03/03/2026

New Colossus Fest

Piano’s, Ki Smith Gallery, Silver Lining Lounge, Baker Falls


Martedì 3 marzo

sexverbot200Piove a dirotto su Chinatown e dopo aver mangiato benissimo e pagato esclusivamente cash, stiamo andando al primo appuntamento del New Colossus Fest 2026: 190 band da tutto il mondo (senza l’Italia quest’anno, ca va sans dire) si esibiscono in 12 diverse location di New York City per circa una settimana, principalmente club. Fumosi, affollati, appiccicosi e in qualche caso davvero strani.
New Colossus Fest offre di tutto: dal punk all’indie, passando per le cantautrici e gli svitati con tastiere e drum machine. Sottraendoci alla pioggia, entriamo al “Piano’s” (158 Ludlow St), piccolo grande club con ben due sale dove si stanno esibendo due dei tanti artisti. Incontriamo l’esile e stravagante figura del singer dei Fat Concubine (Uk), 50 chili scarsi di ragazzone esile, biondo e diafano avvolto in uno spolverino; di lì a poco con una bambolina che sembra uscita da un manga porno delizieranno la folla con uno show techno-noise tutto da ballare e urlare. Il duo coinvolge, diverte e non impegna come la prima vodka lemon della serata. Il posto è ben frequentato dai freak della Mela e non sfigura davanti alla cantina di Mos Eisley. Mentre al piano di sopra nella upstairs lounge i Sexverbot (De) dalla pallida madre hanno appena finito di incendiare la scena con tanto punk-rock, testi duri e nichilisti, chitarre taglienti nella migliore tradizione berlinese. Si suda, si beve, si suda, si beve. Questo è punk, siatene degni!

Giovedì 5 marzo

E’ il turno della Ki Smith Gallery (170 Forsyth St), first floor. Una grande stanza bianca, alle pareti quadri di pop art coloratissimi, soliti freak in and out of love. Tutta la “fauna” di New York non entra in una sola stanza. Scendiamo una rampa di scale e sembra di stare in una scuola di teatro per ferrovieri, sedioline pieghevoli e un misero palchetto con tanto di sipario. L’atmosfera sotto tono non basta a bagnare le polveri delle Bonnie Trash da Toronto, Canada. Quattro ragazze vestite di pelle nera mixano metal, doom, stoner e una voce alla Siouxsie che sembra uscita da un club goth berlinese degli anni 80. Serafina, la lead vocalist, incanta e rapisce; ha uno sguardo magnetico che trafigge la manciata di presenti seduti. La testa rasata e una posa ieratica, potente, oscura, vagamente fetish. Con la chitarrista Emma, sua sorella, infilano un pezzo dopo l’altro di grande impatto, tutti ben suonati, affilati, implacabili. Ci conquistano subito, fosse solo per la paura che incutono. Dopo lo show ci confessano di essere italiane di seconda generazione, originarie del Veneto. Il combo classico si completa con bassista Emma e la batterista Dana. Chapeau, ragazze.

Veloce e caotico cambio di palco e sul palco ci sono Suburban Speed (Usa). Jordan, sax e cabaret alla Tom Waits, attacca il set con una lunga suite. Al suo fianco B.T. che suona timpano, tastiere e bottiglie. Non c’è nulla di normale in questa band, meno male. La musica è storta, sghemba, divertente. Sofferta e lancinante, Jordan dipinge scenari politici e a volte comici, a volte entrambi. Il tasso alcolico è alto. Bella roba.
Ci avrebbe fatto piacere sentire quel pazzo di Danny Blu, ma la sua esibizione che doveva chiudere la serata salta ed è sostituita dai Fat Concubine, ma con loro abbiamo già dato. La pioggia ci chiama e scappiamo in un altro club, il Silver Lining Lounge (145 Bowery). Attraversiamo il quartiere tra negozi di pizza a 1,5 dollari e qualche cocktail bar a luci basse. Noi andiamo verso la musica.
Silver Lining Lounge è il club esclusivo di un hotel 4 stelle, moquette blu scuro, tavolini con lampade, divinità femminili in carne che versano da bere e il carrozzone del Colossus che invade questo posto da crooner, dove immagini di ascoltare musica di Nat King Cole. Tocca poi a Torture and the Desert Spiders, un trio guidato da Anna Kunz. Lei canta con una forza in cui non puoi fare a meno di rivedere la Janis nazionale, suona la chitarra come un vecchio bluesman e ti vende canzoni di seconda mano ma ancora perfettamente funzionanti. Bassista e batterista dietro suonano come “ciclisti gregari in fuga”, capaci di valorizzare ogni nota scritta dalla Kunz, ogni spigolo delle sue canzoni, ogni squarcio di scollatura della chitarra. Lo show è vero, autentico, genuino, no frills, tutta roba di qualità. Cash only policy. Approved!
Salgono poi i Feet (Uk), nella loro prima esibizione a stelle strisce. Sono imbevuti di Kaiser Chiefs e scena British. Belli energici, accattivanti, un po' piacioni. George Haverson, cantante, scherza col pubblico e fa esplodere un po' di pezzi giusti per cancellare le strade bagnate di Lower Manhattan. Fuori sta piovendo a dirotto. Qui la gente grida di gioia. Ci piacciono e tanto.

shaggo_220Cambio di scena: Ryan Breslin chitarra solista e cori, Dexter Baker al basso, Nathan Sautereau alla batteria. Sono the K’s e arrivano da Earlestown, una cittadina nel distretto di St Helens, tra Liverpool e Manchester, nel nord-ovest dell'Inghilterra. Dal look e dagli arrangiamenti diresti che sono cresciuti a birra e Oasis. La loro musica dal vivo vira molto sulla melodia della voce, ma sul disco sono decisamente più pesanti. Estremamente professionali e compatti, non brillano per simpatia. Ma danno ciò che promettono e forse qualcosa in più. Un voto? 7. Mentre ci aggiriamo nel backstage per fotografarli in posa, attaccano a suonare gli Shaggo di Zack Shaggo: piccolina, rossa di capelli e fatta di muscoli e adrenalina pura. Sul palco con lei Ariel alla chitarra Sam al basso, Didialla batteria. Bella roba punk e gioiosa che trova il suo apice nel pezzo “the BOSS”. “I hope this e-mail found you dead” e la stiamo già cantando tutti. Prima di chiudere il set, Didi, rigorosamente vestito da donna, si lancia in una serie di strali anti-Ice e Trump provocando il boato di approvazione del pubblico.
Anche stanotte New York City ci ha regalato emozioni. Ci tocca solo attraversarla a piedi sotto la pioggia in cerca di un cocktail che asciughi le ossa e un panino da 7eleven. Domani è un altro giorno.

Venerdì 6 marzo

La grande attrazione del Deli Katz’s ci guida verso l’East Village. Magneticamente attratti dal Pastrami Sandwich di “Harry Meets Sally”, sediamo nel super diner americano tra foto di celebrità, cameriere apprensive e un panino strapieno di 450 gr di roastbeef. Circondati da famiglie nere, italoamericane, coppie ebree e qualche turista, mastichiamo felici. Quattro passi per smaltire e stiamo andando al Baker Falls (192, Allen St), un palco in un angolo e il posto già strapieno. Linecheck di fortuna e sul palco c’è Hause plants dal Portogallo a deliziarci con uno show che fa del ritmo la sua spina dorsale. Un batterista e un bassista che controlla anche una drum machine, suoni saturi e Bpm mai sotto i 140, questa roba ti fa davvero muovere il culo. Il cantante Guilherme MachadoCorreia tiene lo show con due ottimi musicisti, i pezzi sono ruffiani e accattivanti, impossibile stare fermi. Venature dance-punk e bassi saturi per presentare il singolo “Do It Like This”. I corpi sudano, le anche si muovono, birra e cocktail passano di mano in mano. New York ha sempre sete e chi siamo noi per dirle di no?

makara1_01Solito cambio di palco di fortuna e questa volta tocca ai The Slatesfrom Uk. Età media 20 anni, per la prima volta su un palcoscenico americano, felici e sudati, suonano uno show energico, solare, divertente, un pop molto macchiato di rock. Sembra non facciano altro da decenni. Louis Barnes è un frontman navigato, canta e interagisce con il pubblico, dirige il set verso quello che sogni possa essere il concerto in un club: ritornelli catchy, sudore e birra. Jude Walesal basso, vestito come un middle class boy di periferia ha una tuta Sergio Tacchini chiusa fino al collo, suda l’anima, aizza la folla, salta sull’amplificatore ed è giustamente felice. Dietro la batteria Cohen Hallnon arriva ai 20, pesta duro nella notte dell’East Village, è lui la sala macchine di questo treno. Joe Briggs è il clumsy boy della band, non sbaglia una nota alla chitarra e tutto quello che fa rende il suono sporco, grezzo, alle volte pop e ammaliante, ma sempre in equilibrio e al servizio delle canzoni, nessun effetto nessun pedale un cavo nell’ampli e via.
Ci arriva addosso la felicità di essere su un palco a NYC e avere 20 anni, e noi rispondiamo con la fortuna di aver visto questa band di giovanissimi suonare dal vivo, vivere un sogno, cantare a squarciagola il loro “what have you done?”.
Abbiamo vissuto una notte magica, ecco cosa abbiamo fatto, ragazzi. Such a Perfect Night. Difficile salire sul palco dopo questa botta di rock'n'roll ma tant’è. Makara dalla Thailandia, trio di pop-rock psichedelico, per la maggior parte strumentale, maniacalmente ben suonato: tutto sommato fanno ballare i corpi sudati a un ritmo più rilassato ma non per questo meno sensuale. Bella band, solida e determinata. Chill-out garantito.

Cosa ci resta di queste notti? Qualche mal di testa, qualche bicchiere vuoto ma soprattutto una evidenza: c’è ancora tanta musica suonata, fuck AI! C’è ancora gente che si chiude in una cantina e suona, prova, si incontra, litiga su un arrangiamento, gioisce di poter suonare all’estero. C’è ancora gente che si chiude in un club per ballare, gridare, farsi schiaffeggiare dai decibel, ordinare ancora un’altra birra e fanculo il mal di testa di domani. Il rock è vivo, ha bisogno di noi, di voi. Lasciate stare le Cassandre, scendete nei club a farne parte.

(Foto di Riccardo Piccirillo)

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