In quello che sembra un anonimo e sonnolento mercoledì sera di luglio, al Monk Club di Via Giuseppe Mirri si respira un’aria elettrica. Nel cuore del quadrante Est della Capitale, il pubblico riempie tutti gli spazi disponibili, dalle feste di compleanno in giardino ai bambini scalmanati nell’area
kids. Prima dell’apertura del teatro, prevista per le 21,30, sembra che in pochi siano arrivati per assistere al ritorno sul palco degli olandesi YĪN YĪN, quartetto di fricchettoni attivo da ormai otto anni con tre album alle spalle. Tra visibili sospiri di sollievo, la sala climatizzata dell’ormai solidissimo locale romano si riempie velocemente, fino a quasi saturarsi quando, intorno alle 21,55, la band di Maastricht sale sul palco.
L’accoglienza è di quelle davvero calorose, grazie a spettatori in tenuta hippie-freak da tipico festival estivo, tra giacche colorate orientali e camicie sgargianti. Il
riff ipnotico dell’iniziale “The Year Of The Rabbit” scatena i primi vibranti applausi, strisciando leggero come un serpente tra ritmi mediorientali e timide danze nipponiche. E’ il primo estratto dall’ultimo album “Mount Matsu”, uscito a gennaio dello scorso anno su etichetta Glitterbeat, che ha solidificato il loro approccio orientalista al
funk psichedelico, sulla scia di quanto proposto dagli
Altın Gün in chiave anatolica. Il synth che apre “White Storm” allarga gli orizzonti sonici verso un
psych-funk tra passato e futuro, prima di scatenare le percussioni in modalità nenia tribale di “Nautilus”.
Nato da una
jam session improvvisata, il progetto YĪN YĪN non sembra avere le tipiche ambizioni di una band che vuole conquistare il mondo a tutti costi, semmai provare ogni sera a divertirsi tra una birra e l’altra. E soprattutto a far divertire e ballare il pubblico, mentre la temperatura interna al teatro del Monk inizia a salire vertiginosamente. I ritmi da
disco-music anni 70 permeano “Pia Dance” sulle anche degli spettatori, così come il
groove in chiave
nippon-funky di “One Inch Punch” scatena applausi sempre più convinti.
Lo show è assolutamente godibile, pur mostrando una certa dose di furbizia da parte dei quattro, sempre ammiccanti e maliziosi sul palco. Ma la proposta musicale suona valida, impossibile da ignorare quando si scatena il
wah-wah in “Tokyo Disko” o l’esotica giravolta
tarantiniana in “Pingpxng”.
In “The Perseverance Of Sano” c’è un ritmo che potrebbe essere definito
thai-surf, mentre in “The Rabbit That Hunts Tigers” la band dimostra di essere comunque ancorata al tipico
sound dal gusto
seventies, compreso un poderoso assolo di batteria come da usanza ormai quasi del tutto dimenticata.
Il gruppo termina il set dopo nemmeno un’ora, lanciandosi nei ricordi più alcolici delle altre serate passate al Monk. Il bis è tutto da ballare, dal funky psichedelico “Takahashi Timing” al richiamo della tradizione thailandese in “Dis Kô Dis Kô”, che mixa i
Bee Gees con le assolate spiagge del Sud-Est asiatico. Magari i quattro di Maastricht non avranno ancora certe sofisticatezze strumentali, ma il loro show è colorato, avvolgente e tremendamente divertente.