemente sulle armonie tra stili diversi, privilegiando soprattutto cover dal repertorio di Sam Cooke, Ray Charles e The Impressions.

È il 1961 quando Bob, apprese le basi della struttura di una canzone popolare da Higgs, inizia a scrivere i suoi primi brani originali, nel tentativo di ottenere le sue prime registrazioni su disco. The Teenagers vengono però rifiutati da un impresario discografico locale, Leslie Kong, perché l’industria giamaicana è ancora troppo indietro e non può permettersi di perdere tempo e soldi dietro a gruppi o solisti non di sicuro successo commerciale. Ma Bob non si arrende e così chiama l’amico Desmond Dekker, che torna da Kong e lo convince ad ascoltare le sue versioni di Jimmy Cliff. Kong accetta di dare una chance al giovane Marley, che nel 1962 registra tre singoli su 45 giri, “Judge Not”, “One Cup Of Coffee” e “Terror”, per l’etichetta di Kong, la Beverley. Inevitabilmente, senza promozione radiofonica, nessuno dei singoli ha successo. In versione solista, Robert partecipa anche ad alcuni talent show locali, ottenendo un modesto successo, mentre la madre Cedella partorisce una bambina, Pearl, avuta dal padre dell’amico Bunny Wailer. Ancora alle prese con evidenti difficoltà economiche, la stessa Cedella decide di sposare il più facoltoso Edward Booker, lasciando a Bob il suo primo passaporto che vede scritto per la prima volta: Robert Nesta Marley, a nomi invertiti.

Diventato un vero e proprio homeless, Robert soffre la fame nel ghetto di Trench Town, decidendo di ristabilire i contatti con The Teenagers e di abbandonare l’idea di una carriera solista. Entra ora in scena un batterista rastafariano, Alvin “Seeco” Patterson, che insegna al gruppo come strutturare il ritmo, oltre che le armonie vocali. Nell’estate del 1963, Patterson conduce i The Teenagers al cospetto di Clement “Coxsone” Dodd, proprietario di uno degli studi di registrazione più importanti della Giamaica, conosciuto nel ghetto semplicemente come Studio One. L’audizione è un disastro e Dodd suggerisce al gruppo di fare ancora pratica, ma Peter Tosh risponde aggressivo che dovrebbero suonare ancora una canzone, un anthem ska del ghetto a firma Bob Marley: “Simmer Down”. Dodd cambia idea repentinamente e accetta di registrare il singolo, che verrà suonato allo Studio One con il nuovo nome della band, preso da un passaggio dalla Bibbia, Wailing Wailers. Con musicisti aggiunti come Ernest Ranglin alla chitarra e Rico Rodriguez al trombone, “Simmer Down” viene pubblicato come singolo nel Natale 1963 e agli inizi del 1964 sale al primo posto della classifica giamaicana, dove resterà per due mesi di fila, trasformando improvvisamente i Wailing Wailers in star locali.

Capitolo secondo - Con Peter e Bunny: The Wailers

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Bob Marley - The WailersCon il successo nazionale del singolo “Simmer Down”, i Wailing Wailers diventano graditi ospiti dello Studio One del produttore Clement Dodd. Addirittura Bob viene invitato a vivere tra le mura dello stesso studio di registrazione, dopo aver lasciato nuovamente la madre. Nel 1964 escono altre due hit, prima la lenta e soulful “It Hurts To Be Alone”, firmata e cantata da Junior Braithwaite, poi lo ska suadente “Lonesome Feeling” che è tra le prime canzoni a firma Marley, Tosh e Wailer. Nel 1965 viene centrato un quarto successo, “I’m Still Waiting”, che richiama le armonie dei gruppi doo-wop statunitensi, portandoli sotto il sole dei Caraibi. Vivere allo Studio One permette a Bob di fare pratica con la chitarra, ascoltando tutti i dischi r’n’b e soul di Dodd, una vera e propria immersione nel sound Motown. Nel frattempo, il genere ska lascia il passo al rock steady, che ha un ritmo praticamente dimezzato in velocità, lasciando a terra i fiati per decollare con le tastiere. I Wailing Wailers abbracciano questo rallentamento sonico, insistendo sulla via del successo tra show radiofonici e talent show dove Marley si esibisce con il nickname “Tuff Gong”. La hit del nuovo corso rock steady è “Rude Boy”, che esce come singolo nel 1965 sostituendo i fiati con la sezione ritmica basso-batteria, ovviamente un inno ai giovani del ghetto che si concedono alla violenza per sopravvivere al loro status sociale.

Alla fine del 1965 il produttore Clement Dodd decide di dare alle stampe il primo album chiamato semplicemente The Wailing Wailers, pubblicato per la sua etichetta, la Studio One, e praticamente una raccolta su Lp di tutti i brani registrati dal gruppo dal 1964. Da “Simmer Down” a “Rude Boy”, ci sono tutte le hit che hanno scalato le classifiche nazionali, insieme ad alcune cover in salsa ska come “What’s New Pussycat?” (portata al successo da Tom Jones) e “Ten Commandments Of Love”, versione gospel del gruppo statunitense R&B The Moonglows. Nell’album viene anche inserita una primitiva versione accelerata su ritmo ska di “One Love”. I Wailing Wailers hanno però una vita brevissima, dopo l’uscita di Junior Braithwaite che si trasferisce a Chicago, seguito a ruota dalle due vocalist Kelso e Smith. Resta così il nucleo formato da Marley, Tosh e Bunny, che decidono di continuare con il nome abbreviato The Wailers.

Terminato il primo progetto Wailing Wailers, per Bob arriva il momento di proseguire sul cammino della musica. All’inizio del 1965 ha conosciuto la cantante Rita Anderson, voce principale del trio femminile The Soulettes. Tra le figure più rispettate nel ghetto di Trench Town, Rita vuole sfondare con la musica esattamente come Bob, che accetta di introdurla a Peter Tosh e soprattutto a Dodd nello Studio One. Il produttore non è molto convinto, e chiede a Marley di seguire Rita per farla migliorare, compito accettato senza troppe storie da un Bob stranamente tenero di cuore. Dal momento che si è stancato di vivere in uno studio di registrazione, il giovane Marley accetta l’offerta della stessa Rita, che lo invita a vivere da lei con la piccolissima figlia Sharon, a casa degli zii. Bob si avvicina sempre di più a Rita, continuando a lavorare con Dodd prima di una furibonda lite sulle royalties dalle svariate hit prodotte con Tosh e Bunny. Il produttore rinfaccia l’ospitalità garantita nel suo studio di registrazione, e solo dopo accetta di sborsare un totale di 60 sterline che i tre Wailers superstiti si dovranno dividere. È la prima, amara lezione imparata da Bob sulle pratiche commerciali delle etichette discografiche.

Il 10 febbraio 1966, Bob sposa Rita e sigilla l’unione tra musicisti che fa sognare Trench Town. Il matrimonio è per il momento solo un simbolo d’intenti, perché Marley parte subito per gli Stati Uniti, in cerca di lavoro. L’esperienza in Delaware durerà poco più di sei mesi, tra un lavoro manuale e l’altro. Bob lava piatti, guida muletti e gestisce un parcheggio, mentre continua a scrivere nuove canzoni nel (poco) tempo libero. Non vede l’ora di accumulare qualche risparmio e tornarsene in Giamaica dalla sua Rita, ma è proprio in quel breve lasso di tempo che si manifesta un’altra importante svolta nella sua vita: il passaggio dalla fede cattolica all’altra religione monoteista del rastafarianesimo. I discorsi di Marley sono sempre più zeppi di riferimenti a Hailé Selassié, ultimo imperatore d'Etiopia dal 1930 al 1974 e considerato dal rastafarianesimo nuovo Messia e seconda incarnazione di Gesù. I seguaci noti come rastafariani sono caratterizzati anche per i cosiddetti dreadlocks, ovvero delle ciocche lunghe e dure di capelli annodati. Non obbligatori, i dreadlocks costituiscono una realizzazione materiale di un voto biblico, il nazireato, descritto nella legge mosaica e custodito nella cristianità dalla sola tradizione etiopica.
Con la sua nuova fede e lunghi capelli, Bob Marley torna a casa nell’autunno del 1966, con tante nuove canzoni e un unico obiettivo: far decollare la sua carriera discografica. Al rientro in Giamaica, Rita racconta al marito l’incontro con Selassié, che ha visitato l’isola caraibica mostrando a tutti le stimmate sulle sue mani. Anche la scena musicale locale è cambiata: le Soulettes hanno piazzato la hit “Pied Piper” per la Studio One, mentre gli amici Bunny e Peter hanno continuato a suonare come The Wailers. Avidi fumatori di ganja, lettori assidui della Bibbia, i due compagni di Marley hanno abbracciato il rastafarianesimo, ma soprattutto hanno mollato la Studio One di Clement Dodd, accusato di aver venduto i diritti di diverse hit nel Regno Unito senza elargire un solo centesimo agli autori. Tornato a casa, Bob sceglie di sostituire Dodd con il rastafariano Mortimer Planno, che diventa a tutti gli effetti il manager dei Wailers. Alla fine del 1966 Rita aspetta una bambina, Cedella, così Marley decide anche di tornare nella fattoria di famiglia a St. Ann e di tornare a Kingston solo ed esclusivamente per affari.
Senza Dodd, i Wailers decidono di fondare la propria etichetta discografica, la Wail’N Soul’M, con cui incidono la liturgia acoustic-soul “Selassie Is The Chapel”. Per registrare nuova musica in studio, il gruppo assume il produttore Clancy Eccles, che lavora alla genesi di due nuovi singoli, la “Nice Time” dedicata alla figlia Cedella e soprattutto la prima gemma “Stir It Up”, condotta suadentemente dal basso posato ed elegante di Aston "Family Man" Barrett. La fine del 1967 chiude così un periodo relativamente stabile e fecondo per i Wailers, nonostante diversi problemi tecnici di gestione amatoriale di una etichetta discografica.

Il 1968 inizia nel peggiore dei modi: Peter Tosh viene arrestato per aver partecipato a una protesta contro il governo suprematista in Rhodesia, mentre Bob e Bunny vengono incarcerati per possesso di marijuana. Mentre Marley se la cava con un mese di prigione, a Bunny viene inflitto un anno di pena a causa di una quantità nettamente superiore di ganja trovata in flagrante. Le vicende giudiziarie dei tre finiscono dritte nelle nuove canzoni dei Wailers, mentre Rita partorisce un maschietto, David, successivamente noto a tutti con il nome di Ziggy. La fine del decennio vede in generale una crescita esponenziale nella fede rastafariana di tutto il gruppo, vicino ai movimenti civili negli States sotto la guida di Martin Luther King Jr. Sotto l’influenza di Mortimer Planno, Bob si avvicina al gruppo religioso Twelve Tribes of Israel, che dall’enclave di Jones Town passa intere giornate a pregare, cantare e fumare ganja. Durante una di queste sessioni avviene l’incontro tra Marley e il cantante pop afro-americano Johnny Nash, che ha già piazzato una hit internazionale, “I Can See Clearly Now”, il cui ruolo diventa subito fondamentale per portare i Wailers all’attenzione di un pubblico più vasto di quello giamaicano.
Insieme al partner Danny Sims, Nash ha avviato una sua etichetta discografica nel 1964, prima nota come JoDa e poi, per via delle connessioni con i Caraibi, Cayman Music. Grazie al regime fiscale favorevole nelle isole Cayman, l’etichetta di Nash inizia a fatturare in maniera importante, così viene organizzata un’audizione per i Wailers con l’intento di esportarli, pur in mancanza di Bunny ancora in prigione. Marley e Tosh sono al settimo cielo, anche perché tutti vengono nominati autori per la Cayman Music con accordi economici molto diversi da quelli di Clement Dodd. La svolta vera arriva nel settembre 1968 quando Bunny esce di prigione e Sims fonda l’etichetta sorella JAD, che produce i primi singoli della rinata band agli inizi del 1969. Da “Mellow Mood” a “Put It On”, sono di fatto gli ultimi brani nello stile rock steady, prima che quest’ultimo rallenti ancora di più il ritmo per sfociare nel reggae.
Aperta dal brano “Do The Reggay” della band locale Toots and the Maytals, la stagione del reggae si scalda sotto il sole caraibico, abbracciata dai Wailers che ormai non hanno alcun tipo di vincolo creativo sotto l’etichetta Cayman + JAD. Marley torna allora dal primo produttore Leslie Kong, rispettato in tutta la Giamaica ma soprattutto uno tra i principali promotori del nuovo genere sonico.
Il lavoro con Leslie Kong è di quelli importanti: Marley, Tosh e Bunny registrano come trio diversi brani che lo stesso Kong ha intenzione di esportare anche nel Regno Unito. Si parte dall’anima blues di “Soul Shakedown Party”, con Tosh a guidare la melliflua “Stop That Train” e Marley che vira verso il lato funky del reggae con “Caution”. Sono solo alcune delle prime canzoni del nuovo corso che non ottengono alcun riscontro commerciale al di fuori della Giamaica. Kong avvisa il gruppo: vuole pubblicare un disco intitolato The Best Of The Wailers, ma Bob e soci non ci stanno, perché credono di non aver ancora registrato i loro pezzi migliori. Il produttore non ci sente e manda alle stampe quella che sembra una compilation, ma non lo è afatto, nell’estate del 1971. Una settimana dopo l’uscita del disco, Leslie Kong muore improvvisamente a 38 anni a causa di un infarto.

Registrato con la Beverley's All Stars – che comprende, tra gli altri, Gladstone Anderson al piano e Paul Douglas alla batteria – The Best Of The Wailers è il disco che armonizza il ritmo reggae rendendolo corale, per certi versi mainstream come nelle intenzioni di Leslie Kong, che vuole esportare la band in Uk. Brani come “Soul Captives” e “Can’t You See” si snodano dolcemente tra tessiture soul e doo-wop, mentre “Go Tell It On The Mountains” è un traditional arrangiato al limite del gospel. Dal funky-reggae “Soon Come” all’organo sinuoso di “Do It Twice”, The Best Of The Wailers rappresenta un momento di svolta nella carriera della band, primo tassello sonico per la trasformazione del reggae in un genere universale.

Capitolo terzo - Da Lee “Scratch” Perry a Chris Blackwell

Hey, persone felici, qui c’è qualcosa di nuovo. So che vi piacerà. Così lasciate che ora vi dico ciò che faremo

Bob MarleyDopo l’ennesima delusione generata dai comportamenti quantomeno ambigui dei produttori discografici giamaicani, Bob Marley decide di tornare nel Delaware per raccogliere abbastanza soldi e fondare una etichetta tutta sua. Parte di nuovo nella primavera del 1969, finendo a lavorare in una fabbrica di auto marca Chrysler. Tornato in patria diversi mesi dopo, Bob ha soldi solo per la sua famiglia, per questo prende una decisione inattesa: porta i Wailers ancora una volta allo Studio One di Clement Dodd, che nel frattempo ha assoldato un promettente ingegnere del suono, Lee “Scratch” Perry. L’unione tra i Wailers e Lee Perry è subito magica, perché il sound della band diventa molto più grezzo e principalmente condotto dalla sezione ritmica, abbandonando la coralità più mainstream portata avanti da Leslie Kong con la Beverly’s. In poche parole, si torna ai temi di “Rude Boys”, con l’accompagnamento degli Upsetters che includono i fratelli Aston “Family Man” e Carlton “Carlie” Barrett: la migliore sezione ritmica possibile per Marley, Tosh e Bunny. Il lavoro con Perry e i fratelli Barrett inizia alla fine del 1969 e prosegue senza sosta fino agli inizi del 1970, sfornando due nuovi singoli: “Duppy Conqueror”, che mette subito in chiaro quale sarà la perfetta alchimia tra basso-batteria e armonie vocali, e “Mr. Brown”, che invece mostra quanto importante sarà il lavoro di Lee “Scratch” Perry con le sue idee innovative che aprono alla dub music. “Duppy Conqueror” e “Mr. Brown” vengono appunto pubblicati anche in versione dub come B-side senza testi, per favorire la pratica del toasting da parte dei dj locali nel corso delle feste, note anche come sound systems, nome preso in prestito dagli enormi stereo utilizzati in Giamaica per fare baldoria a ritmo reggae.

All’inizio del 1970, Marley e soci riprovano a dare vita a una propria etichetta discografica, la Tuff Gong, dal soprannome di Bob. È un altro fallimento. La buona notizia è che Perry ha abbandonato Dodd per fondare la Upsetter, ovviamente invitando i Wailers a registrare altro materiale. Vengono così prodotte l’assolata “Small Axe” e la pura melodia “Corner Stone”, solo un paio tra almeno un centinaio di brani che forgiano un periodo creativo intensissimo.
Primo disco pubblicato con la Upsetter – e soprattutto al di fuori della Giamaica grazie alla britannica Trojan Records – Soul Rebels esce alla fine dell’anno e in parte rappresenta la summa del lavoro compiuto con Perry dalla fine del decennio precedente. Inizia Marley che firma insieme allo stesso Perry la title track, fondendo il principio reggae con gli arrangiamenti dub. Bob accelera il sound con la successiva “Try Me”, passando per atmosfere tra soul e doo-wop (“It’s Alright” e “No Water”) e lavorando anche sull’ottimo funky-rock “Soul Almighty”. La produzione di Lee Perry ha eliminato completamente la sezione fiati, trovando un sound assolutamente non convenzionale per gli stilemi classici del reggae giamaicano. “No Sympathy” e “400 Years”, i brani del disco firmati da Peter Tosh, portano infatti a un downbeat o “dub-beat” che raramente è stato ascoltato ai Caraibi. I Wailers reinterpretano James Brown (“My Cup”) e soprattutto l’idolo Curtis Mayfield nel ritmo dinoccolato di “Rebel’s Hop”. In definitiva, la freschezza portata dal disco sta nel gioco a briglia sciolta con il primo reggae che viene quasi stravolto dalla penna tagliente di Marley e gli arrangiamenti più innovativi di Lee “Scratch” Perry.

Bob MarleyNel corso del 1971, i Wailers decidono di interrompere la fortunata collaborazione con Perry per intraprendere nuovi flussi creativi. Bob scopre che Johnny Nash sta partendo per la Svezia per lavorare su una colonna sonora per il cinema, così decide di lasciare temporaneamente Rita che nello stesso periodo decide di trasferirsi in Delaware per lavorare come infermiera. Con il titolo inglese di “Want So Much to Believe”, il film esce a settembre e vede lo stesso Nash nel ruolo di protagonista. Terminati i lavori per la soundtrack, i due volano a Londra dove Johnny spera di strappare alla Cbs un succoso contratto discografico. Ci riesce, tanto da convincere Marley a chiamare tutto il gruppo in terra d’Albione per lo stesso obiettivo.
I Wailers registrano alcuni brani negli studi Cbs come band di accompagnamento di Nash, ma non ottengono l’esito sperato, tornandosene a casa dopo poco. Atterrata in patria, la band si chiude negli studi Harry J’s, gestiti dal produttore Harry Johnson. Un nuovo periodo di registrazioni serrate, che vedono l’inclusione dell’appena 15enne Tyrone Downie alle tastiere e di un nuovo membro non ufficiale, il talentuoso calciatore giamaicano Alan “Skill” Cole che è di fatto l’allenatore di Marley.
Nel 1971 la Giamaica viene scossa dalla nuova hit “Trench Town Rock”, che sancisce il definitivo successo in patria dei Wailers, capaci ormai di sostenersi economicamente grazie ai proventi degli ultimi anni. Bob e Rita decidono infatti di investire nel negozio di dischi Tuff Gong Records, poi nella Tuff Gong Productions con l’unico scopo di diffondere ancora di più la musica del gruppo. I Wailers continuano a macinare brani, dalla cadenza ipnotica di “Satisfy My Soul” alla spensieratezza dal sapore fifties di “Mr. Chatterbox”. È in questo periodo che Marley inizia a darci dentro con l’attività sportiva, in particolare il calcio, e soprattutto con quella politica, in supporto al People’s National Party (PNP) guidato da Michael Manley che sta cercando alleanze con le classi meno agiate e i rastafariani. Bob e Rita si espongono cantando e suonando per la tornata elettorale che porterà alle elezioni del 1972.

Mentre grandi cambiamenti stanno per investire i Wailers, il fruttuoso periodo di registrazione con Lee Perry porta sul mercato giamaicano l’album Soul Revolution, secondo disco prodotto dalla Upsetter e primo di due lavori complementari che verranno solo successivamente uniti in un unico set, noto come Soul Revolution I & II. L’album di partenza continua sul percorso creativo iniziato con Soul Rebels, aperto dal nuovo omaggio all’idolo Curtis Mayfield, “Keep On Moving”. La successiva “Don’t Rock My Boat” è invece una primitiva versione di “Satisfy My Soul”, mentre “Put It On” rientra negli arrangiamenti in chiave dub portati avanti dal produttore Lee Perry. Non a caso il disco parallelo, Soul Revolution II, elimina le parti vocali come nella bluesy “Memphis”, come da prassi per la costruzione del concetto di riddim. L’intero progetto Soul Revolution, in realtà, gioca sul taglia e cuci, come ad esempio nella quarta versione parzialmente tagliata, almeno nel canto di Marley, di “Duppy Conqueror”.
I Wailers non sono nemmeno completamente a conoscenza del fatto che lo stesso Perry ha intenzione di distribuire il disco tramite la Trojan nel Regno Unito, un fatto che alimenta una sorta di alone di unicità per una vera e propria chicca discografica per appassionati della band e del reggae in generale. L’inserimento del numero soul-jazz “Riding High”, a firma Bunny Wailer con il “contributo” di Cole Porter, vola esattamente in questa direzione di unicità dell’album, che uscirà a livello internazionale anni dopo anche con il titolo “African Herbman” dalla cover di Richie Havens, che conterrà anche il ritmo calypso “Kaya”. Chiude il disco una prima incarnazione in chiave dub di “Sun Is Shining”, la firma di Marley al termine di un periodo compositivo irripetibile.

Autunno 1971. I Wailers tornano a Londra per tentare nuovamente di strappare un contratto discografico alla Cbs. Con il supporto di Nash, il gruppo riesce a organizzare un tour di circa tre settimane, appunto sponsorizzato da una delle più importanti case discografiche internazionali. Il giro di concerti ottiene un discreto successo, ma non porta alle vendite sperate. Oltretutto Nash scompare all’improvviso, lasciando la band con il cerino tra le mani. Ma Bob non si è mai arreso, per questo organizza un nuovo incontro con il boss della Island Records Company, Christopher Blackwell. Nato a Londra da padre irlandese e madre costaricana, Blackwell conosce bene la Giamaica, semplicemente perché è cresciuto nell’isola caraibica prima di essere spedito in Inghilterra per motivi di studio. La sua Island Records viene fondata nell’anno 1959 proprio con l’intento di produrre artisti popolari in Giamaica, in particolare quelli del primo movimento ska. Tornato a Londra nel 1962, Chris inizia a vendere dischi agli inglesi di origini afro-giamaicane, aprendosi successivamente ai gruppi bianchi cominciando dallo Spencer Davis Group con Steve Winwood. Con il tempo la Island Records si trasforma in una delle etichette indipendenti più in voga, lavorando a contratto con artisti del calibro di Traffic, King Crimson, Nick Drake e Free. Alla fine del 1971, l’accordo con i Wailers è il seguente: in cambio di 8.000 sterline torneranno in Giamaica e inizieranno a lavorare al primo album di un nuovo corso.

L’insistenza di Bob Marley verrà premiata, perché da questo specifico accordo partono numerose sedute di registrazione in diversi studi in Giamaica: Dynamic Sound, Harry J’s, Randy’s. La nuova squadra dei Wailers che lavora per gran parte del 1972 è composta dalla triade Marley-Tosh-Bunny, dagli ormai stabili fratelli Barrett con il completamento della moglie di Bob, Rita Marley, con le amiche vocalist Judy Mowatt e Marcia Griffiths. Proprio questa seconda triade di voci femminili verrà poi soprannominata I-Threes. Il disco viene pubblicato in Giamaica dalla Tuff Gong e (soprattutto) a livello internazionale dalla Island Records. Il suo titolo è Catch A Fire, dall’espressione slang giamaicana che vuol dire più o meno “mettersi nei guai”.
Al di là della sua importanza cruciale per far esplodere la notorietà globale dei Wailers, il lavoro contiene diversi elementi di novità o meglio di rottura con il passato recente con Lee Perry. Catch A Fire è innanzitutto un vero e proprio disco reggae, nel senso che non è pensato come insieme di singoli – generalmente accompagnati da un lato B che spesso è una versione dub senza testo – ma come un lavoro interamente composto per vivere all’interno di un Lp. Un unico blocco di nove canzoni che parte dall’ipnotica intro electric-folk di “Concrete Jungle” per chiudersi sulla rilassata marcia reggae magistralmente condotta dalla sezione ritmica, “Midnight Ravers”. Dopo la registrazione delle tracce base, Bob decide di portarle a Londra per le attività di mixing e overdubbing. La seconda novità apportata da Catch A Fire sta nella decisione di Blackwell di assoldare diversi musicisti più vicini al mondo del rock, come il chitarrista Wayne Perkins e il tastierista John “Rabbit” Bundrick, già al lavoro con Johnny Nash e The Who. Chris è infatti convinto che aggiungere un tocco più mainstream rock al reggae dei Wailers rappresenti la chiave per il successo internazionale.
Anche se Catch A Fire non produrrà una impennata clamorosa nelle vendite, l’idea è assolutamente vincente, perché il sound rock-reggae si avvia a conquistare il mondo. Brani già registrati come “400 Years” e “Stop That Train” – entrambi a firma Peter Tosh – godono ora di arrangiamenti più sofisticati e puliti, impreziositi dal tappeto corale delle I-Threes tra soul e gospel. Come ad esempio dichiarerà Aston “Family Man” Barrett: “Alcune delle canzoni presenti nel disco erano già state registrate, in studi diversi e con musicisti diversi, ma a questi brani siamo riusciti a dare quel tempo giusto, tirando fuori quel feeling ancora più marcato”. La sinuosa e soulful "Baby We've Got A Date (Rock It Baby)" è infatti una ricostruzione della "Black Bitter” già registrata negli anni precedenti. In Catch A Fire, Marley costruisce nuovi testi che attaccano l’ingiustizia politica verso le classi più povere nelle città, come nella gemma “Slave Driver”. Ma l’album è anche un messaggio d’amore universale, come nell’altra ricostruzione funky-rock di “Stir It Up”.
Ascoltando brani come “Kinky Reggae”, in definitiva, è possibile capire ad orecchio nudo come tutto il disco non pulisca ma renda più comprensibile la lingua giamaicana del reggae, innescando la miccia che porterà Bob Marley tra le superstar del secolo. La seconda copertina dell’album, dopo quella in edizione limitata con lo Zippo di acciaio, ritrae Bob mentre fuma una canna di marijuana, portando a livello iconico il culto rastafariano per la ganja al di fuori dei confini dei Caraibi.

Capitolo quarto - Angry Mob: Da Burnin’ a Natty Dread

Questa mattina mi sono svegliato con il coprifuoco, Dio, anche io ero prigioniero. Non riuscivo a riconoscere i volti sopra di me. Tutti vestiti con l’uniforme della brutalità

Bob MarleyAnno 1972. Rita porta alla luce il nuovo arrivato nella famiglia Marley, Stephen. La casa di Kingston è diventata troppo piccola, così la coppia decide di trasferirsi a est della capitale, a Bull Bay. Uscito ormai definitivamente dal ghetto, Bob preferisce sempre di più la compagnia di Chris Blackwell, che ha un appartamento a Kingston e può ovviamente coprirlo nei diversi affari extra-coniugali. Nonostante Rita gli rimarrà accanto per tutta la vita, sono diverse le relazioni che hanno già portato ad almeno tre figli al di fuori del matrimonio. Ma non è il momento per preoccuparsi di tutto questo: Michael Manley è appena stato eletto primo ministro della Giamaica, scatenando una fortissima ondata di speranza tra le classi più povere.
È un bel momento, il 1972: la Tuff Gong ha i diritti per vendere i brani di Catch A Fire in Giamaica, e i Wailers non devono più lavorare per vivere, possono solo suonare. A breve partirà il primo tour tra Inghilterra e Stati Uniti, così viene assoldato il nuovo tastierista Earl “Wya” Lindo, in partenza con la band nella primavera del 1973 con destinazione Londra. Il Catch A Fire Tour inizia tra l’altro con una sgradita sorpresa: Bob scopre che Lee Gopthal, boss della Trojan Records, sta commercializzando in Uk l’album “African Herbsman”, che è praticamente una edizione inglese del disco Soul Revolution per gentile concessione di Lee “Scratch” Perry. I Wailers non la prendono bene, ma il disco ha un suo ruolo nel continuare a diffondere la musica reggae nel Regno Unito, portando la band a un buon successo di pubblico in 19 spettacoli tra club e università.

Quando tornano a Londra, Bob e soci partecipano anche a due programmi della Bbc, The Old Grey Whistle Test e Top Gear, prima di tornare in patria per ricaricare le pile in vista del giro in Nordamerica. Bunny è però devastato dallo sforzo, anche a causa del rigido regime dietetico imposto dal rastafarianesimo. Bob e Peter decidono così di sostituirlo, almeno per i nuovi concerti, con Joe Higgs, il vecchio maestro di canto. Nel frattempo, Blackwell è convinto che Lee Jaffe sia la figura giusta per gestire tutta l’attività dei Wailers, in particolare gli aspetti gestionali dei live. Il tour americano inizia dalla Paul’s Mall di Boston, Massachusetts, per poi sbarcare a New York, dove i Wailers suonano da spalla a Bruce Springsteen per una settimana sold-out al celebre Max’s Kansas City.

Verso la fine del 1973, i Wailers possono dirsi soddisfatti ma solo a metà: non è infatti ancora arrivato quel successo commerciale a cui Bob anela da anni. Un nuovo momento di svolta arriva a ottobre, quando per la Island Records esce il nuovo disco Burnin’, altra pietra miliare nella discografia di Marley e del reggae in generale.
Con l’inserimento del nuovo Earl Lindo alle tastiere, Burnin’ è un lavoro sicuramente meno plasmato da Blackwell, ovvero più gestito dagli stessi Wailers che possono liberamente sfogare il culto rastafariano e gli ideali politici sulla scena giamaicana. Registrato ancora una volta agli studi Harry J’s di Kingston – prima del lifting a Londra negli studi Island – l’album è pervaso fin dalla sua copertina da un’atmosfera di grande fratellanza, come una mistica unione di intenti che vede le teste dei musicisti formare una sorta di graffito scolpito a fuoco sul legno. “Svegliati, alzati, in piedi per i tuoi diritti” è l’inno alla rivolta reggae che riecheggia nell’iniziale “Get Up, Stand Up”, scritta da Marley con Peter Tosh e pronta per l’immortalità della musica terzomondista. Da alcuni critici musicali definito come “forse una sorta di futuristico funk lento” – probabilmente vero nella “Hallelujah Time” presa dal repertorio della giamaicana Jean Watt – Burnin’ si prepara alla scalata del mondo con il falsetto di “I Shot The Sheriff”, che verrà scoperta a livello mainstream grazie alla successiva cover soft-rock di Eric Clapton nel fortunato “461 Ocean Boulevard”.
Rispetto a Catch A Fire, il lavoro di produzione della Island è meno marcato, perché Blackwell decide di dare più spazio al sound reggae senza “rockeggiamenti”, come in "Burnin' And Lootin'" e “Put It On”, che si basano solo sulla precisa sezione ritmica dei fratelli Barrett e sulle tastiere non invadenti di Earl Lindo. Sulla seconda facciata del disco, le interpretazioni più lavorate di vecchi brani come “Small Axe” e “Duppy Conqueror”. I Wailers omaggiano ancora Jean Watt nella corale “Pass It On” prima di chiudere l’album con l’emozionante preghiera tribale “Rasta Man Chant”, come una “Amazing Grace” per la musica reggae.
A dieci anni di distanza dal singolo “Simmer Down”, l’approccio di Bob e compagni alla musica è stato come stravolto, ormai lontano anni luce dalla spensieratezza caraibica, sempre più deciso e violento nel messaggio politico e sociale. Sempre insieme a Blackwell, con la Island Records, pronti a conquistare il mondo con un sound meravigliosamente confezionato, come nell’organo hammond elastico di “One Foundation”, altro caposaldo della penna del forse troppo sottovalutato Peter Tosh.

La chiamata all’azione lanciata da Burnin’ porta i Wailers ancora in tour, specie negli Stati Uniti dove si uniscono a Sly & The Family Stone per recuperare dopo le scarse vendite del disco nel paese a stelle e strisce. Dopo aver lasciato il tour di Catch A Fire, Bunny viene ancora una volta sostituito da Higgs. Reduci dal successo del loro ultimo album “Fresh”, Sly & The Family Stone sono sulla carta la band perfetta per far conoscere al grande pubblico la musica dei Wailers. Purtroppo, però, il pubblico non approva: emergono diverse incomprensioni artistiche che portano Marley e soci a un improvviso “licenziamento”. Lasciati letteralmente a piedi a Las Vegas, i Wailers devono arrivare in tempo per una esibizione radiofonica all’emittente KSAN-FM di San Francisco. La tappa ai Record Plant di Sausalito è molto importante, perché - a differenza del resto degli Usa - il pubblico californiano ha dimostrato negli ultimi anni grande interesse per il reggae. Per l’occasione i Wailers registrano una versione acustica di “Rasta Man Chant” e diverse versioni studio-live dei brani più significativi degli ultimi due album targati Island.
Il giro statunitense finisce qui. I Wailers tornano in Giamaica prima di volare nel Regno Unito, perdendo anche Higgs. Negli undici show tra club e università inglesi arriva una rottura improvvisa e fragorosa: Bob e Peter litigano furiosamente, mentre Earl Lindo decide di tornarsene a suonare nella sua vecchia band. Il 1973 si chiude così, con due grandi album prodotti e una scissione della trinità del reggae: Marley resta a Londra a pianificare la prossima mossa; Tosh torna in Giamaica in cerca di nuovi stimoli creativi.

Inizio 1974. Bob Marley è tornato negli studi Harry J’s a Kingston per lavorare a nuovi brani insieme ai soli fratelli Barrett e al nuovo tastierista Bernard “Touter” Harvey. Le armonie vocali del trio con Bunny e Tosh sono ora a solo carico delle I-Threes. C’è da preparare un grande evento che si terrà a maggio sull’isola caraibica, un concerto con la nuova sensazione Motown Marvin Gaye. Con il tutto esaurito al National Stadium, quello che qualcuno ha già definito “il più grande evento r’n’b della Giamaica” porta Marley, Bunny e Tosh a ritrovarsi per una notte da sogno: i Wailers vengono acclamati dal pubblico e Don Taylor, manager di Gaye, chiede a Marley di farlo entrare per la gestione della band. L’obiettivo è sempre solo uno: conquistare gli Stati Uniti, e dunque il mondo.
Ma se vuoi conquistare il mondo, hai bisogno sempre degli alleati giusti. Marley, invece, vive un rapporto sempre più contraddittorio con i suoi compagni di band. Peter non sopporta di fare da secondo, accusando Bob di aver spesso trascurato i suoi brani più militanti, soprattutto nel primo periodo creativo. Bunny ha problemi con i live e comunque vuole una maggiore indipendenza artistica. Arriva il momento di prendere una decisione chiara.

Anche se una decisione ufficiale non è ancora stata presa, la pubblicazione del nuovo album Island Records, Natty Dread, è una presa di posizione forte: il primo disco senza Peter e Bunny, firmato da Bob Marley & The Wailers. Con l’inserimento di nuovi musicisti - Lee Jaffe all’armonica e l’intera sezione fiati della band reggae Zap Pow – Natty Dread dipinge fin dalla copertina il volto di Marley come unico e solo lider maximo, completamente libero di seguire la sua poetica musicale carica di messaggi politici e sociali. Aperto dai sinuosi arrangiamenti blues del nuovo chitarrista Al Anderson – “Lively Up Yourself” è un inno alla vita tra sesso e balli sfrenati – l’album verrà conosciuto soprattutto nel Regno Unito grazie alla successiva “No Woman, No Cry”, gospel ballad scritta dall’amico di infanzia di Marley, Vincent Ford, che ricorda in maniera nostalgica i tormentati anni della crescita nel ghetto di Trench Town. Nella successiva “Them Belly Full (But We Hungry)” il messaggio di Marley è per tutte le nazioni del mondo, che devono stare attente a non far montare la rabbia tra le persone più affamate (“un gruppo affamato è un gruppo arrabbiato”).
Natty Dread vira spedito verso un reggae più deciso nella lunga marcia “Rebel Music (3 O'Clock Roadblock)” – ottimo il lavoro delle I-Threes con l’armonica di Lee Jaffe – prima di affrontare il tema della religione rastafariana sul ritmo caraibico di “So Jah S'eh”, dedicato alla guida divina Haile Selassie. Marley non disdegna incursioni romantiche, sul tappeto vellutato di “Bend Down Low”, mentre nell’acustica “Talkin’ Blues” si propone di bombardare una chiesa. Slegato dai vincoli creativi di Bunny e Tosh, Marley può ormai parlare di tutti i suoi temi più cari, culminando nel grido all’azione “Revolution”, che insegna ai più giovani che è perfettamente inutile aspettare che il cambiamento arrivi dal governo o da qualsiasi altra entità che debba decidere per loro.

Grande successo in Uk – dove supera le 100mila copie vendute – Natty Dread è così l’album più marleyiano di Marley, ormai orientato verso una completa indipendenza artistica e dunque il successo planetario.
Natty Dread porta dunque i Wailers a conquistare il disco d’oro nel Regno Unito, mentre gli States iniziano a interessarsi sempre di più alla musica che viene dalla Giamaica. Nel corso del 1974 Marley concede i diritti per la registrazione della sua “Slave Driver” al bluesman Taj Mahal, così come quelli di “Guava Jelly” a Barbra Streisand per l’album “Butterfly”. Ma soprattutto il grande colpo: offrire al dio della chitarra elettrica Eric Clapton il consenso per una versione di “I Shot The Sheriff”, che viene inclusa nell’album “461 Ocean Boulevard” diventando subito una number one hit negli Stati Uniti. Di colpo, la critica musicale a stelle e strisce si accorge di Bob Marley.
Nel frattempo, nessuna riconciliazione con i vecchi amici appare all’orizzonte: Tosh sta lavorando al suo disco “Legalize It” (1976), così come Bunny a “Blackhearted Man” (1976). All’inizio del 1975 c’è un’altra grande opportunità per aumentare la fama mondiale del gruppo: bisogna aprire un concerto a Kingston dei Jackson Five. Sarà la prima occasione per vedere dal vivo il nuovo chitarrista, il primo non giamaicano, Al Anderson e soprattutto un momento cruciale per mettere in mostra tutto il carisma di Marley come frontman. Trascinato dalla cover di Clapton, il sound dei Wailers inizia a diffondersi a macchia d’olio negli States, dove Natty Dread è sempre più apprezzato. Bob sente che è arrivato il momento di controllare la gestione della sua band, tramite il nuovo impresario Don Taylor e il suo amico avvocato Diane Jobson, e di stabilire l’headquarter al 56 di Hope Road, la strada a Kingston dove risiede Chris Blackwell.

Capitolo quinto - Sul tetto del mondo

Finché la filosofia che considera una razza superiore e un’altra inferiore non sarà finalmente screditata e riprovata…Finché in nessuna nazione vi saranno più cittadini di prima e di seconda classe…Finché il colore della pelle di un uomo non avrà più valore del colore dei suoi occhi…Finché i diritti umani fondamentali non saranno ugualmente garantiti a tutti, senza distinzione di razza…Fino a quel giorno, il sogno di una pace duratura, la cittadinanza del mondo e le regole della morale internazionale resteranno solo una fuggevole illusione, perseguita e mai conseguita…

Bob Marley - Mick JaggerCome nuovo manager dei Wailers, Don Taylor decide di cavalcare il successo di Natty Dread con un tour tra Stati Uniti e Regno Unito. Nella band ritorna Tyrone Downie, con le immancabili I-Threes e un direttore luci, Neville Garrick. Il tour questa volta è organizzato in pompa magna, tra ampie stanze d’albergo e uno chef specializzato in dieta rastafariana. Le richieste di intervista da parte della stampa aumentano a dismisura, cosa che costringe Bob a usare lo slang giamaicano per evitare di rispondere a domande sulla sua vita personale. La critica è comunque entusiasta, così come il pubblico che premia i Wailers con frequenti sold-out, come ad esempio al Central Park di New York con 15mila partecipanti. Marley non tollera alcun errore nella sua band, tutto deve essere perfetto, dagli abiti africani delle I-Threes alle luci. La scaletta per gli States è piuttosto standard e comprende sempre gli stessi brani, come se i Wailers fossero negli ultimi anni diventati una vera e propria macchina dal vivo. Il tour finisce al Roxy di Los Angeles, dove accorrono artisti del calibro di Rolling Stones, Cat Stevens, Joni Mitchell e George Harrison. Una prova di grande stima da parte del mondo rock, che galvanizza Marley ormai pronto a conquistare anche il Regno Unito.
I Wailers si esibiscono all’Hard Rock di Manchester, poi all’Odeon a Birmingham e per due volte al Lyceum Theatre di Londra, dove Chris Blackwell porta rapidamente lo studio di registrazione mobile usato dai Rolling Stones dopo aver carpito l’accoglienza trionfale del pubblico alle prime note di “No Woman, No Cry”.

Pubblicato con un titolo semplice, Live!, il primo disco registrato dal vivo di Bob Marley & The Wailers, esce per la Island nel 1975 e racconta in musica l’ascesa incontenibile del gruppo giamaicano in terra d’Albione. Da “Lively Up Yourself” a “Them Belly Full”, il secondo set al Lyceum di Londra è un trionfo, suonato come da una macchina di precisione sulle percussioni di Alvin "Seeco" Patterson e le armonie delle I-Threes, pur orfane di Marcia Griffiths in dolce attesa. Registrato con una grande pulizia del suono grazie alla stazione mobile degli Stones, Live! si supera con le hit “I Shot The Sheriff” e “Get Up, Stand Up” per concludersi con la marcia “Kinky Reggae”.

Il trionfale 1975 si chiude con l’inattesa reunion, a novembre, con Bunny e Tosh, in occasione di un concerto di Stevie Wonder al National Stadium di Kingston per raccogliere fondi in favore del Jamaican Institute for the Blind. Lo stesso Wonder sale sul palco per “I Shot The Sheriff” e dedica a Marley la sua “Master Blaster”. Tornati a registrare negli studi Harry J’s, i Wailers sono costretti ad interrompere i lavori per il nuovo album avendo appreso la notizia della morte, a 83 anni, di Haile Selassie I. La guida spirituale etiope viene a mancare in circostanze misteriose, ufficialmente a causa di complicazioni dopo un intervento chirurgico alla prostata. Tuttavia, l’improvvisa sparizione del corpo non convince i seguaci rastafariani, che si spaccano: c’è chi vede nella morte del divino la fine di un’epoca religiosa, chi, come Marley, un’occasione per ribadire un percorso di determinazione. Bob chiama nuovamente Lee Perry per registrare il commovente omaggio “Jah Live”, con la ferma convinzione che la guida divina non sia mai realmente deceduta.

All’inizio del 1976, Bob Marley & The Wailers si riuniscono per iniziare i nuovi lavori in studio di registrazione. Questa volta è diverso: il gruppo è ormai famoso in tutto il mondo, tanto che lo stesso Marley si convince ad acquistare una Bmw solo perché le tre lettere del marchio sono estremamente familiari. Nonostante la tanto sudata fama, le tensioni all’interno della band crescono, portando all’addio di Al Anderson e Lee Jaffe, ai quali non piace affatto la gestione del manager Don Taylor. Più che un addio, è uno sfregio: i due si uniscono al vecchio socio Peter Tosh nel gruppo Word, Sound and Power. Rimasto con i fedelissimi fratelli Barrett, Marley si adopera per assoldare nuovi musicisti: il chitarrista ritmico Earl “Chinna” Smith e il solista Don Kinsey dalla scuola del blues americano.

Nel bel mezzo di questi tempestosi cambiamenti, viene pubblicato, a maggio, il quarto disco Island: Rastaman Vibration. Aperto dall’irresistibile ed esotico flirt tra l’organo Hammond di Jean Alain Roussel e le voci delle I-Threes – “Positive Vibration”, dalla penna di Vincent Ford – Rastaman Vibration è l’album che sdoppia la figura di Bob Marley, da una parte portavoce del Terzo Mondo; dall’altra lider maximo di un gruppo che sta diventando un vero e proprio brand internazionale. Da un lato, dunque, la copertina che richiama i colori dell’etiopia, con Marley dipinto come un nuovo Che Guevara del regge. Dall’altro, un sound più commerciale, American-style: esempio, la chitarra blues di Kinsey in “Roots, Rock, Reggae” e nella soul-ballad “Johnny Was”, scritta da Rita.
Non certo casualmente, il disco segna il definitivo successo commerciale dei Wailers, arrivando all’ottavo posto nelle classifiche pop statunitensi. E ancora meno casualmente, il famoso critico musicale Robert Christgau dirà, a proposito del primo lato, che il reggae si è trasformato “nella parola usata dai rasta per dire boogie”. “Cry To Me” e “Want More” sono due esempi che potrebbero dare ragione alla firma del Village Voice. Ma la voce di Marley, alla fine, prevale sull’americanizzazione del sound. Nell’iconica “Rat Race”, la comunità rastafariana è invitata severamente a non farsi strumentalizzare dalle vicende politiche. In “War” viene proposto il testo del discorso di Haile Selassie alle Nazioni Unite nell’ottobre 1963, a chiedere uguaglianza tra i fratelli di tutti i colori e fedi. Anche se brani come “Who The Cap Fit” possono far sembrare l’album un tentativo di cavalcare il successo commerciale, Marley non ha alcuna intenzione di abbandonare il suo credo religioso e vuole continuare a lottare in musica contro tutte le discriminazioni e gli abusi del mondo.

Nella primavera del 1976 si parte per un nuovo tour, questa volta concentrato tra Nord America ed Europa. Gli spettatori sono sempre più numerosi, così come la crew di Marley in giro per teatri e club prestigiosi a partire dalla prima data ufficiale in Pennsylvania, che vede mamma Cedella tra il pubblico. Dopo sette concerti consecutivi in California, il tour si ferma a Miami per volare verso Germania, Olanda, Francia e terminare in estate con dieci show a Londra. Quasi tutte le date sono sold-out, con le persone che ormai conoscono a memoria brani come “No Woman, No Cry”. Al rientro in patria – per riposarsi e prepararsi per il nuovo album – la situazione politica è in deciso fermento: l’amministrazione Manley sta cercando di allearsi con il governo comunista cubano guidato da Fidel Castro, indebolendo la presa sull’economia nazionale e provocando la progressiva riduzione di scorte alimentari a disposizione dei giamaicani. Inoltre, nel 1976 si assiste a una improvvisa (e misteriosa) apparizione di numerose armi da fuoco, nonostante leggi che ne puniscono severamente l’utilizzo per azioni criminose. La Giamaica è una polveriera pronta a esplodere, dopo che il leader dell’opposizione, Edward Seaga, viene accusato di aver tentato di corteggiare la Cia per un presunto colpo di stato. Marley decide allora che la sua chitarra può aiutare eccome: organizza un evento al National Heroes Park di Kingston, il 5 dicembre. Quello che sarà soprannominato “Smile Jamaica” è un concerto che viene però subito strumentalizzato dallo stesso Manley, che fissa le elezioni il giorno 20 per far sembrare i Wailers un gruppo di sostegno al PNP. Bob è su tutte le furie, ma non può annullare tutto. Il messaggio di pace è stato rafforzato da una nuova canzone con Lee Perry, appunto “Smile Jamaica”, ed è troppo importante per lasciarlo cadere nel vuoto. Ma la percezione che i Wailers siano pro-PNP è forte, tanto che la violenza arriva a bussare alla porta della casa di Hope Road, il quartier generale di proprietà di Chris Blackwell.
Due giorni prima del concerto, il 3 dicembre 1976, la crew di Bob è al 56 di Hope Road per le prove. Judy Mowatt, una delle I-Threes, chiede di tornare a casa essendo incinta. Bob, Kinsey e Don Taylor si rilassano in cucina in attesa di Blackwell. Nessuno nota una macchina che si è avvicinata alla casa, con sei uomini armati fino ai denti, pronti a fare fuoco. La casa viene crivellata di colpi: Bob riceve una pallottola al braccio, Rita alla testa, Taylor cinque colpi in varie parti del corpo. Un massacro annunciato, ma un miracolo, perché nessuno muore. Don deve volare a Miami d’urgenza per essere operato, mentre Bob si rifiuta di farsi asportare il proiettile dal braccio per la paura (fondata) di perdere la sensibilità della mano sinistra, essenziale per suonare. In ospedale si presenta a sorpresa il primo ministro Manley che garantisce a Bob protezione armata, in previsione di un concerto che non può proprio essere annullato.

Sconvolto, Chris Blackwell sposta tutta la band in un’altra casa a Strawberry Hill, sorvegliata da guardie armate governative e fedeli rasta. Marley ha davanti a se una notte intera per pensare: suonare al concerto? Continuare con la band? Meglio pensare a proteggere la famiglia? Marley utilizza alcuni walkie-talkie fornitigli da Blackwell per radunare i suoi e parlare, sapendo che la notizia del tentato omicidio ha fatto il giro del paese e che tutte le band di supporto al concerto hanno deciso di annullare la partecipazione. La situazione è delicatissima, perché Rita – con una fasciatura enorme sulla testa – è per annullare tutto, mentre il ministro Anthony Spaulding tenta in tutti i modi di convincere Bob a suonare. In fondo, Bob Marley non si è mai piegato davanti alle difficoltà della vita, anche le più critiche.
La decisione arriva: si suona. I Wailers vengono scortati fin sul palco, davanti a 80.000 persone. Per l’occasione ci sono anche cinque percussionisti dalla band locale Ras Michael and the Sons of Negus. Bob prende il microfono e spiega a tutti che la sua iniziale intenzione era di evitare qualsiasi coinvolgimento politico, prima di attaccare un set di 90 minuti con “War”. Le direttive ricevute sono per un live più breve, ma Marley viene rapito dall’entusiasmo del pubblico, fino a mostrare a tutti il suo braccio sinistro: il tentativo di omicidio è reale, ma nessuno soccomberà mai. Tuttavia, la prossima mossa è presto stabilita: i Wailers spostano le operazioni nell’isola di Nassau, dove Blackwell ha terminato i lavori del nuovo studio di registrazione Compass Point, aperto ufficialmente dal 1977.

Capitolo sesto - Exodus

Aprite gli occhi e guardatevi attorno. Siete soddisfatti della vita che fate? Noi sappiamo dove stiamo andando. Sappiamo da dove veniamo. Stiamo lasciando Babilonia. Stiamo andando nella terra paterna. Esodo

Bob MarleyAnno 1977. Per Bob Marley, l’isola caraibica di Nassau, lontana dalle violenze in patria, è un paradiso. Non dello stesso avviso l’ufficio immigrazione locale, che teme disordini per la presenza di un ospite così in vista. Ottenuto un visto temporaneo e sotto osservazione, Bob torna a pensare alla musica, nei nuovi studi di Blackwell. Riunitosi con la famiglia e gli altri membri della band – a parte Kinsey che se ne torna negli Stati Uniti dopo il tentato massacro – Marley assiste da lontano alla rielezione di Manley (PNP) su una striscia di sangue. A Paradise Island arriva anche la nuova fidanzata di Bob, Cindy Breakspeare, che darà alla luce il suo nono figlio, Damian. Nel frattempo, Blackwell suggerisce l’inserimento nella band del chitarrista Junior Marvin, nato in Giamaica ma cresciuto negli Stati Uniti sotto la guida della leggenda blues T. Bone Walker. Quando i Wailers arrivano a Londra per registrare negli studi Island, Marvin sta lavorando con Steve Winwood, pronto a diventare il nuovo lead guitarist del gruppo. Proprio nella capitale londinese verranno lavorate le prossime dieci canzoni che comporranno “Exodus: Movement Of Jah People”, pubblicato semplicemente come Exodus a giugno.
Nonostante l’esilio forzato a Londra, dopo Nassau, Bob Marley non ha mai smesso di seguire le nuove tendenze musicali in Giamaica. Nuove band come Itals e Israel Vibration, così come il successo dei Culture, “Two Sevens Clash”, che richiama il credo millenario rastafariano sulla prossima fine di un ciclo a termine dei Seventies. Durante le sessioni di Exodus, Marley ritrova il suo vecchio amico e produttore Lee “Scratch” Perry, che lo spinge a incidere “Punky Reggae Party”, dove il sound caraibico incontra la nuova tendenza inglese, il punk-rock. Ovviamente (e rigorosamente) anche in versione dub. Formalmente, reggae e punk non hanno grandi elementi comuni, mentre è più forte la comunione tra ideali anti-oppressione. La fondamentale “Police And Thieves” è un esempio lampante di come i gruppi punk si lascino ispirare dal reggae per esprimere dissenso e incitare alla rivolta. Con l’inserimento di Junior Marvin alla chitarra solista, Exodus è l’album che mette definitivamente d’accordo critica e pubblico, ottenendo il disco d’oro sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito.
“Natural Mystic” è il beat che sancisce la “resurrezione” di Bob dopo il tentato omicidio, così come i tre brani successivi – dalle influenze soul di “So Much Things To Say” alla funkeggiante “Guiltiness” fino all’ipnotico reggae-blues “The Heathen” – sanciscono una sorta di frattura tra gli ideali universali di pace e quanto accaduto alla fine del 1976. Accompagnato dai fiati della Zap Pow Band, Marley riscrive le leggi del drumming rock nella title track, “Exodus”, invito metaforico a tornare all’orgoglio e la spiritualità dell’Africa.
Se la prima parte del disco è focalizzata su temi politico-religiosi, la seconda è un mix perfetto di brani ballabili e canzoni d’amore. “Jamming” è l’irresistibile inno erotico che vuole lasciarsi alle spalle i fatti di Smile Jamaica, mentre il trittico “Waiting In Vain”, “Turn Your Lights Down Low” e “Three Little Birds” è l’omaggio romantico alla nuova fidanzata, Cindy Breakspeare. Exodus si chiude con l’ennesimo inno universale, “One Love/People Get Ready”, la chiamata all’azione per i diritti civili con il contributo dell’amato Curtis Mayfield.
L’album è un successo clamoroso, fisso nei primi posti delle classifiche inglesi per oltre 50 settimane, al numero 20 della Billboard 200 statunitense. La Island capitalizza al massimo l’attenzione globale, facendo uscire come singoli ben 7 brani, un evento che si ripeterà solo cinque anni dopo con un mostro sacro di vendite, “Thriller” di Michael Jackson.

Dalla metà di giugno, i Wailers iniziano i preparativi per il tour successivo, galvanizzati dal successo mondiale di Exodus. Sarà un lungo giro di concerti tra Europa e Stati Uniti, ma un intoppo è dietro l’angolo: diretti in macchina nella zona est di Londra, Bob e “Family Man” vengono fermati dalla polizia e perquisiti. Sono in possesso di grandi quantità di marijuana e vengono invitati a comparire in tribunale, salvo cavarsela con un ammonimento e una multa salata. A una brutta avventura segue un colpo di fortuna inatteso: l’intera famiglia reale etiope è attualmente in esilio a Londra, così Bob ha l’opportunità di incontrare la principessa Zere-Yacobe Asfa-Wossen, nipote di Haile Selassie I deposto nel 1974 e soverchiato da una giunta militare locale. Wossen regala a Bob un anello con l’emblema di Judah nella forma di un leone, successivamente noto come uno degli elementi più iconici della superstar reggae.
I Wailers iniziano il tour da Parigi, al Pavillon Baltard, ma per Marley non è affatto un periodo fortunato, almeno da un punto di vista personale. Dopo l’arresto per possesso di ganja, Bob subisce un serio infortunio all’alluce del piede destro giocando a calcio, una delle sue grandi passioni. La partita è un’amichevole tra gli stessi componenti della band e un gruppo di giornalisti francesi. Il dolore è forte, costringe Marley a farsi visitare da un medico che nota la scomparsa di gran parte dell’unghia. Superstar o meno, bisogna stare fermi e curarsi. In parte per la scarsa fede nutrita dalla comunità rastafariana per la moderna medicina, Bob decide di proseguire con il tour, che non può subire cancellazioni proprio adesso, non dopo Exodus.
Olanda, Belgio, Germania e poi Londra, dove c’è in programma una esibizione allo show Bbc Top of the Pops e poi una serie di date al Rainbow Teathre. Danzando senza sosta sul palco, Marley vede aggravare il problema al piede, così decide di fermarsi in Delaware nella casa materna prima di continuare con la parte Us del tour. Nonostante il (breve) riposo, l’alluce non vuole saperne di migliorare, così viene programmata una visita specialistica che offre un responso tremendo: le cellule si stanno incacrenendo, bisogna amputarlo. Il 20 luglio 1977, il giro statunitense di concerti viene annullato, per permettere a Marley di rimuovere le cellule pericolose in un intervento al Cedars of Lebanon Hospital di Miami. Rimasto in Florida per recuperare, Marley deve forzatamente introdurre carne nella sua dieta, per rimpolparsi di proteine. Dopo un paio di mesi sembra tutto tornato alla normalità: i Wailers possono tornare in pista.

Anche senza il supporto del tour nordamericano, Exodus continua a macinare copie negli States. Marley e soci iniziano a lavorare agli studi Criteria di Miami avendo un surplus di brani dalle feconde session di Londra. In attesa del prossimo tour estivo, Bob non riesce a distogliere lo sguardo dalle continue violenze in Giamaica, anche dopo la conferma del socialista Manley con il suo PNP. All’inizio del 1978 la comunità rastafariana si muove per tentare di placare gli animi, dopo la decisione del governo di imporre la legge marziale e di pattugliare le strade con l’esercito. Claudius Massop e Bucky Marshall, due esponenti politici locali e soprattutto amici di infanzia di Bob, vengono arrestati per lanciare un monito. Decidono di passare all’azione organizzando un grande concerto a Kingston, nell’estremo tentativo di portare stabilità e pace sull’isola caraibica. È ovvio pensare ai Wailers, ma Bob non è convinto, pur rassicurato ripetutamente sulla sua assoluta incolumità. La presenza di Marley è necessaria per mettere tutti d’accordo, anche se Bob non è mai più tornato in Giamaica dopo il dicembre 1976. Viene addirittura scomodato Vernon “Gad the Prophet” Carrington, leader spirituale della sezione rastafariana Twelve Tribes of Israel. Massop, che appartiene al partito d’opposizione JLP, giura di non avere nulla a che fare con il tentato omicidio e che tutto il suo movimento politico è d’accordo con lui. Marley si convince: i Wailers suoneranno come headliner al The One Love Jamaican Peace Concert, annunciato al mondo per il 22 aprile 1978.

Capitolo settimo - Is This Love: Ritorno in Giamaica

Bob MarleyIn vista del Jamaican Peace Concert, i Wailers decidono che quella del 22 aprile 1978 sarà la data di apertura del nuovo tour mondiale. Alla chitarra è tornato Al Anderson, così come Earl “Wya” Lindo alle tastiere. A marzo, per creare ulteriore hype, la Island pubblica il disco Kaya, registrato tra Miami e Londra a partire dai brani già composti e poi scartati per Exodus. Sicuramente trascinato dalla coda lunga dell’ultimo disco, Kaya viene subito accusato di un deciso ammorbidimento del sound. Lontano dalla violenza militante, sia testualmente che sonicamente, il disco è decisamente rilassato e spensierato, con amore e marijuana tra i temi dominanti. A partire dal soleggiato wooh-laa-laa di “Easy Skanking”, Kaya non brilla per originalità, recuperando due vecchi brani, “Sun Is Shining” e “Satisfy My Soul”, e finendo quasi per gigionare come nella title track.
Il disco resta ovviamente ben suonato, trascinato in classifica dal nuovo singolo killer “Is This Love” che vale da solo il “prezzo del biglietto”. Per il resto, Kaya sembra un B-disc di Exodus, ovvero una collezione di brani meno impegnati (e impegnativi) frutto di remixing e overdub per accelerare l’uscita di un nuovo titolo in vista del grande concerto di Kingston e del conseguente tour. Titoli come “She’s Gone”, “Crisis” e “Running Away” scivolano via veloci tra reggae, cori soul e ritmi funk della sempre ottima linea ritmica dei fratelli Barrett.

26 febbraio 1978. Dopo 14 mesi di esilio forzato, Bob Marley torna in Giamaica con una missione per conto di tutta la comunità rastafariana: portare pace nell’isola con le sue canzoni. Questa volta la politica è intenzionata a farsi da parte, seriamente preoccupata per la situazione di estrema violenza che si protrae da quasi due anni. Al concerto parteciperà anche il vecchio amico Peter Tosh, con numerosi artisti e band locali. Centinaia di poliziotti schierati in tenuta anti-sommossa alzano gli occhi al cielo quando Peter si accende uno spinello sul palco, con oltre 30mila persone già ammassate in attesa dei Wailers. Quando Bob sale sul palco è un’ovazione fragorosa, l’inizio di un set incendiario di quasi un’ora per nove brani totali, da “Jamming” a “Lion Of Judah”, raramente suonata dal vivo. Marley inizia a improvvisare sui testi standard e nel bel mezzo di “Jamming” invita Manley e Seaga a stringersi la mano in segno di unione e pace. È un momento catartico che pochi musicisti al mondo potrebbero generare. Due partiti in eterno contrasto sono invitati a salire sul palco, vistosamente imbarazzati. Marley è in mezzo a loro e celebra l’unione, prima di far salire centinaia di bambini sul palco sull’ultima canzone del live set.
Come detto, il concerto di Kingston apre al nuovo tour internazionale, per promuovere il nuovo disco Kaya, termine slang per indicare la marijuana. Il giro dei Wailers parte dal Nord America per poi spostarsi in Europa, facendo registrare numerosi sold-out. Blackwell si trascina dietro la sua nuova unità di registrazione Island Mobile Studio con l’intento di portarsi avanti per possibili nuovi dischi dal vivo. Partito da Miami a maggio, il tour inizia male a causa di non meglio specificati problemi di salute di Junior Marvin, secondo alcuni impelagato in una difficile dipendenza dalla cocaina. In California, Marley si ricongiunge ancora in duetto con Peter Tosh, mentre a Miami registra un brano del produttore King Sporty, “Buffalo Soldier”.

Tornato a Londra dopo la fine del tour, Chris Blackwell si mette al lavoro sui nastri del suo studio di registrazione mobile per pubblicare, a novembre, il nuovo disco live Babylon By Bus, estratto di diverse date europee, da Parigi ad Amsterdam. Prima di una versione in chiave dub di “Positive Vibration”, Bob saluta il pubblico confermando la sua fede in Haile Selassie I, invocando il nome Ras Tafari. Da “Punky Reggae Party” a “Exodus”, i quasi 75 minuti di Babylon By Bus rappresentano il trionfo dei Wailers dal vivo in tutto il mondo. All’inizio del 1979, la fama del gruppo è talmente ampia che Marley decide di lanciare un tour di supporto allo stesso disco dal vivo, con l’obiettivo di raggiungere paesi meno avvezzi al reggae, una sorta di internazionale della musica giamaicana.
Il Babylon By Bus Tour porta così i Wailers a esibirsi in estremo Oriente, nei paesi della cosiddetta Pacific Rim. Il giro inizia ufficialmente nell’aprile del 1979, in Giappone, per spostarsi in Nuova Zelanda dove Marley viene accolto come un re da numerosi esponenti della comunità maori in lotta contro l’oppressore bianco. Prima di tornare in Giamaica, la band si esibisce alle Hawaii. Bob si ferma nuovamente in patria, a studiare le prossime mosse che dovranno comprendere un sogno durato da anni: un concerto in Etiopia. Il problema è che nella popolosa nazione africana è in corso da anni una sanguinosa guerra con la vicina Eritrea, e questo rende difficile per Marley ottenere un visto per suonare con la band. La fortuna bussa alla porta, perché il vecchio amico Alan “Skill” Cole lavora in Etiopia da diverso tempo come allenatore della squadra di calcio della compagnia aerea di bandiera, la Ethiopian Airlines. Prima di organizzare un concerto, Marley vuole vedere con i suoi occhi tutti i luoghi di Haile Selassie I, così decide di imbarcarsi per Londra e poi per Nairobi. Giunto in Etiopia, il viaggio spirituale di Marley si lega al movimento di liberazione della Rhodesia, nota anche come “Zimbabwe”, dal titolo di un nuovo brano scritto da Bob proprio durante il soggiorno.
Tornato a Kingston, Bob raduna nuovamente i Wailers per tornare al lavoro su nuovi brani. La situazione generale giamaicana dopo il grande concerto del febbraio 1978 non sembra essere affatto migliorata: Claudie Massop, che tanto ha fatto per convincere Marley a suonare per la pace sull’isola, viene fermato a un posto di blocco e crivellato da 44 colpi di arma da fuoco. Alcune indiscrezioni dicono che avesse rubato i soldi provenienti proprio dal concerto organizzato con estrema convinzione. Nel frattempo, l’altro amico Lee Perry viene ricoverato a Kingston per un severo esaurimento nervoso. Gli eventi tumultuosi, questa volta, non distraggono Marley, che continua a lavorare imperterrito al nuovo album, in uscita a supporto dell’ennesimo tour. Nasce il suo undicesimo figlio, una bimba di nome Makeba, partorita dalla nuova fidanzata Yvette Morris.

Gran parte dell’anno 1979 viene sfruttata per lavorare con il nuovo produttore Island Alex Sadkin, assegnato da Blackwell ai Wailers per finire le registrazioni di Black Survival, meglio noto semplicemente come Survival. Uscito in estate e potentemente ispirato dal viaggio di Bob in Africa, l’album vede il ritorno a temi impegnati come religione, ribellione e lotta all’oppressione. A differenza di Kaya, Survival è un lavoro molto più personale e incentrato sulla figura mistica di Marley, che vuole guidare la rivolta contro il potere bianco per ispirare la fine del conflitto etiope. Da alcuni giornalisti musicali visto come un tentativo di rispondere alle critiche piovute sul mood rilassato e droghereccio di Kaya, Survival è una sorta di chiamata all’azione pan-africana, racchiusa nell’inno “Africa Unite”.  Sul beat per tastiere di “Zimbabwe”, Marley richiama la sua esperienza diretta con il movimento di liberazione in Rhodesia – la canzone verrà usata a livello nazionale dopo l’indipendenza nel 1980 – mentre nella corale “So Much Trouble In The World” c’è un urgente invito a far deflagrare la bomba della ribellione in tanti paesi del pianeta.
Al di là della potenza del messaggio testuale, Survival è un album poco variegato dal punto di vista compositivo, pur affollato da un numero impressionante di musicisti. Dalle percussioni tribali di “Babylon System” al roots-reggae della title track, il disco tenta di restare in equilibrio tra il concept potentissimo di Bob e un’applicazione forse troppo scolastica a livello musicale. Chiaramente, la voce e i testi di Marley riescono a superare ogni confine, dando una marcia in più a brani come “One Drop” e “Ambush In The Night” che si snodano tra le corde vocali delle I-Threes e arrangiamenti funkeggianti. In definitiva, Survival è probabilmente il primo concept-album dei Wailers, di altissimo valore morale, ma non convincente da un punto di vista musicale. Ascoltare “Ride Natty Ride” – che ricicla la vecchia “Cornerstone” – per capire che i Wailers hanno prodotto un sound decisamente più importante.

Pubblicato Survival, i Wailers sono pronti per tornare sul palco nell’estate del 1979. All’inizio di luglio sono headliner al Reggae Sunsplash II al Jarrett Park di Montego Bay, seconda edizione di un format ideato dallo stesso Bob con l’obiettivo di lanciare a livello internazionale il meglio della musica giamaicana del momento. Da Montego Bay agli Stati Uniti, dove i Wailers si esibiscono al festival Amandla alla Harvard University, in supporto alla causa per la liberazione dei paesi africani. Lo show vede oltre 25mila partecipanti e raccoglie 250mila dollari per l’obiettivo dell’Amandla Group. Il tour prosegue a New York dove si scalda il Madison Square Garden e soprattutto l’Apollo Theater, scelto dallo stesso Marley per avvicinarsi alla comunità nera di Harlem. Dal Canada a Nassau, il Survival Tour si conclude entro la fine dell’anno, con un bel gesto benefico per i bambini nelle Bahamas: “Children Playing In The Streets” è la canzone regalata da Bob in compagnia di quattro dei suoi undici figli (tra cui Ziggy) che formano insieme al padre l’instant-band Melody Makers.

Capitolo otto - Ultima registrazione: Uprising

Emancipatevi dalla schiavitù mentale. Solo noi stessi possiamo liberare la nostra mente

Bob MarleyCon Survival, Bob Marley ha lanciato la sua personalissima chiamata alle armi per un risveglio generale delle black people. È il primo atto di una trilogia discografica che deve proseguire con un prossimo album, focalizzato sull’effettiva liberazione dalle catene dopo essere “sopravvissuti” a centinaia di anni di prigionia fisica e mentale. Non a caso, “Zimbabwe” è la colonna sonora dei freedom fighter in Rhodesia, che ottengono l’agognata indipendenza proprio sulle note del brano. È un momento cruciale per il reggae e per i Wailers: il 1980 segna l’uscita di Uprising e l’avvio di un tour mondiale ancora più elefantiaco, che permetterà a Marley di portare in tutto il pianeta la sua Call To Action, ma soprattutto di stare lontano dalla Giamaica dove si terranno le prossime elezioni politiche. La band suonerà anche in Africa per la prima volta, mentre la Tuff Gong diventa International, proprio in un’ottica di espansione globale del nuovo movimento reggae come liberazione per tutte le persone nere del mondo.

Il mastodontico tour di Uprising lascia Kingston il 1° gennaio 1980, alla volta di Londra. È solo uno scalo perché si riparte subito, direzione Libreville, Gabon. Al confine con Congo e Camerun, la Repubblica del Gabon ha acquisito la sua indipendenza dalla Francia solo nel 1960. Da quasi vent’anni, il presidente Bongo Ondimba può contare su fiorenti risorse naturali, più che sufficienti per sostenere una popolazione non eccessivamente nutrita in termini numerici. I Wailers sono stati assoldati per il compleanno presidenziale e nell’aria si respira un’atmosfera elettrica. È di fatto la prima esibizione di Bob in Africa, due show offerti alla popolazione locale grazie alle disponibilità finanziarie della famiglia Ondimba. Ma il sogno di Marley viene infranto alla notizia che i Wailers suoneranno in un tennis club per circa duemila esponenti dell’elite gabonese. Altra macchia, Bob scopre che il suo manager Don Taylor ha tentato di intascarsi 20.000 dollari applicando una cresta al compenso per la band. Nasce una lite furiosa, in cui si scopre che Taylor ha mercanteggiato in nero centinaia di migliaia di dollari affidatigli dalla Tuff Gong, perdendo tutti i guadagni illeciti nel gioco d’azzardo. Marley non può fare altro che licenziare il manager dei Wailers prima di lasciare il Gabon.

Dopo la prima esperienza africana, la band torna in Giamaica per registrare rapidamente decine di canzoni già bene impresse nella testa di Marley. C’è abbastanza materiale per due album, che dovranno chiudere la trilogia sul risveglio del black people di tutto il mondo. Il primo album, in uscita nel giugno 1980, è appunto Uprising, uno dei lavori sicuramente più militanti dei Wailers. Sin dalla copertina – un uomo nero e armato di dreadlocks che si erge in segno di vittoria – l’album è l’ultimo manifesto della poetica di Bob Marley, ormai segnata dall’esperienza e pronta a nascere come filosofia universale dalla montagna giamaicana. Tra i dischi più apprezzati da fan e critica, Uprising è il dito accusatorio di Bob in dieci canzoni divenute immortali, che parlano di unità, amore, religione e militanza sociale contro l’oppressore.
Sul ritmo ska di “Bad Card”, Marley racconta la sua pessima scelta nell’aver assoldato Taylor, mentre il rasta-beat liquido “Work” è il conto alla rovescia per tutto il popolo di Jah. Musicalmente, Uprising è la summa del ritmo rastafariano creato a mano da tutti i membri della band, dalle percussioni balbuzienti di Alvin Patterson alle due chitarre condotte da Junior Marvin e Al Anderson. Sul tappeto sintetizzato di “Pimper's Paradise” c’è gloria anche per le immancabili voci soul delle I-Threes, mentre è assolutamente geniale la trasformazione dell’intro folk-blues nel reggae-gospel dell’Africa nera “Coming In From The Cold”. Rispetto a certe ripetitività soniche di Survival, Uprising scatena la contaminazione nel sound dei Wailers, come nel wah-wah di “Zion Train” o nell’irresistibile ritmo brasiliano di “Could You Be Loved”.
Ma Uprising è anche il disco dove l’uso di Marley dei salmi biblici raggiunge il suo massimo risultato. Nella immortale “Redemption Song”, Bob riesce a creare in musica un percorso che da una nave di schiavisti nell’era coloniale porta a un pozzo senza fondo. Solo uccidendo i profeti e seguendo il potente Jah sarà possibile trovare libertà e redenzione. Per la prima e purtroppo ultima volta, Marley decide di suonare senza accompagnamento, da solo con una chitarra acustica tra le braccia. Una esperienza musicale tra le più importanti e intime mai realizzate, resa ancora più drammatica da quello che succederà poco dopo.

Terminate le registrazioni di Uprising, Marley decide di sostare a Miami per riposarsi prima di tornare in tour. In cerca di un nuovo manager, incontra Danny Sims che gli propone di lasciare la Island per la Polygram. Bob rifiuta perché si fida solo di Chris Blackwell. Ironicamente, nel 1989 la Island verrà acquisita proprio dalla Polygram Records. Dalla Florida – dove Marley si era rifiugiato proprio per evitare i tumulti politici nelle elezioni del 1980 in Giamaica, appunto culminati con quasi un migliaio di morti – il prossimo passo sarà tornare in Africa, dove la festa di celebrazione dell’indipendenza dello Zimbawbe lo attende festante come headliner. L’omonima canzone di Bob ha ispirato i freedom fighter africani, un motivo di grande orgoglio, tanto da portare i Wailers a non chiedere alcun compenso per l’esibizione. Atterrati all’aeroporto di Salisbury, i membri della band sono accolti da Joshua Nkomo, nuovo ministro degli Affari interni al fianco del leader Robert Mugabe. Il concerto è fissato per il 18 aprile 1980, quando la Rhodesia diventa ufficialmente Zimbawbe. Ancora una volta, con grande disappunto, i Wailers scoprono che non suoneranno davanti al popolo, ma a una cerchia ristretta di dignitari tra cui Mugabe, il Principe Carlo e Indira Gandhi. Quando Marley attacca il set alle 20.30 al Rufaro Stadium scoppia il pandemonio: una massa urlante di comuni cittadini sfonda i cancelli e soverchia le forze dell’ordine, che decidono di passare alle maniere forti, con i lacrimogeni. I Wailers accelerano l’esibizione e chiudono il concerto con il vero inno nazionale, “Zimbawbe”. Marley decide che la sera successiva sarà per il popolo: 90 minuti di fuoco davanti a 100mila persone. La band lascia nuovamente l’Africa, ma sull’aereo i musicisti sembrano preoccupati per le condizioni di salute di Bob, visibilmente in difficoltà.

Il tour di Uprising continua a maggio, toccando nazioni mai visitate prima: Svizzera, Irlanda, Scozia e Italia. Il 27 giugno è in programma la data allo stadio San Siro di Milano, che raccoglie un totale di 120mila persone e sarà ricordato come uno dei live più iconici nel Belpaese. Tornato a Miami per riposarsi almeno un paio di mesi, Bob è alle prese con difficoltà economiche sempre più stringenti dopo il licenziamento di Taylor. Vorrebbe tornare in Giamaica per avvicinarsi ai figli, ma Danny Sims glielo sconsiglia, a causa delle nuove violenze tra i due partiti perennemente in guerra. L’impresario discografico piuttosto lo rassicura su un contratto multi-milionario pronto con la Polygram.
Quando i Wailers si riuniscono per continuare il tour nordamericano, c’è grande preoccupazione per le condizioni di Bob. Sempre più magro, dai lineamenti scarni, non parla con nessuno dei suoi compagni sul suo stato di salute che resta un mistero. Tra dolori allo stomaco e mal di gola feroci, inizia a serpeggiare il dubbio che faccia abuso di droghe ben diverse dalla ganja. Dopo un paio di concerti al Madison Square Garden insieme ai Commodores, Marley segue l’amico Alan “Skill” Cole per una corsetta a Central Park, cadendo svenuto tra le sue braccia.

Capitolo nove - Jah Live

Colui che ha prodotto la verità, viene alla luce

Bob MarleyDopo il preoccupante collasso nel cuore di Central Park, Bob è costretto a fermarsi nuovamente. Lo raggiunge una sempre più allarmata Rita, che viene subito rassicurata: Marley sta bene e promette di raggiungerla in serata presso un club al Greenwich Village. Il 23 settembre c’è una nuova esibizione dei Wailers in programma allo Stanley Theater di Pittsburg. La band è pronta, mentre Marley ha da terminare un’ultima intervista a New York prima di raggiungere tutti e continuare il tour americano. In realtà, non c’è alcuna intervista in programma, piuttosto una importante visita di controllo medico. Dopo una serie di radiografie e scansioni cerebrali, il risultato è tremendo: Bob ha un vasto tumore al cervello. Il tour deve essere immediatamente sospeso, perché c’è da iniziare una chemioterapia. Un trattamento del tutto inutile, visto che alla superstar del reggae mancano giusto due o tre settimane di vita. Come in tutti gli avvenimenti della sua vita, Bob Marley non si arrende: vuole un secondo parere e soprattutto non ha intenzione di fermare il tour, ecco perché si sposta a Pittsburgh dove ritrova Rita e gli amici di una vita per tornare sul palco.

L’ultimo concerto di Bob Marley & The Wailers si tiene così allo Stanley Theater di Pittsburgh, il 23 settembre 1980. Dopo un primo set di 90 minuti – dove la sezione ritmica dei fratelli Barrett è insolitamente veloce – i Wailers non finiscono più di regalare bis, ben oltre i quattro generalmente concessi da anni in tutto il mondo. Bob e la band sanno che quello sarà l’ultimo concerto in assoluto. Durante uno dei vari bis, Marley si presenta da solo sul palco con la sua chitarra acustica per una versione di “Redemption Song” che resterà impressa per sempre. L’ultima canzone suonata a Pittsburgh è “Work”, non a caso un brano che include un (ora terribile) conto alla rovescia, prima della fine di tutto. La data del 23 settembre segna la fine del tour di Uprising, così come la fine dei Wailers con la figura del suo lider maximo. Marley si trasferisce con Rita a Miami, a casa della madre, in attesa di un secondo parere al Cedars of Lebanon Hospital. La situazione è però disperata, perché il tumore al cervello si è espanso anche al fegato e allo stomaco.
Con forse un mese ancora di vita, Marley capisce che è il momento di sistemare le cose. L’8 ottobre 1980, dopo la seconda visita a Miami, la stampa viene a sapere e la notizia circola in tutte le radio di New York. Per comodità terapeutica, Marley e Rita si trasferiscono al Wellington Hotel nella Grande Mela. Bob riesce a partecipare come spettatore all’incontro tra l’amico Muhammad Ali e Larry Holmes, così come a un live dei Queen nel tour di “The Game”. Marley si sente talmente bene da provare a giocare ancora una volta a calcio, un tentativo ovviamente destinato al fallimento. Perde peso a velocità impressionante, così come è costretto a tagliare i suoi dreadlocks. La fine è davvero vicina.

Ormai rassegnata all’inevitabile, Cedella chiede a Bob di farsi battezzare presso la Ethiopian Orthodox Church. Marley inizialmente rifiuta – dichiarando la sua fede per Haile Selassie e per la Twelve Tribes rastafariana – poi accetta, il 4 novembre 1980. Robert Nesta Marley diventa così Berhane Selassie, che vuol dire “Luce della Sacra Trinità”. Nel frattempo, la malattia non concede tregua, portandolo alla paralisi dalla vita in giu. Sapendo che non c’è più nulla da perdere, i dottori privati di Bob gli consigliano di ascoltare il trattamento non convenzionale del tedesco Josef Issels, già radiato dalla American Cancer Society. Così viene portato in volo a Bad Wiessee, ai piedi delle Alpi bavaresi, dove entra nella Sunshine House condotta da Issels con le sue cure alternative, come ad esempio iniezioni massive di Thx, farmaco non disponibile e non approvato negli States. Incredibilmente, le condizioni iniziano a migliorare con il passare dei giorni, Marley addirittura riesce a fare piccole passeggiate per arrivare al centro di trattamento, dove le sessioni sono dolorose ma accolte con grande orgoglio e dignità. Tre mesi dopo, Bob riesce a festeggiare il suo 36esimo compleanno, un risultato mai immaginato dai dottori statunitensi. Alla festa accorrono tutti i Wailers – tranne i fratelli Barrett – trovando un compagno in discreta forma, che ha da poco iniziato a lavorare in corrispondenza con l’avvocato Diane Jobson per rimettere in sesto i conti della Tuff Gong International.
Questi mesi di ritrovata forza spirituale e (in parte) fisica durano poco: a marzo Bob peggiora e non si muove più, rifiuta anche di mangiare e bere. Assurdamente, in un momento così delicato, il dottor Issels decide di prendersi una vacanza, lasciando un paziente dal peso complessivo di 31 chilogrammi. Tutti i membri dei Wailers hanno già iniziato a chiedere la loro fetta di guadagni, mentre le ultime volontà di Bob prevedono che sia Rita a prendere tutto. Tornato dalla sua vacanza, Issels decide di operare d’urgenza, salvo poi arrendersi e dare a Marley ancora un paio di settimane. Rita decide di tornare a Miami, nella casa materna. Il giorno 11 maggio 1981 Rita viene allertata: mancano poche ore. Alle 11.45, la voce più potente della musica terzomondista si spegne definitivamente.

Il corpo di Bob Marley viene esibito per un giorno intero nella casa di Miami, con un flusso enorme di amici e colleghi a fare visita. Nella mano destra viene piazzata una copia della Bibbia aperta al salmo 23, dove si parla della casa del pastore che accoglie i suoi fedeli. Nell’altra, una chitarra. Il 19 maggio, la salma viene portata in Giamaica, accolta da un funerale di stato in due giorni consecutivi, organizzato dal primo ministro Edward Seaga a Kingston. Bob riceve postuma la Jamaican Order of Merit, terza onorificenza più alta nell’isola caraibica. Dopo un commovente discorso di Ziggy, il figlio più grande, la veglia funebre viene trasmessa addirittura su maxi-schermi alla National Arena, con la partecipazione di oltre 40mila persone in lutto. Ancora una volta vengono usati i lacrimogeni per disperdere una folla troppo pressante, mentre la bara viene sorvegliata dalle forze dell’ordine insieme ai leader dei Twelve Tribes. La cerimonia continua verso Maxfield Avenue, sede della chiesa ortodossa etiope, dove i Wailers si esibiscono in un mini-set con le I-Threes. Il corteo si avvia verso la Blue Mountain, a Nine Mile, parrocchia di St. Ann, dove Bob verrà seppellito, lì dove tutto ha avuto inizio.

Capitolo dieci - Eredità e leggenda

Bob MarleyOttobre 1981. A pochi mesi dalla tragica morte di Marley, Danny Sims decide di portare alle stampe il disco Chances Are, avendo lavorato al remix di brani inediti registrati con Bob tra il 1968 e il 1972. Pubblicato a livello mondiale dalla Warner, il disco è ovviamente un tentativo di cavalcare l’onda emotiva dopo la scomparsa della star, dal momento che Sims addirittura estende la durata di molte canzoni rispetto alle rispettive versioni originali. Dalla fusione tra reggae e soul di “Reggae On Broadway” - tentativo datato 1972 di conquistare il pubblico radiofonico americano - al ritmo rock steady di “I'm Hurting Inside”, il disco è come uno snaturamento del mood originale, zeppo di sovraincisioni targate Sims e decisamente inutile per capire l’arte dei Wailers.

Di altro piglio è Confrontation, pubblicato ufficialmente dalle due etichette storiche, Tuff Gong e Island, ma soprattutto già concepito da Bob Marley in vita durante le feconde session di Uprising. Il compianto leader dei Wailers viene dipinto su un cavallo bianco mentre fronteggia un drago psichedelico, incarnando lo spirito di San Giorgio per richiamare la battaglia di Adowa quando gli etiopi sconfissero gli italiani nel 1896. Confrontation è un testamento in musica di quasi 40 minuti, a concludere idealmente la trilogia sulla liberazione del popolo nero in tutto il mondo. Il disco è imperniato sull’inno “Buffalo Soldier”, scritto anni prima con King Sporty come esempio di uomini neri illustri che agirono con coraggio, onore e distinzione in un campo dominato dai bianchi. La Island sfrutta le I-Threes per dare un tocco soul a brani come “Jump Nyabinghi” o il reggae sintetizzato “Mix Up, Mix Up”. “Blackman Redemption”, tra le canzoni più interessanti del lotto, è perfettamente arrangiata tra ritmi africani, chitarre blues e cori in doo-wop. Puro Wailers sound. A parte la rilettura di “Trench Town”, il finale di Confrontation offre un ultimo grande inno, “Rastaman Live Up”, scritto in chiave dub con Lee Perry. L’ultima chiamata all’azione del più grande poeta rastafariano.

Nel 1984 esce Legend, anche chiamato “The Best Of Bob Marley”, il più grande successo commerciale della Island con un totale stimato di 25 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Da “Is This Love” a “Jamming”, 14 hit che coprono il periodo tra Burnin’ e l’ultimo Confrontation, in classifica per 609 settimane non consecutive nella Billboard 200 statunitense. L’abbinamento tra la morte di Marley e l’inserimento di classici conosciuti a livello globale porta Legend a macinare copie (12 milioni solo negli States), anche se diversi giornalisti musicali criticano la scelta di soli brani leggeri, una mossa commerciale per evitare problematiche con il lato più militante e violento della penna di Bob. Visto il successo del disco, i Wailers decidono di portarlo in tour con il figlio Ziggy che si unisce nello show di Los Angeles, mentre Junior Marvin si accolla l’onere della voce solista.

Nel 1985 la Jamaica Records pubblica il disco Bob, Peter, Bunny & Rita che recupera in malo modo alcune registrazioni effettuate dal nucleo originario dei Wailers presso la Jad Records. Il disco è poco più di una speculazione commerciale, imbottito di tastiere e sintetizzatori per un sound quasi da disco club (“Oh Lord” e “Soul Shake Down Party”). Più interessante è la nuova antologia targata Island, Rebel Music, che include un lungo remix di “Rebel Music (3 O'Clock Roadblock)” e il groove reggae-dub di “Roots”, inizialmente pubblicato come B-side del singolo “Waiting In Vain” (1977). Rebel Music potrebbe così essere visto come il fratellino ribelle di Legend, dal momento che Blackwell decide di includere brani più militanti come “War” e “Them Belly Full (But We Hungry)”.

Mentre la Island sbanca le classifiche con le sue compilation, si apre una fase critica incentrata sulla gestione dell’eredità finanziaria lasciata da Marley dopo la morte. L’impero Tuff Gong International è nelle mani di Rita, dal momento che Bob non ha lasciato un vero e proprio testamento prima della sua scomparsa. La prima mossa della vedova Marley consiste nello spostare uffici e studi di registrazione in un’altra sede a Kingston, mentre la vecchia sede al 56 di Hope Road diventa un museo aperto ai turisti. Al di là della nuova casa museo, la gestione delle finanze della Tuff Gong si rivela per Rita più difficile del previsto. Nel 1986 i vari membri dei Wailers vengono forzati a prendere un forfettario in cambio della cessione definitiva di ogni futura pretesa sulle royalties. Nel 1987 arriva il disastro: Rita Marley viene accusata di frode avendo depositato gran parte del patrimonio in un paradiso fiscale alle isole Cayman. Tutti gli asset vengono così congelati, compresa la casa materna a Miami, mentre il controllo della Tuff Gong passa in amministrazione controllata. Inizia così una tortuosa battaglia legale, dove l’ex-moglie di Bob è accusata di violazione del Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act (RICO), mentre il governo giamaicano arriva alla decisione di mettere in vendita l’intera eredità finanziaria. Entra così in scena il vecchio amico Chris Blackwell, che diventa il proprietario della Bob Marley estate per la somma di quasi 9 milioni di dollari. In un’asta contro la stessa famiglia Marley, l’azienda di Blackwell, Island Logic Inc., si assicura i diritti di sfruttamento commerciale e le future royalties di tutti i brani del catalogo della leggenda del reggae. Un diritto acquisito che durerà molto poco, visto che lo stesso Blackwell cederà l’intero patrimonio nel 1989 alla Polygram, che ha già provato disperatamente a convincere Bob a lasciare la Island quando era in vita. Il giro finirà poi alla fine degli anni 90 con l’acquisizione da parte del gruppo Universal Music.

Dopo un silenzio di cinque anni, nel 1991 viene pubblicato un nuovo disco live, Talkin’ Blues, che include diverse esibizioni registrate in studio tra il 1973 e il 1975 intervallate da stralci parlati dalle interviste di Bob. “Burnin’ And Lootin’”, “Kinky Reggae” e “Slave Driver” sono prese invece dalle sessioni per la stazione radiofonica di Sausalito KSAN, mentre la versione di “I Shot The Sheriff” risale alla data londinese al Lyceum Theatre nel 1975. Nell’anno successivo appare invece la mastodontica raccolta in quattro dischi Songs Of Freedom, che in quasi 5 ore ripercorre l’intera carriera di Bob Marley & The Wailers. Pubblicata sotto etichetta Tuff Gong, l’antologia parte dai primissimi ritmi ska – “Judge Not” è l’iniziale incisione su disco datata 1961 – per proseguire con “Simmer Down”, che nel 1965 fa scoprire alla Giamaica il talento grezzo di Bob, Peter e Bunny. Il sound iniziale dei Wailers eredita le radici americane – “One Love/People Get Ready” dall’idolo Curtis Mayfield – per poi virare verso una coralità sempre più marcata, da “Bend Down Low” alla versione originale rallentata del singolo del 1967, “Stir It Up”. Il primo ciclo di 24 brani arriva fino a “Mr. Brown” (1971) e copre i primi vagiti reggae come “Sun Is Shining” e “Duppy Conqueror”. Due le chicche sul disco due – che arriva alla pubblicazione di Natty Dread – ovvero la chilometrica “Acoustic Medley” e l’inedita “Iron Lion Zion” che mescola reggae, pop e dance per raccontare la fede rastafariana e la terra promessa Zion, direzione Etiopia. Songs Of Freedom è la compilation meglio curata nell’intera discografia dei Wailers, superando di gran lunga la selezione “commerciale” di Legend. Aperto dall’inedita versione live di “No Woman, No Cry” (Roxy, 1976), il terzo disco è zeppo di pregiati remix – “Jamming”, “Waiting In Vain”, una magnifica “Exodus” – che continuano anche nel quarto, sugellato dalla versione più emozionante di “Redemption Song” dall’ultimo concerto di Pittsburgh.

Il ciclo discografico celebrativo continua nel 1995 con l’uscita di Natural Mystic: The Legend Lives On.I quindici brani presenti rappresentano un addendum alla più famosa compilation del 1984, Legend, spesso criticata dalla stampa di settore per la presenza di sole love songs. Da “War” ad “Africa Unite”, la nuova raccolta punta invece a restituire all’ascoltatore l’anima più impegnata di Bob, premiata con un milione di copie vendute in Europa e 500mila negli States.

Dopo l’uscita dell’inutile 21 Winners: The Best Of Bob Marley And The Wailers, la JAD Records decide di dare alle stampe una compilation mastodontica in ben 11 volumi, per un totale di oltre 200 canzoni. The Complete Bob Marley & The Wailers 1967–1972 inizia la sua distribuzione nel 1998 con il volume intitolato “Rock To The Rock”, melodia rock steady registrata nel lontano 1968 presso gli studi di Kingston. Gran parte del materiale inedito presente in tutta la compilation (circa 100 brani) viene dai preziosissimi archivi dell’autore statunitense Roger Steffens. Ovviamente impossibile racchiudere in poche righe il valore dell’operazione che permette al mondo di ritrovare gemme rare dall’opera di Marley.

A quasi vent’anni dal flop di Chances Are, nel 1999 esce un nuovo lavoro di remix con la produzione del figlio Stephen, che coinvolge diverse star del rock/hip-hop (da Busta Ryhmes a The Roots) per omaggiare la musica paterna. Chant Down Babylon è un modo più contaminato e coraggioso di riascoltare i classici del reggae, dal sound metropolitano di “No More Trouble” (con Erykah Badu) alla versione sincopata dell’immortale “Concrete Jungle” (con Rakim). Inclusi poi l’incursione della chitarra rock di Joe Perry in “Roots, Rock, Reggae” e l’elegante remix di “Burnin' And Lootin'” con i sempre eccelsi Roots.

Dopo l’ennesima super compilation One Love: The Very Best Of Bob Marley & The Wailers nel 2001, finalmente l’uscita di un doppio disco live dal concerto del 26 maggio 1976 al Roxy di West Hollywood per il tour di Rastaman Vibration. Live At The Roxy viene pubblicato dopo decenni di popolarità su bootleg dalla registrazione effettuata dal vivo dalla stazione radiofonica KMET. Il live è pulito, energico e ottimamente interpretato dalla Marley crew, esplodendo sul finale con il fantastico medley di oltre 20 minuti “Get Up, Stand Up/No More Trouble/War”.
Quattro anni dopo, nel 2005, è tempo di nuove retrospettive: la banale compilation Gold e la più interessante Africa Unite: The Singles Collection, che raccoglie singoli dal 1970 al 1984 con l’aggiunta del remix di “Africa Unite” (will.i.am) e l’inedita “Slogans” con la chitarra blues di Eric Clapton.

Nel 2009 la leggenda di Marley rivive in un disco atipico, B Is For Bob. Dalla versione corale e acustica di “Three Little Birds”, l’album è costituito da remix per bambini, come a voler rendere ancora più universale il messaggio sonico di Bob. L’operazione riesce nel momento in cui vuole restituire un’aura diversa, come delle ballate per far addormentare i più piccoli. Con una interessante versione tribale di “Jamming” e una sempre commovente “Redemption Song”.

Due anni, dopo – è il 2011 – viene finalmente data alle stampe la registrazione dell’ultimo concerto dei Wailers: Live Forever: September 23, 1980 • Stanley Theatre • Pittsburgh, PA è l’emozionante canto del cigno di Marley. Dalle tastiere di “Natural Mystic” all’oscura gemma reggae-rock “The Heathen”, il nuovo doppio disco è il tassello che mancava nella discografia dei Wailers.
A chiudere definitivamente il cerchio, il live Easy Skanking In Boston ’78, a supporto dell’album Kaya e filmato originariamente al Wang Theatre da un fan autorizzato dallo stesso Marley a stare seduto davanti al palco. Come scritto nella recensione sul sito World A Reggae: “Questa esibizione dal vivo senza tempo del Re del Reggae, è uno dei migliori album postumi di Marley pubblicati ad oggi da Island/Universal, vale il prezzo del biglietto ed è la prova definitiva che non ci sarà mai un altro Bob Marley”.

È il mio sogno, mon, è il sogno di ogni rasta. Tornare in Etiopia e lasciare Babilonia, dove i politici non permettono a me e ai miei fratelli di essere liberi.

Bob Marley

Il profeta dell'utopia reggae

di Mauro Vecchio

La storia del primo musicista terzomondista riuscito a brillare come una stella nel firmamento del songwriting, l'artista che in soli 36 anni di vita ha portato un intero movimento sonico, il reggae, a stravolgere qualsiasi logica del marketing applicato all’industria discografica. Con un linguaggio capace di scavalcare razze, colori, status economici e sociali nel nome di un'utopia universale ..
Bob Marley
Discografia
 The Wailing Wailers (Studio One, 1965)

6,5

Soul Rebels (Upsetter / Trojan, 1970)

7,5

 

Soul Revolution (Upsetter, 1971)

7

 

The Best Of The Wailers (antologia, Beverly’s, 1971)

7

Catch A Fire (Tuff Gong / Island, 1973)

9

 

African Herbsman (Trojan, 1973)

 

Burnin’ (Tuff Gong/Island, 1973)

8

 

Rasta Revolution (Trojan, 1974)

 

Natty Dread (Tuff Gong/Island, 1974)

8

 

Live! (live, Island, 1975)

 7,5
 

Rastaman Vibration (Tuff Gong/Island, 1976)

7

Exodus (Tuff Gong/Island, 1977)

 8,5

 

Kaya (Tuff Gong/Island, 1978)

6

Babylon By Bus (Tuff Gong/Island, 1978)

7,5

 

Survival (Tuff Gong/Island, 1979)

6,5

Uprising (Tuff Gong/Island, 1980)

8,5

 

Chances Are (Wea International 1981)

 4
 

Confrontation (Tuff Gong / Island, 1983)

 7
 

Legend (antologia, Tuff Gong/Island, 1984)

 

 Bob, Peter, Bunny & Rita (Jamaica Records, 1985)

 3

 Rebel Music (Tuff Gong/ Island, 1986)

 

 

Talkin' Blues (live, Tuff Gong, 1991)  

7

Songs Of Freedom (antologia, Tuff Gong, 1992)

 9

 

Natural Mystic: The Legend Lives On (antologia, Tuff Gong/Island, 1995)

 

 21 Winners: The Best Of Bob Marley & The Wailers (antologia, Madacy Entertainment, 1997) 
 

The Complete Bob Marley & The Wailers 1967–1972 (antologia, Jad, 1998)

 

 

Chant Down Babylon (Tuff Gong/Island, 1999)

7

 One Love: The Very Best Of Bob Marley & The Wailers (antologia, Island, 2001) 
 

Live At The Roxy (live, Tuff Gong/Island, 2003)

7,5

 

Gold (antologia, Island, 2005)

 

 

Africa Unite: The Singles Collection (antologia, Tuff Gong/Island, 2005)

 

 B Is For Bob (Tuff Gong/Umg Family, 2009)

6

 

Live Forever: September 23, 1980 • Stanley Theatre • Pittsburgh, Pa (live, Tuff Gong/Island, 2011)

7,5

 Easy Skanking In Boston '78 (live, Tuff Gong / Island, 2015)

 7,5

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