Isis

In The Absence Of Truth

2006 (Ipecac) | post-metal

Che il terzo disco significhi qualcosa per l’esistenza, la credibilità e la consacrazione di una band comincia ad assumere, con l’evoluzione del famigerato music business, contorni sempre più vaghi, alla stregua di quei leggendari coccodrilli bianchi nelle fogne, e appare oggi come un discorso quantomeno rivedibile.
Dopo la pubblicazione quasi coeva del quarto album dal vivo (“Live 4: Selections 2001-2005”, Hydra Head), e della raccolta dell’anno scorso (“Oceanic: Remixes/Reinterpretations”, Hydra Head, con brani a cura, tra gli altri, di Justin Broadrick, Christian Fennesz e Mike Patton), gli Isis di Aaron Turner tornano con un disco di inediti a due anni da “Panopticon” (Ipecac, 2004).
Relegando l’ottimo “Celestial” (Escape Artist, 2001) e le sue litanie industriali a una fase embrionale e non del tutto definita, come le circolari chitarre di “Sawblade” (Second Nature, 1998) e lo sludge tout court di “The Red Sea” (Second Nature, 1999), costruzioni avveniristiche tuttavia distanti dalla maestosità del periodo Ipecac, gli Isis riprendono le proprie escursioni nelle tetre lande stipate oltre il metal mantenendo pressoché intatto il divario con gran parte degli esponenti della scena attuale, Mastodon, The Dillinger Escape Plan, Pelican e pochi altri esclusi.

Accolto come adepto e in seguito prosecutore principe dell’epoca post-hardcore inaugurata dai Neurosis, Turner è riuscito con soli due album (“Oceanic”, 2002, e il già citato “Panopticon”, entrambi editi dall’etichetta di Patton) a erigere una grandiosa macchina sonora in persistente trasformazione, capace di piegare grind-jazz, alterazione psichedelica, inquietudini progressive e accelerazioni sludge agli umori stridenti di una personalità rigurgitante rabbia, ma lucida abbastanza da convertire tale disagio in manifesto programmatico.
Con il sagace apporto di Matt Bayles, co-produttore di “Panopticon” e del recente “Blood Mountain”, il nuovo corso firmato Isis giunge quindi al terzo checkpoint , approfondendo e dilatando le atmosfere dell’eccellente lavoro del 2004 (che vantava, nella traccia “Altered Course”, la collaborazione di Justin Chancellor dei Tool), di cui questo “In The Absence Of Truth” sembra essere una seconda parte, sebbene autonomo in più di un episodio e in maggior misura propenso verso una più fruibile comprensione, dicotomia non dissimile dalle impressioni suscitate analizzando “10,000 Days” avendo alle spalle un disco come “Lateralus”.

Tuttavia, ostinarsi in inutili speculazioni di natura comparativa rischia di allontanare l’attenzione su un album immenso, decisamente più lungo dei 65 minuti visualizzati sul display, costellato di momenti memorabili (“Dulcinea”, “Not In Rivers, But In Drops”), stranianti (la sospensione cosmica di “Firdous E Bareen”, il finale solenne di “Garden Of Light”), devastanti (il corpus di “Holy Tears”), nonché curato in ognuno dei suoi mille dettagli con soluzioni tecniche sempre singolari e audaci.
Anticipando un po’ i tempi della valutazione, è innegabile la sensazione di trovarsi davanti uno dei migliori album dell’anno, sincero forse ancora di più dello strabiliante “Ashes Against The Grain” degli Agalloch, e perfettamente in linea con le ideologie anarchiche della band americana.
Un longilineo congegno filiforme in grado di adattarsi alla sensibilità del gruppo, ora distensivo, d’atmosfera, come i titoli di coda di un film dall’epilogo incerto (l’incipit della già citata “Firdous E Bareen”), ora struggente (“Over Root And Thorn”), ora ancora raffinatamente, spietatamente sludge (“Wrists Of Kings”).

I polsi dei re, metafora della possanza con la quale sono stati costretti a domare popoli in rivolta o a conquistare nuovi territori, aprono l’album: “Wrists Of Kings” è un intreccio di chitarre ipnotiche perennemente in procinto di deflagrare (ad opera di un Mike Gallagher più disciplinato rispetto i suoi trascorsi con Converge e Cavity), sospese sopra un loop ambiguo che ne esalta l’inquietudine.
Gli Isis rispolverano le atmosfere solitarie di “Mosquito Control” (Escape Artist, 1998) inserendo elementi Cavity e Mare, soggiogandoli però a uno stile inconfondibile ed esaltante, perfetto sia in modalità riflessiva che in versione sprawling . Echi Neurosis (supportati in tour nel 2000) e naturalmente Earth, con la chiara ammirazione per i Godflesh dell’amico e mentore Broadrick, s’inabissano nel baratro di “Not In Rivers, But In Drops” (il titolo forse allude al Brahmaputra, il fiume sacro indiano), un brano degno dei migliori Melvins.
Schegge di apocalisse imminente esplodono e implodono, alla maniera dei primi, irripetibili Dredg, fino alla dissoluzione ultima.
Superato l’impatto iniziale con “In The Absence Of Truth” e il suo prologo filo-“Panopticon”, “Dulcinea” completa un quadro preliminare assolutamente magistrale. Una traccia-manifesto, celebrale, viscerale agli antipodi e violenta, epica in sommità, prima di placarsi, proprio come gli oceani misteriosi cantati dalla band, per poi tornare ancora più imperiosa, fino all’estasi metal nel finale.
La batteria powerhouse di Aaron Harris, a volte tribale, a volte ipercinetica, accompagna il baccanale passionale prima della diluizione dal sapore panico del sinistro opener di “Over Root And Thorn”.

Dalla natura, dal suo rinnovarsi in quanto rivelazione diretta delle divinità, il sentimento panico della vita è per gli Isis un sostantivo ascetico che ci porterà alla completa distruzione, oltre le radici e la spina, qui simbolo cristiano, forse, o esoterico, come scrive Delrio nel suo “Disquisitiones Magicae” (1599). Nell’enigmatica “1000 Shards”, il concetto metafisico di ribellione contro forze immani, contro il Leviatano già incrociato fra i flutti di “Oceanic”, si consolida in un brano di candiriana memoria.
E’ il momento puramente elegiaco dell’album, retto dal borbottio occulto di “All Out Of Time, All Into Space” e dai suoi oscuri moti mantrici (che ritorneranno, sotto forma di invocazione Gayatri al sole in “Garden Of Light”), prima dell’imponente “Holy Tears”, con il bassista Jeff Caxide in grande evidenza in un brano a prima vista pesantemente influenzato dalla band di Steve Von Till.

La spiritualità degli Isis, già accennata durante il periodo Neurot (“SGNL>05”, 2001), è alla base della lunga traccia strumentale “Firdous E Bareen”, dove Firdous - ma è solo un’intuizione - è la scuola coranica Madrasa Firdous nella cittadella di Aleppo, nucleo storico e simbolo della cultura siriana. Cliff Mayer, da “Oceanic” in pianta stabile all’elettronica, con rare sortite alla chitarra, confeziona una variante anticlimax che ben anticipa la straordinaria, intensa “Garden Of Light” (poco più di 9 minuti). L’ hortus conclusus isisiano, dove i brahmani, sommi possessori della conoscenza sacra, intonano gli inni vedici per ottenere l’Illuminazione, è la fusione di tutta l’ideologia della band di Boston: scatti sludge riassorbiti da melodie limpidissime, mood stranamente ottimistici, picchi heavy isolati e monolitici, inserti growl esternanti una rabbia totale e totalitaria.
E gli ultimi quattro minuti di “In The Absence Of Truth”, quasi a voler contraddire il bel titolo, sembrano fare luce su una Verità mistica probabilmente appena sfiorata, ma tuttavia presente, e forse, un giorno, auspicabile.

(16/09/2006)

  • Tracklist
  1. Wrists Of Kings
  2. Not In Rivers, But In Drops
  3. Dulcinea
  4. Over Root And Thorn
  5. 1000 Shards
  6. All Out Of Time, All Into Space
  7. Holy Tears
  8. Firdous E Bareen
  9. Garden Of Light
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