Frank Black

Honeycomb

2005 (Back Porch / Cooking Vinyl) | country-pop

Sulla carta questo disco avrebbe potuto intitolarsi "Cronaca di un sacrilegio", oppure "L'imprevista scampagnata di un semidio del rock underground". E invece no, il risultato finale è assai positivo, per alcuni addirittura il migliore tra i lavori solisti di Charles Thompson, meglio noto ai fan come Frank Black.
Per capire la genesi di "Honeycomb", prima prova solitaria dai tempi di "The Cult Of Ray" (1996), dobbiamo tuttavia fare un piccolo passo indietro, agli ultimi due, movimentati anni del Nostro. In rapida successione: Frank abbandona la sua band, i Catholics, dopo un pugno di album di "ups & downs"; divorzia dalla moglie Jeanette Wright; resuscita dalle ceneri i "suoi" Pixies, mostro sacro dell'indie-rock anni 90, per un reunion tour; lascia la California per trasferirsi in Oregon.

In mezzo a questa girandola di eventi, nefasti e non, Frank pensa a un azzardo, una mossa inaspettata che, dovesse riuscire male, i fan certo non perdonerebbero.
Ma a lui piacciono le sfide e, presi bagagli e chitarre acustiche, si dirige a sud, direzione Nashville. Ai "Better Songs & Gardens Studios" di Dan Penn (autore della classica country ballad "Dark End Of The Street") lo attendono alcuni dei più grandi sessionmen sudisti degli ultimi quarant'anni, gente che ha suonato con Elvis Presley, Otis Redding, Neil Young. C'è il tastierista Spooner Oldham, il mitico chitarrista Steve Cropper, ovvero la sei corde di "Sittin'On The Dock Of The Bay".
E poi il bassista David Hood, il batterista Anton Fig, Reggie Young: praticamente il meglio dei veterani del country/soul sulla piazza. Persino il produttore, Jon Tiven, vanta trascorsi con B.B King e Wilson Pickett. Naturalmente nessuno di questi canuti ultra-sessantenni ha mai ascoltato "Debaser" o "Where Is My Mind?", né conosce minimamente il lavoro di Frank. Dal canto suo, Black non ha ancora idea di come il suo folle piano musicale possa concretizzarsi in qualcosa di credibile.

Le quattordici brevi canzoni di "Honeycomb" nascono così, a sorpresa, raccontando la storia di un divorzio con tutta la malinconia e il senso d'abbandono che ne consegue.
Tutto è registrato di filato, in soli quattro giorni, appena prima del debutto dell'attesissima rentrée con i Pixies del 2004. Tra l'incisione e l'uscita, più di un anno di attesa.
Difficile spiegare il groviglio di emozioni differenti provate al primo ascolto: dentro c'è un po' di Lou Reed e un po' di Gram Parsons, la cupezza di Johnny Cash e la splendida amarezza dylaniana di "Blood On The Tracks". Nessuna traccia del sound che lo ha reso celebre: niente più feedback, niente anfetaminiche accelerazioni punk, niente urli o estetica lo-fi. Al loro posto la prova più smaccatamente cantautorale e intimista del "nuovo" Frank Black, docile come un gattino, cupo e graffiante come Leonard Cohen. Le vecchie glorie della band di supporto reggono alla grande, tanto bene da sembrare quasi l'unica scelta pensabile in un contesto simile: intrecci di chitarre acustiche ed elettriche arpeggiate, sezione ritmica, piano elettrico e tastiere. Il mood è un'alternanza di coretti folk/pop allegri/spensierati e ballate soul crepuscolari da "club dei cuori spezzati". Il singolo "I Burn Today" è un rilassato pomeriggio di sole punteggiato di piano e glockenspiel, mentre la title track s'insinua su sé stessa, scura e ripetitiva nei suoi arpeggi di chitarra acustica.

L'omaggio alle radici (?!) è testimoniato da tre cover: "The Shrimp Song", un pezzo dell'Elvis minore (estratto da una sua pellicola del '62, "Girls!Girls!Girls!), up-tempo di dolente rock-blues che viaggia come un treno merci nella notte, all'incrocio tra Calexico e Townes Van Zandt; il divertissement scanzonato di "Sunday Sunny Mill Valley Groove Day", numero di folk intimista che appartiene a Doug Sahm, ma sarebbe piaciuto al Lennon di "Beatles For Sale"; il minimale vestito di "Dark End Of The Street", con Black a improvvisarsi sensuale vocalist di soul bianco, salvo poi rendere surreale il tutto con la sua vocina acuta.

In mezzo al valzer sghembo di "Violet" e la ballatona da juke-box anni 50 "Another Velvet Morning", cantata con una voce pastosa di Jack Daniel's, c'è anche la chicca impossibile: lo strepitoso duetto con l'ex compagna in "Strange Goodbye", terapia d'urto che poteva riuscire solo a lui e che, infatti, è tra le migliori in assoluto del catalogo post-Pixies. Rimane intatto, nonostante le disavventure affettive, l'humour surreale di sempre: "I'm not full of your hate/ I'm full of my grace", "Today I felt my heart slide like a belly/ so I puked up with liquor", "Cherry brown lips of maple"… Un'ironia formidabile, la vera arma segreta che distrae l'ascoltatore dai tanti drammi nascosti tra le righe.

Frank Black riesce a ricomporre i vetri di una relazione finita in frantumi con un album che fa venir voglia di ballare sopra le amarezze, accartocciare le lettere d'amore ingiallite e poi scappare via cantando filastrocche nel sole. Incredibile ma vero.
E' davvero questo l'uomo dei Pixies, il ciccione indiavolato che a 23 anni faceva impazzire Kurt Cobain e tremare l'indie-rock?
Ai posteri l'ardua sentenza. In attesa di nuovi, imprevisti sviluppi godiamoci la scampagnata di "Honeycomb", un viaggio che alla fine (e ve ne accorgerete) di sacrilego possiede ben poco.

(18/03/2013)

  • Tracklist
1. Selkie bride
2. I burn today
3. Lone child
4. Another velvet nightmare
5. Dark end of the street
6. Go find your saint
7. Song of the shrimp
8. Strange goodbye
9. Sunday sunny mill valley groove day
10. Honeycomb
11. My life is in storage
12. Atom in my heart
13. Violet
14. Sing for joy
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