Gli Artanker Convoy vengono dalla città più attiva, musicalmente parlando, degli ultimi anni, New York. Un ensemble di sei elementi che si presenta, già dall’orripilante look, come una band che guarda agli anni 70 come punto di riferimento, se non come oggetto del desiderio e di emulazione palese. Questo disco è stato pensato per un balletto coreografato da Maura Baiocchi, ed è forse in questa veste che potrebbe essere meglio apprezzato. Così come si presenta su cd, infatti, si rivela come un disco noioso, dove i sei brani (il settimo è una versione mix un po’ dansereccia di “Alaska”) sono altrettante jam-session che riflettono l’amore dei musicisti per le colonne sonore funky dei polizieschi dell’epoca, reiterazioni, tribalismi e malumori ispirati al primo kraut-rock (d’altronde sembra che ormai se non dimostri di conoscerlo non sei nessuno), fiati dall’atteggiamento free che sembrano echeggiare addirittura i gruppi di Canterbury, di tanto in tanto.
I limiti di questo disco stanno nella banalità delle composizioni, trascinate per 6-8 minuti con scarsissime o poco tangibili variazioni o impennate di qualsiasi genere. Lo stile si definisce già in apertura: il groove tra la sezione ritmica afro e il giro di basso funky segna “Crown Ric”, il brano iniziale, che è anche il più breve del disco, meno di tre minuti, e in fondo sembrerebbe promettere anche bene. Peccato che già dal secondo pezzo, “Thruway”, la monotonia prenda il sopravvento, tanto che un piccolo attimo di distrazione non permetterebbe di accorgersi del cambio di traccia; la successiva “Alaska” si fa notare giusto perché i cori danno un segno di vita in più. Un sax alto che non si capisce dove voglia andare e una sezione ritmica un filo più massiccia, sono le cose da notare in “Portoguese”, 8 minuti di giramento intorno a se stessi senza costrutto. Non è incidendo più suoni possibili e infarcendo i propri brani di citazioni più o meno colte che si fa musica significativa e personale. “Natch” tende alla psichedelia più assonnata, mentre di “On The Wire” impressiona la banalità in rapporto al contesto del disco: sembra un riempitivo nel riempitivo.
La settima traccia è, come detto, una versione mixata di “Alaska”, in chiave jazz-house, perlomeno utile per scaldare la serata in compagnia di una vostra simpatica amica o amico. Gli Artanker Convoy saranno anche musicisti di talento, in effetti dimostrano una certa padronanza dei loro strumenti, e forse di idee da sviluppare ne avranno in futuro, ma non è con questo disco che riescono a dimostrarlo. Forse accompagnato allo spettacolo di danza per cui è pensato finirebbe per assumere un altro significato. Ma nel cd di ballerini e ballerine non vi è traccia…
07/12/2015