Non si possono fare rivoluzioni lì dove già sono state fatte: band che hanno stravolto la storia del rock come
Jesus & Mary Chain,
My Bloody Valentine e
Slowdive hanno lasciato un'eredità pesantissima che nessuno ha saputo raccogliere, tranne certi inarrivabili
Primal Scream.
Oggi, in questa esigua lista va ad aggiungersi il nome degli A Place To Bury Strangers, che con l'omonimo album d'esordio provano a ripercorre quelle strade sudice, marce e rumorose.
"The loudest band in New York" è stato definito questo terzetto statunitense, formato da Oliver Ackermann (chitarra e voce), JSpace (batteria), Jono Mofo (basso). La band mostra carattere (decadente) da vendere, ma bisogna pur riconoscere che il loro
sound in alcune occasioni, vedi "Another Step Away" e "Breathe", richiama troppo da vicino, fino a sfiorare l'imbarazzo, quello dei già citati Jesus & Mary Chain (strano che il gruppo dei fratelli Reid, nonostante sembrino il modello principale a cui si ispirano, non venga citato nelle proprie influenze dalla band).
L'esordio degli A Place To Bury Strangers è la fotografia di un gruppo che mostra di avere delle basi solide su cui appoggiarsi, per poi da quei punti fermi svariare da un richiamo stilistico all'altro: dal rock 'n' roll lobotomizzato stile
Suicide di "I Know I'll See You" al cerimoniale oscuro alla
Sisters Of Mercy di "The Falling Sun", davvero intenso nelle sue esplosioni di
feedback, nell'atmosfera new age delle tastiere e nell'orazione apocalittica di Ackermann. Ma i riferimenti della band a certo
sound oscuro e
noise-oriented non terminano qui: "To Fix The Gash In Your Head" è un devastante elettro-punk che non sfigurerebbe nei migliori dischi dei Primal Scream, mentre la conclusiva "Ocean" cova dentro di sé i semi dei fantasmi di
Joy Division e
Cure.
La band cerca l'equilibrio perfetto tra citazioni del passato (
new wave, noise, shoegaze) e sguardo sul presente, e a tratti ci riesce bene, come nell'iniziale "Missing You", baccanale futurista dalla ferocia carezzevole. Ma anche un pezzo come "Don't Think Lover" riserva sorprese imprevedibili: l'apertura è affidata a un riff di chitarra nettamente
heavy, ma poi il brano devia in una cavalcata romantica e soffusa. In brani nevrastenici come "She Dies", dove le distorsioni
killer di Ackermann raggiungono il loro apice rumorista, e la fulminea "My Weakness", la band newyorkese dà il meglio di sé, lasciando presagire enormi potenzialità in chiave
live.
Tutti e dieci i pezzi del disco hanno dei
trait d'union immediatamente riconoscibili: la fisicità nervosa, il rumor bianco, le atmosfere perversamente oniriche, il gusto e l'amore per la citazione. Quest'ultimo aspetto non deve trarre però in inganno: se è pur vero che, come già espresso in precedenza, un paio di episodi risultano epigoni di certo rock britannico di stampo
Eighties, è altrettanto vero che il resto delle tracce abbozza tentativi ammirevoli di rielaborazione di quegli stessi modelli. In questo senso, la provenienza della band acquista particolare pregnanza: gli A Place To Bury Strangers sono di New York e il loro
sound, per quanto si regga sugli stilemi delle
dark-wave e della psichedelia
shoegaze albioniche, è impregnato di quegli umori metropolitani, drastici ed estremi, dei quali la tradizione rock della Grande Mela è ricca di esempi. La loro attitudine allo squasso supersonico, alla ritmica triviale e a un minimalismo rumorista è figlia dell'estetica che va dai
Velvet Underground ai
Liars.
Insomma, la formula degli A Place To Bury Strangers coagula due "modi di far rumore": quello britannico, anemico e melodico, con quello americano, putrido e divelto. È vero, come si diceva in apertura, che non si possono fare rivoluzioni lì dove già sono state fatte, ma di bei dischi, quelli sì, è ancora possibile farne.