Karl Blau

Beneath Waves

2006 (K Records) | lo-fi, pop

Karl Blau è tutt’altro che un volto nuovo per la K, avendo partecipato come strumentista ai dischi di Microphones e Little Wings. Il suo personale esordio per l’etichetta è slittato però ad oggi, in totale orario sulle emozioni di un genio. Si racconta che passi la sua vita sui palchi delle élite metropolitane, studiando i modi e i tempi delle sue produzioni attraverso performance a ripetizione, e che, una volta a casa, prosegua perennemente per altre idee da lavoro. E così questo disco si porta dietro anni di riflessioni (nel 2002 l’ultima fatica per la Know-Yr-Own, “Clothes Your I’s”, ben piazzatasi su qualche classifica di Rolling Stone), di intimi movimenti etici e professionali, di costruttive collaborazioni. Inevitabilmente, il contenuto risente di questi sovraccarichi, ma in senso positivo.

"Beneath Waves", infatti, si ritrova ricamata addosso la toppa del rock sperimentale che si bacia col folk che si snoda nel jazz che fa a pugni col pop. Una zattera stracolma, insomma, ma dosata e con la giusta occupazione degli spazi. L’andazzo non conosce banalità e, laddove si passi a rinverdire le note di Smog o Silver Jews, si fa in fretta a cancellarle per soffiare negli ottoni o aprire dei carillon quasi atonali. Senza dubbio siamo di fronte a quella cosa che, quando la vivi, emana effluvi di grandezza. Il taglio del nastro è “Crashing Waves”, e già c’è tutto quanto, compresa una manciata di minuti in estasi da occhi chiusi collocata giusto verso la metà. L’autista è di sicuro un sosia di Will Oldham, ma sui sedili posteriori si fa un baccano non proprio tipico della bassa fedeltà, vicino comunque a talune soluzioni di compromesso. Pianoforte, chitarra, fiati e wah-wah: nulla che manchi, quindi, alla dolcezza globale. “Dragon Song”, posta un po’ dopo, ci fa ulteriormente capire che la svolta pop di Jim O’Rourke (con "Eureka") non è stata solo il riempitivo della critica più aggressiva, ma ha influenzato non poco la stessa indole del suono lineare, spostando il fulcro verso melodie più ubriache, possenti e velocizzate. Forse è il pezzo più conforme a qualcosa di esistente, ma non per questo perde d’intensità, anzi…

Il resto del meglio s’intitola “Slow Down Joe”, piena cavalcata di percussioni sotto chitarre in eco e voce piccola piccola, “Ode To Ocean”, sorta di timbro new cool in odore di Steely Dan, “The Dark, Magical Sea”, specie di trombonata stanca e lamentosa, con un terribile fascino in stand-by . Altre tracce giocano addirittura col flamenco (“Into The Nada”) o col post-rock (“Ode To Demons” e “Shadow”).
Questo gioiellino di cultura alternativa segna un tenue passo indietro nel lo-fi solo a tratti, perché le stonature si inebriano della perfezione di mini-orchestre. Diciamo pure che le torri non sono in piedi per miracolo, ma devono l’altezza e la consistenza all’enorme precisione delle idee di base. Sia anche chiaro che, aldilà dei precedenti riferimenti a cose, persone e generi già sorbiti, ci troviamo innanzi a una delle poche emozioni vere dell'anno.

(26/06/2006)

  • Tracklist
  1. Crashing Waves
  2. My Johnny
  3. Dragon Song
  4. Slow Down Joe
  5. Into The Nada
  6. Notion
  7. Ode To Ocean
  8. Ode To Demons
  9. Shadow
  10. The Dark, Magical Sea
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