M. Ward

Post-War

2006 (4AD) | alt-folk

Altro che pre-war folk: la musica di M. Ward sogna di appartenere ad un tempo che si è ormai lasciato la guerra alle spalle. “Post-War”: un dopoguerra interiore, quello al centro del nuovo lavoro del folksinger americano, una dimensione in cui la speranza di un nuovo giorno è più forte della polvere delle macerie.
Viviamo in una guerra di accerchiamento reciproco, scriveva Saramago nella sua “Storia dell’assedio di Lisbona”, e l’amore è la fine dell’assedio. “Post-War”, con il suo artwork fatto di ricordi ingialliti di una vecchia corrida degli anni Quaranta, vive di questa permanente attesa di un amore capace di ricostruire il volto dell’io, segnato dalle cicatrici del lungo assedio di nemici invisibili.

Accasatosi alla 4AD per l'Europa, M. Ward non esita a definire orgogliosamente “Post-War” come il suo primo band record. Ed in effetti, il quinto disco del trentaduenne songwriter, registrato da M. Ward con la propria touring band in un attico di Portland e prodotto da Mike Mogis, già con Lullaby For The Working Class e Bright Eyes, suona come il capitolo più compiuto della sua discografia. “Durante la registrazione del disco ascoltavamo Elmore James e Billie Holiday e provavamo ad immaginare come avessero fatto ad ottenere certi suoni”, racconta M. Ward. Il suo fine fingerpicking e la sua voce sottile, a metà strada tra Neil Young e Devendra Banhart, si rivestono così di chitarre, archi, tastiere e percussioni, in un incalzare di ritmi corposi ed orchestrazioni cinematografiche che, pur mantenendo intatto lo spirito sghembo di “Transfiguration Of Vincent”, scongiurano i rischi di maniera del precedente “Transistor Radio”.

Il compito di definire inequivocabilmente il nuovo corso di M. Ward è affidato ad una cover: una cover di Daniel Johnston, come insegna il manuale del perfetto songwriter indie. Del resto, M. Ward aveva già partecipato un paio di anni fa al tributo “The Late Great Daniel Johnston” con la propria sognante versione di “Story Of An Artist”. Stavolta la scelta cade su “To Go Home”, che baratta lo scheletrico bozzetto originale con un crescendo di percussioni, scandito dalle note del pianoforte ed irrobustito dall’apporto della doppia batteria di Rachel Blumberg dei Decemberists e Jordan Hudson dei Thermals. E nel chorus, a duettare con M. Ward arriva anche la voce di Neko Case, che sottolinea con le sue slanciate armonie il senso di caducità e grandezza dell’esistenza espresso dalle liriche del folle genio texano: “God it’s great to be alive / Takes the skin right off my hide / To think I’ll have to give it up / Someday”.
La lista degli ospiti illustri di “Post-War” comprende anche Jim James dei My Morning Jacket, che compare accanto a M. Ward in “Chinese Translation” e nel breve numero di cabaret di “Magic Trick”. Sembra meno ostentata del solito, invece, la passione di M. Ward per le peregrinazioni strumentali del maestro John Fahey, che torna comunque nell’intermezzo surf tarantiniano di “Neptune’s Net” e nel finale di “Afterword/Rag”.

L’ideale prima facciata di “Post-War” è un costante succedersi di incanti: la title track è un sussurro punteggiato di piano elettrico che potrebbe appartenere agli Wilco più dolenti, “Right In The Head” è una “Sad, Sad Song” elettrificata e resa tagliente, in cui si respira tutto l’amore instillato nel giovane M. Ward dal padre per le ballate di Johnny Cash. Sugli accordi acustici di “Poison Cup” si stende lo zucchero a velo degli archi, mentre M. Ward lambisce al suono dei timpani il misterioso legame tra amore e sacrificio: “If love is a poison cup / Then drink it up”.
La marcia gospel di “Requiem” cresce in un turbine acidulo, sostenuto anche in questo caso da una duplice batteria, per poi lasciare spazio al retrogusto malinconico della favola folk di “Chinese Translation”, accompagnata da un video sospeso nell’atmosfera irreale di un’antica stampa orientale. Ed ecco M. Ward attraversare gli oceani e scalare le montagne per porre ad un vecchio saggio gli interrogativi che si agitano nel suo animo: “Che cosa si può fare con i pezzi di un cuore spezzato? / E come può un uomo come me rimanere nella luce? / E se la vita è davvero breve come dicono / allora perché la notte è così lunga / ed il sole è tramontato / ed ha cantato per me questa canzone?”.

Tra la dolcezza cantautorale di Iron & Wine ed il sapore pastorale dei classici alt.country, M. Ward sembra volersi sottrarre alle ferree leggi del tempo per trovare un senso ai conflitti del presente, scoprendo durante il percorso come il distacco dall’estetica lo-fi non debba necessariamente coincidere con la rinuncia alla propria sincerità. “La parte più divertente del processo”, rivela, “è trasferire le idee originarie su uno schermo più grande: cerco di creare un ibrido tra le sensazioni offerte da un registratore a quattro tracce e quelle di un progetto da grande studio di registrazione alla “Pet Sounds” . Il “post-war folk” di M. Ward è questa strada meravigliosamente anacronistica, carica della volontà di trovare un nuovo inizio anche quando sembra non esserci più spazio per la novità dell’imprevisto.

(26/10/2006)

  • Tracklist
1. Poison Cup
2. To Go Home
3. Right In The Head
4. Post-War
5. Requiem
6. Chinese Translation
7. Eyes On The Prize
8. Magic Trick
9. Neptune’s Net
10. Rollercoaster
11. Today’s Undertaking
12. Afterword/Rag
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