Georges Brassens

Chante les chansons poétiques (et souvent gaillardes) de... Georges Brassens

1954 (Polydor) | chanson, folk

Brassens il poeta, Brassens l'autore irriverente, Brassens il portavoce degli ultimi, Brassens l'anarchico contraddittorio e l'anticlericale, Brassens il dissacratore di una società iniqua e barricata dietro i suoi cliché. Brassens armato solo di voce e chitarra, sempre dieci passi avanti rispetto ai tempi.
Eppure, per quanto ci si provi, resta alquanto difficile - a maggior ragione nei limiti di spazio che ci sono concessi - fornire un ritratto a tuttotondo di Georges Brassens, nonché spiegare quanto abbia significato per la chanson francese e oltre, Italia compresa. E questo per un motivo molto semplice. Dietro le canzoni per chitarra e voce del cantautore di Sète, accompagnate dal solo contrabbasso del fido Pierre Nicolas, tanto semplici in apparenza quanto complesse sotto ogni singolo aspetto, ci sono mondi che necessitano di studi approfonditi - al punto che nel corso degli ultimi decenni sono fiorite pubblicazioni, convegni, giornate di studio tese a gettare nuova luce sui testi, sulla costruzione delle melodie e sulle abilità di chitarrista, sui giochi di parole e i cambi di registro, sul meccanismo rigoroso della metrica, persino sul cantato in apparenza poco aggraziato e invece pienamente funzionale, parte essenziale dell'insieme. Una “semplice complessità”, per usare un ossimoro, che al pubblico piaceva e piace ancora oggi, poiché ammantata di quella schiettezza di toni e di spirito di cui Georges Brassens è stato maestro per tutta la vita. Lui che era salito sul palco tardi, già passati i trent'anni, ma ci aveva messo un istante per diventare il più grande.

Delle innumerevoli cose che potremmo dire a proposito del fare arte del menestrello occitano, di una almeno siamo del tutto certi. Brassens è stato l'artista che ha portato la letteratura nella musica, o meglio che ha elevato la canzone al rango poetico. La parola chiave, teniamolo bene a mente, è questa: poesia. Ci sono i versi e le rime, epicentro di ogni brano, e in più una chitarra, un palco, un pubblico seduto che ascolta, prima nei cabaret di Montmartre, poi di tutta Parigi, infine nei teatri prestigiosi. "La canzone è una poesia alla portata di tutte le tasche", soleva dire mettendo d'accordo in una sola espressione tutte le sfaccettature del suo pensiero. Non è un caso se il primo 33 giri a suo nome recita nel titolo: “Georges Brassens chante les chansons poétiques (...et souvent gaillardes) de... Georges Brassens”, letteralmente: "Georges Brassens canta le canzoni poetiche (e spesso gagliarde) di... Georges Brassens". La raccolta del primo materiale inciso esce nel 1954 sotto la guida di Jacques Canetti, fratello di Elias, quando non sono ancora passati due anni dalla prima esibizione in pubblico al cabaret di Patachou nella pittoresca Place du Tertre in cima a Montmartre, e come accadrà con gli altri album di Brassens prenderà poi il nome ufficioso dalla prima canzone inserita in scaletta: “La Mauvaise Réputation”.

“Au village sans prétention/ J'ai mauvaise réputation”: nemmeno il tempo di abituarsi al primo giro di chitarra e già abbiamo il ritratto dell'anti-eroe brassensiano, l'alter ego dell'artista che non si piega al volere della società e il 14 luglio - festa nazionale - preferisce restarsene a letto anziché seguire la banda che attraversa il paese, attirando le maldicenze e i sospetti delle “brave persone”. Le strofe alternano in modo diretto e spietato gli attacchi al paese bigotto e ignorante che non ama che si segua una strada diversa (bellissimo il verso “en ne suivant pas les chemins qui n'mènent pas à Rome”) a una fiera autodifesa della libertà di pensiero: “Non faccio torto a nessuno non ascoltando il suono della tromba”.
L'altro grande anti-inno è “Le Gorille”, un brano che verrà ripreso e tradotto diversi anni dopo da Fabrizio De André che, non a caso, vedeva proprio in Brassens il grande punto di riferimento. Qui la tragicomica vicenda si trasforma in canzone sboccata - la classica chanson paillarde della tradizione francese, magari di origini trobadoriche - e non priva di una sadica morale: il vigoroso gorilla che si vendica (e come...!) del giudice è l'allegoria dell'oppresso che si rivale sull'oppressore che l'aveva condannato a una pena ingiusta. In pratica, una canzone contro la pena di morte ante litteram, talmente sboccata e perversa da essere per diverso tempo censurata in Francia: “Gare au gorille!” suona fieramente come una minaccia. Ancora una volta, è l'ordine costituito – in questo caso i rappresentanti della Legge, con i loro pieni poteri – a essere preso di mira dal giovane cantautore. Un tema particolarmente caro a Brassens, condannato da un severo giudice quando era ancora ragazzino insieme agli amici per via di un piccolo furto: un fatto che convincerà i genitori (a proposito: la madre era italiana, originaria della Basilicata) a inviare il figlio indisciplinato presso una zia a Parigi, dove si compirà il suo destino.

C'è poi un altro Georges Brassens, ed è quello che parla d'amore in tono agrodolce. Quel capolavoro senza tempo di “Le Parapluie” assembla dolcezza e mascalzoneria con una tale perfezione da risultare inarrivabile. Sul ritmo nuovamente incalzante della chitarra si dipana la storia dello scapestrato protagonista, sempre declinato alla prima persona, che si innamora di una passante senza ombrello. Lui ne è provvisto, avendolo probabilmente rubato “a qualche amico”, e le propone di condividerlo. I minuti, forse solo i momenti che seguono, sono descritti con un registro diverso: il provvidenziale ombrello si trasforma in angolo di Paradiso (l'intero brano è pieno di metafore "divine"), la giovane donna in un angelo, fino a quando, prosaicamente, quest'ultima lo saluta e “parte felicemente verso il mio oblio”.

È con questi argomenti sfacciati (soprattutto per i primi anni del Dopoguerra), con la duttilità del registro linguistico, con idee di forma canzone differenti rispetto alla chanson tradizionale che Brassens apre una strada del tutto nuova sullo scenario transalpino. Il protagonista di “Le Parapluie” è un perdente costretto ad arrendersi all'evidenza della propria poco appetibile condizione. Il becchino di “Le Fossoyeur”, non a caso la canzone più cupa dell'album, vive la condanna insita nel suo lavoro: la gente che lo guarda male perché crede che non abbia rimorsi a guadagnarsi da vivere seppellendo i morti, ed egli stesso che si angustia perché non desidera che le persone scompaiano, ma d'altro canto se non lo facessero sarebbe lui a morire di fame.

Il filo sottile su cui si muove Georges Brassens è dunque costantemente sospeso tra innovazione e tradizione. A proposito di quest'ultima, il vaudeville “Corne d'Auroch” riprende a fine strofa il verso ô gué! ô gué! tipico delle canzoni popolari francesi. In “Hécatombe” il ritratto divertito (e a tratti sboccato) del classico mercato paesano che si trasforma in una specie di buffo ring a cielo aperto ha infine una collocazione precisa: Brive-la-Gaillarde, cittadina aquitana che proprio a lui ha poi dedicato quello spazio.
La piega più aulica spetta invece a “La chasse aux papillons” e “Le petit cheval”, che introducono due filoni destinati a grande fortuna nel canzoniere di Brassens. “La chasse aux papillons” è un contenitore di riferimenti letterari, da Goethe alla Contessa di Ségur a Charles Perrault, mentre il linguaggio rimastica in una forma nuova vecchi modi di dire e vocaboli di estrazione regionale.

“Le petit cheval” è invece la versione musicata di una poesia di Paul Fort, con il quale Brassens aveva stretto un forte legame di amicizia. Insieme a Louis Aragon e Paul Valéry, con il quale condivideva i natali a Sète, Fort sarà l'autore da cui Brassens prenderà più volte poesie da tradurre in musica. Il ritmo incalzante della chitarra, tratto caratteristico di tutti i brani di questo primissimo repertorio, si assesta infine su toni meno felici. Il giovane cavallo bianco stroncato “senza aver ancora visto i tempi belli”, nel fiore degli anni, introduce un altro tema ricorrente: quello della morte, in questo caso precoce. Lui stesso, Brassens, se ne andrà alla fine di ottobre del 1981, pochi giorni dopo aver compiuto 60 anni. Sempre lui che nel testamento in musica si definisce umile menestrello, viene celebrato dalla Francia commossa alla stregua dei suoi grandi poeti.

(27/10/2019)

  • Tracklist
  1. La mauvaise réputation
  2. Le parapluie
  3. Le petit cheval
  4. Le fossoyeur
  5. Le gorille
  6. Corne d'auroch
  7. La chasse aux papillons
  8. Hécatombe




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