Giardini di Miro'

Punk... Not Diet!

2003 (Homesleep) | post-rock

La musica è stanca, diceva una volta Battiato. E sono un po’ affaticato anch'io.
Giardini di Mirò, stimato gruppo italiano (della provincia di Reggio Emilia, se non erro ), alcuni Ep e un buon cd all'attivo, considerazione e fama in crescita, riferimenti palesi: Mogwai, Tarentel, Madrid, un po’ di Sigur Rós, un po’ tutti i gruppi dell'etichetta Constellation, ma tutto sommato gruppo non privo di personalità e peculiarità. "Punk… not diet!": titolo e copertina orrendi per introdurre il secondo lavoro sulla lunga distanza. Dicono il più difficile dopo un buon esordio, e loro cercano di spiazzare inserendo il cantato nella maggior parte dei nove brani. Cantato a due voci, prevalentemente maschile, più che discreto, soprattutto funzionale anche se come al solito un po’ lamentoso e depressivo, il lento e pigro roteare delle chitarre attorno a un centro di gravità conduce quasi tutti i brani, efficaci inserti di tromba a cui è affidato il mood dei pezzi, bizzarrie contenute al minimo sindacale, alcune sfuriate di prammatica.

Impressione generale di credibilità e buona professionalità, ottima produzione che sfrutta al meglio le potenzialità del gruppo, buona tenuta sulla distanza di un cd. Album assolutamente piacevole, ben suonato con un'ottima gestione delle varie voci strumentali segno di arrangiamenti ben congeniati. C' è pure qualche inserto di mellotron, che volere di più…

Eppure la musica è stanca, il rock poi è morto o agonizzante. Staccate l' ossigeno. Il disco dei Giardini di Mirò, del quale sia ben chiaro non sconsiglio l' acquisto, è, come il 90% della musica pensata negli ultimi anni: pura muzak di sottofondo, uno sfondo amorfo non tanto per le attività quotidiane, quanto per i quotidiani pensieri, uno sfondo anodino privo di forza ma di coerenza stupefacente, meravigliosamente suonato e soprattutto arrangiato, ma privo della tensione e della fatica della creazione, che è sudore, lavoro quotidiano, scintilla e metodo.

Non c'è tensione, non c'è emozione, nessun dolore (L. Battisti). Nessun dolore, appunto, ma anche nessuna gioia, nessuna meraviglia né stupore per come dal rumore di fondo dell' universo possa scaturire la forma dell'invenzione.
C’è da aspettarsi sperticate lodi per il 38° capolavoro del mese, ce le berremo tutte perché abbiamo sete e pazienza, se l'acqua sa di calcare, glu glu glu; attendendo attoniti alle meraviglie delle magnifiche sorti e progressive, glu glu glu. Attenti che non vada di traverso.

Dischi come questo, ma è solo un esempio, sono una resa, un'abdicazione al concetto stesso di musica come esperienza creativa totalizzante emotivamente, al suo posto il concetto di musica come parassita emozionale. Brian Eno, grandissimo teorico e stratega ma musicista (anzi, non-musicista) discutibile, se la ride.
Per quanto mi riguarda, lasciatemi qui, con le mie farfalle attaccate agli spilli, con il rammarico e l'orgoglio di essere un reazionario. Come Metternich.

6/10

(Michele Chiusi)

***

Come gli Yuppie Flu, loro compagni di etichetta, i Giardini di Mirò erano attesi al varco da tutti gli appassionati di indie rock “made in Italy”. E, come nel caso degli Yuppie Flu, l’attesa è stata ripagata da un disco per certi versi sorprendente.

I Giardini di Mirò hanno saputo rinnovarsi senza snaturarsi, hanno saputo scrollarsi di dosso gli scomodi paragoni certa critica ha subito tirato in ballo (Mogwai, GY!BE, ad esempio), hanno intelligentemente allargato i loro orizzonti, abbracciando anche la forma canzone in alcuni casi, inserendo parti di elettronica minimale e, soprattutto, servendosi maggiormente del canto. Un canto che dà maggior equilibrio alle composizioni e le arricchisce di sfumature inaspettate.

Ed è subito la voce a farla da padrone dapprima nella traccia iniziale, “Too much static for a beguine” dove il caldo recitato di Ronnie James ci dà il benvenuto, sostenuto da un’atmosfera sospesa e sognante, poi nella stupenda “The swimming season”, dove il cantato di Alessandro Raina ci accompagna sino a quello che, per il sottoscritto, è uno dei momenti più alti dell’album, e cioè quell’intrecciarsi mozzafiato di tromba, clarinetto e sax , che dimostra come le influenze di questo album vadano ben oltre il ristretto mondo dell’indie-post rock.

È poi la volta del singolo “Given ground (oops…revolution on your pins!)” con la voce di Raina sempre a dominare la scena, sostenuta dagli eterei cori di Kaye Brewster (già presente su “The soft touch Ep” dello scorso anno).
C’è una sottile tensione che pervade quasi tutto il disco e che trova libero sfogo in uno dei brani migliori, “Connect the machine to the lips tower *be proud of your cake*”: un brano “vecchio stile”, circolare, rabbioso e sofferto, tra le cui trame trovano spazio le parti elettroniche di Herrmann , minimali e disturbanti.

L’elettronica dà il suo apporto anche nelle seguenti “Once again a fond farewell” e “The comforting of a trasparent life” e, in questo caso, Styrofoam dimostra come le barriere tra post-rock e indietronica possano essere intelligentemente eluse.
Si ritorna, poi, a un approccio più classico, quasi folk, in “When you were a postcard”, con un banjo in sottofondo e arpeggi di chitarre che sembrano sempre più un tutto, un’unica linea melodica che colpisce dritto al cuore l’ascoltatore.
A chiudere, le due tracce più particolari e bizzarre: “Last act in Baires”, quasi una ninna-nanna, con le sorelle Brewster al canto, e la conclusiva “Dolphins are here to watch your blue blood flow”, un brano che può ricordare i L’altra per l’uso di due strumenti classici quali violino e piano.

I Giardini di Mirò continuano, quindi, il loro cammino verso la loro personale idea di musica e lo fanno in maniera convincente, cambiando le carte in tavola, pur mantenendo una coerenza di fondo con i precedenti lavori che, pur essendo ottimi, forse pativano la mancanza di strutture più elaborate; strutture che si rivelano equilibrate e mai pesanti.

Nel genere il disco non teme confronti con altri sopravvalutati gruppi americani e inglesi e, anzi, supera di gran lunga, dal punto di vista qualitativo, molte recenti produzioni straniere: i Giardini di Mirò guardano (giustamente) al di là dei confini italiani, anche se finalmente qualcosa si sta muovendo anche qua e lo si evince dal sempre crescente pubblico presente ai loro concerti, così come a quelli di altri gruppi indie rock italiani quali Yuppie Flu, Three Second Kiss, Julie’s Haircut etc..

7/10

(Matteo Lavagna)

(27/10/2006)

  • Tracklist

1 Too much static for a beguine
2 The swimming season
3 Given ground (oops…revolution on your pins!)
4 Connect the machine to the lips tower * be proud of your cake *
5 Once again a fond farewell
6 The comforting of a transparent life
7 When you were a postcard
8 Last act in Baires
9 Dolphins are here to watch your blue blood flow

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