Patrick Wolf

Wind In The Wires

2005 (Tomlab / Promorama) | songwriter

Piccoli fenomeni crescono.
Ventuno anni, inglese, polistrumentista, Wolf incarna la figura dell'enfant prodige delle tensioni pop di prossima generazione.
Già consacratosi nel 2003 con "Lycanthropy", un debut album talmente apprezzato da conservare un'onda lunga d'attenzione che stenta ancora a esaurirsi, il giovanotto trapiantato a Londra rompe gli indugi cimentandosi in un progetto incredibilmente ambizioso, di quelli tanto rischiosi da poter disarcionare persino affermate rockstar.
E invece Patrick rimane saldo in sella, esibendo tredici canzoni talmente dense che non schierarsi, pro o contro, sarà arduo per chiunque vi si avvicinerà.
Se "Lycantrhopy" fu una mirabile collezione di pulsioni scomposte, la schizofrenica babilionia di suoni disparati, destinati a colpire l'immaginario grazie ai suoi mille fluorescenti colori tutti centrati e scanzonatamente cool, il nuovo progetto si spoglia dell'ironia per vestire austeri abiti neoromantici: una pervasiva tensione teatrale va a occupare quegli spazi un tempo riservati alla divertita visitazione in chiave ora microtechno, ora folk, del proprio stesso cristallino talento.

Intendiamoci, non che "Wind In The Wires" arrivi dal nulla: a chi ha familiarità con Wolf diremo che il mood viene oggi ripreso laddove in "Lycantrophy" si paventò in "Demolition", uno dei rari episodi realmente drammatici, mentre al contrario non troverete eredi ideali per "A Boy Like Me", o per "Paris", tanto per citare un paio di brani che caratterizzarono l'album d'esordio.
Nessuna traccia, insomma, di movimentati e saturi nervosismi elettrici.
Il pop della nuova opera si libera dalla prospettiva contingente e in parte modaiola per approdare, elevandosi, a una scrittura smaccatamente classica, fuori dal tempo, nella quale a pesare è la recitazione turbata, ma soprattutto la canzone intesa come focus del processo creativo, con la prospettiva che fu di Scott Walker negli anni Sessanta, nonché del menestrello decadente David Bowie e del drammaturgico Marc Almond nei due decenni successivi.
Patrick ha siffatti capisaldi, soprattutto Marc Almond, e da questi prende le mosse per esercitarsi in quella corsa pregna di sfrontata ambizione di cui parlavamo poco sopra.
Non è tanto il genere a essere mutato, dal momento che permangono tanto gli elementi folk quanto quelli elettronici, ma la prospettiva e l'attitudine, partorite dalla medesima matrice creativa, producono un risultato totalmente inedito e inatteso: il giovane Patrick non ha più voglia di ridere, e lo si avverte forte e chiaro.

L'archetipo del dandy moderno ebbro di letture classiche si paventa da subito in "The Libertine", il cui incipit dedicato all'accoppiata pianoforte/archi viene presto fagocitato da un'incalzante, orecchiabile recitazione, che esaurisce la sua enfasi solo sfumando nel quieto dondolìo di viola di "Teignmouth", sogno a occhi aperti di irrinunciabile pathos.
Forte è il contrasto fra melodie acustiche e sezione ritmica elettronica, in un incontro fra opposti che va a bilanciare il lirismo dolente di una voce sulla cui padronanza Wolf ha oggi pochi eguali: con un'interpretazione più defilata sarebbe impossibile rendere convincenti passaggi decisivi come la title track, così come toccante la ninna nanna folk "The Railwayhouse", o tanto nostalgica la formidabile ballata "The Gipsy King"; "Ghost Song" è un sentito elogio a indolenti crepuscoli, così mirabilmente anticipato dagli archi oscuri e classicheggianti di "Apparition", autentico film muto anni 20 trascritto in note da un minuto e venti secondi!

Turbamenti autentici, insomma, nei quali si finisce con l'imbattersi anche nel cadenzato, doloroso midtempo di "This Weather" e nell'umore darkeggiante e sinistro di "Jacob's Ladder", la cui saturazione finale sembra essere un omaggio agli indimenticati Neu!.
"Tristan" ci rivela inaspettati pruriti industriali, mentre l'espressione di tutti i contorcimenti melodici di questo album sono racchiusi nell'acquerello di "Eulogy", che in meno di due minuti ci regala l'esatta dimensione del talento da songwriter di razza di Wolf.
Il commiato è riservato a "Landsend", che attraverso i compositi movimenti dei suoi sette minuti funge da ideale epitaffio a un disco bellissimo.

Di quelli da non perdere per nessuna ragione al mondo.

(05/04/2012)



  • Tracklist
  1. The Libertine
  2. Teignmouth
  3. The Shadow Sea
  4. Wind In The Wires
  5. The Railway House
  6. The Gypsy King
  7. Apparition
  8. Ghost Song
  9. This Wheater
  10. Jacob's Ladder
  11. Tristan
  12. Eulogy
  13. Lands End
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