Dopo l'ennesimo polverone alzato dai pennivendoli britannici,
NME in testa, prima ancora che potessero pubblicare una nota soltanto, è uscito
in questa pallida estate 2004, distribuito dalla Wea, il debutto di una delle
band più incensate dai media d'oltre manica: The Ordinary Boys.
Si sono
sprecati paragoni "forti" per rendere appetibile il piatto che ci stavano
sapientemente preparando da mesi,
Paul
Weller,
Morrissey,
Blur, sono soltanto alcune delle muse
ispiratrici attribuite a questi quattro ragazzi di Worthing, che invece
timidamente, hanno sempre dichiarato di cercare di affrancarsi da questi modelli
imbarazzanti, pur dichiarando il loro amore incondizionato per i sopracitati e
specialmente per il mod attempato.
Gli ingredienti quindi sembrano essere
quelli giusti per apparire sulle copertine dei più quotati magazine musicali,
dicevamo quattro ragazzi giovanissimi, Preston (Voce e Chitarra), William
(Chitarra), Charlie (Batteria), e James (Basso), con il look azzeccato, carini
quanto basta, ma la musica direte voi? In fondo non è per quella che stiamo qui
a perdere tempo, io a scrivere, voi a leggere? Ebbene anche su questo versante
diciamo che le cose stanno messe piuttosto bene, questo "Over The
Counterculture" è un disco molto godibile, affrontabile da più prospettive: da
quella più smaccatamente pop, dove le melodie vengono cesellate ad arte, a
quella più "ignorante", dove alle chitarre ed alla sezione ritmica viene
praticata un' endovena di punk' n' roll.
Come un'ombra di quercia
secolare, troviamo a fare da sicuro riparo a questi giovani , una vecchia volpe
del circuito
underground inglese (Stephen Street), una volpe dal pelo
più che mai lucente, che sembra possedere ancora quella malizia e quella sagacia
dei tempi migliori (The Smiths, Blur, Gene) tanto da elargirle sapientemente in
sede di produzione e registrazione anche a questi sbarbatelli. Se proprio
vogliamo fare nomi e cognomi che possano rendere più agevole il compito di farsi
un'idea su questo lavoro, direi che gli Strangelove sono la pietra di paragone
più azzeccata; la somiglianza della voce di Preston con quella di Patrick Duff
è, per usare un eufemismo, a volte imbarazzante, (ascoltare "Just A Song" per
credere), alcuni giri armonici e alcune partiture di chitarra sono speculari,
manca soltanto quella vena malinconica e "maudit" che caratterizzava la band di
Bristol, a mio parere una delle più criminalmente sottovalutate degli anni
Novanta.
"Over the Counterculture" è la traccia che apre l'album e da cui
quest'ultimo prende il nome, una piccola gemma power-pop frizzante, fresca,
spruzzata di fiati quanto basta per renderla piacevolmente solleticante. "The
List Goes On" non sposta di molto i contenuti, altra sferzata di energia con
incursioni reg-time. "Week In Week Out" è il singolo estratto e dato in pasto
alle chart Uk ancora prima che uscisse il cd d'esordio, un ottimo brano che
rimanda agli Ash più ispirati di "1977".
"Talk Talk Talk" riconferma quanto
detto sopra, mentre con "Little Bitch" si vuole omaggiare una delle formazioni
più influenti nel panorama mod anglosassone, gli Specials. "Settle Down" e
"Weekend Revolution" sono gli episodi più insipidi di tutto il menù musicale
proposto in questo lavoro, manca il sale, il pepe scarseggia e il retrogusto non
soddisfa i palati più esigenti.
Da questo punto in avanti, invece, si
concentrano gli episodi migliori, "Just A Song", "Seaside" e "Robots And
Monkeys" sono di una fattura più pregiata, il semplicistico "tre accordi e via"
viene soppiantato da una cura maggiore in sede di composizione e arrangiamento.
Se questa è la direzione futura che i "ragazzi ordinari" decideranno di
prendere, è probabile che sentiremo ancora parlare di loro. In fondo, per chi ha
amato e tutt'ora non può fare a meno di imbottirsi di "British style", queste
sono boccate di ossigeno che al giorno d'oggi è sempre più difficile respirare,
e delle quali non vogliamo assolutamente fare a meno.