Clor

Clor

2005 (Regal) | synth-pop

Londra, 31 dicembre 2005, a un passo dal nuovo anno. All'interno di un gastro pub sufficientemente elegante, in attesa dell'agognata ordinazione, l'occhio vaga alla ricerca di qualche foglio di carta quotidiano utile per passare il tempo, cercando di non dare nell'occhio, apparendo nel contempo intellettuale e magari fascinoso. Una pagina aperta a caso alla ricerca dei risultati della Premiership e, guarda un po', l'attenzione viene rapita da un trafiletto che recita senza tanti giri di parole: "Festeggiate il capodanno questa sera nel West End con il miglior gruppo inglese del momento. Sono i Clor con la loro miscela di pop-rock-dance anfetaminica. Prima della mezzanotte saranno a Camden nelle vesti di dj. Accorrete numerosi e mi raccomando sborsate quelle 20 sterlinuzze che tanto vi pesano nel portafoglio". I pochi informati di fronte a cotanto ben di Dio non farebbero altro che storcere la bocca, pensando alle consuete esagerazioni della stampa britannica malata di sciovinismo. I saggi, ovvero gli utenti di Onda Rock, farebbero invece spallucce di fronte a cotanta superficialità di giudizio e accorrerebbero in massa, consapevoli dell'ormai acclarata bontà di questi fantomatici Clor.

Famigerati, ma non ancora celeberrimi. Ma ci siamo quasi. Sono in cinque, provengono dalla zona sud di Londra e stanno promuovendo in lungo e in largo quasi sempre all'interno dei confini patri il proprio album di debutto che, per non sbagliarsi, porta come titolo il loro nome. Basilari, ma certo non taccagni in fatto di sorprese elargite sulla lunga distanza. Undici brani, variegati, impermeabili, plastici, sintetici, danzanti, frammentari, indecisi, futili, controversi, entusiasti, scatenati. Non sorprenda questa lunga teoria di aggettivi dissonanti. Il contrasto non deve punire la fantasia di questi esordienti privi di vergogna. I ragazzi amano il compromesso, lo sbandierano ai quattro venti, se ne strafregano delle forme, ma cercano di apparire comunque trendy. In equilibrio alquanto instabile, sotto la guida del classico binomio pop-rock composto dal cantante Barry Bobbin e dalle chitarre di Luke Smith, i cinque boys from London inanellano una serie di canzoni dal sapore derivativo, infilando dentro talmente tanta di quella roba da apparire alla fine personali.

Il terzetto di brani d'apertura chiarisce meglio le coordinate: se "Good Stuff" parte in quarta su una base effettata di chitarre quasi vanagloriosamente prog, senza dimenticare la lezione dei Muse, per poi condensarsi in un quattro quarti elettro-rock, con tanto di svisate di chitarra poliziesche, sfociando direttamente in discoteca tra stacchi e stacchetti (con i tasti del synth che riportano in vita i Jacksons di "Can You Feel It"), "Outlines" si palesa romantica quasi alla 10cc e diviene immediatamente l'inedito singolo del redivivo Gary Numan, di nuovo sfrecciante sulle sue amate cars.

Il risultato di questi primi dieci minuti scarsi è ben sintetizzato da "Love+Pain", bignamino pop elettronico, suadente, entusiasta, isterico come si conviene a chi è cresciuto ascoltando di nascosto i Devo più accessibili. Una vera festa di chitarre in flanger, ritmi sincopati e tastierine ironiche, all'interno di una miscela che non dà tregua. E qualora non bastasse, ecco la progressione ascendente di Smith che introduce gli "Hearts On Fire" di questi giovani invaghiti quando non appassionati lettori del manuale redatto da Rick Ocasek nel lontano ma mai così vicino 1980. E d'un tratto le danze si bloccano, qualcuno deve aver protestato per il troppo chiasso: meglio non far intervenire pompieri e forze dell'ordine, diamoci una calmata e buttiamoci sul folk di "Gifted", giusto un contentino per quei vecchi babbioni del piano di sotto. Poveri illusi: chitarre affilate e sparate a mille, ritmica robusta e saltellante ed eccoci nel caos organizzato di "Stuck In A Tight Moment", la solita indecisione risolta con lucidità da esperti alchimisti.

Dance ipnotica che si regge su un break synth alla Simple Minds è quella di "Dangerzone", a cui non serve neanche il salvagente del ritornello. Dalle parti degli Lcd Soundsystem si dispiega l'ossessiva "Magic Touch". E' ricolma di cambi temporali "Making You All Mine", con una base ritmica che riecheggia un mix di jungle trip-hop sostenuto da una cristallina vena pop melodica. Ha il passo ironico della buonanotte la conclusiva "Goodbye".

Londra, 1 gennaio 2006, ore 2.00 di un mattino freddo e ancora tinto di scuro. Ai bordi delle strade festanti si attende un mezzo pubblico che conduca dritti dritti nella sala del concerto. Invano. Anche a Londra si sciopera. Nello sconforto che si tramuta in delusione lanciare un sorriso, ma di quelli fascinosi, vagamente intellettuali, verso una ragazza seduta a tre metri di distanza può rinfrancare e non poco. Ma la rivincita dura lo spazio di un attimo, prima che gli effetti della sbronza catturino in maniera irreversibile lo stomaco della fanciulla. Meglio tornare a casa: un po' d'acqua calda, una bustina di Clor, contro lo stress e i rimpianti quotidiani. Leggere attentamente le avvertenze.

  • Tracklist
  1. Good Stuff
  2. Outlines
  3. Love & Pain
  4. Hearts On Fire
  5. Gifted
  6. Stuck In A Tight Spot
  7. Dangerzone
  8. Magic Touch
  9. Making You All Mine
  10. Garden Of Love
  11. Goodbye
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