Cold War Kids

Robbers & Cowards

2007 (V2) | blues-rock

Esordio notevole quello dei Cold War Kids, band californiana che giunge al primo album per V2 dopo aver emesso i primi vagiti discografici in una manciata di Ep e 7’’ che le orecchie più attente avevano già saputo intercettare. Come definire in breve la proposta musicale di questi (anagraficamente ma non solo) figli della Guerra Fredda? Forse come l’anello mancante tra Sam Peckinpah e i Radiohead. Un suono ispido e crudo al servizio di storie e personaggi intrisi di crudo realismo sociale, memori forse della grande lezione di Steinbeck e Faulkner, quanto di quella, altrettanto fondamentale, di Bob Dylan o Woody Gutrie. Un tessuto strumentale volutamente logorato, pieno di buchi e silenzi e macchie di blues insudiciato di scuola Waits, che rendono ancora più acre e pungente il suo sapore.

Tutto inizia dal pianoforte appuntito e dal sibilo di sonagli del singolo "We Use To Vacation", un brano costruito su variazioni di passo e scarti repentini, che si trascina ferito e zoppicante come l’ubriaco di cui canta le gesta, mentre le chitarre si lacerano in scoppi di isterismo improvviso e il basso dispensa il suo rantolo ininterrotto. Segue il lungo ululato notturno di "Hang Me Up To Dry", che inanella spirali infinite di chitarre lamentose e srotola la sua interminabile litania satura di riverberi e polveri industriali, mentre manate scomposte di pianoforte la pasticciano in modo disperato quanto ossessivo.

Se il pensiero corre in direzione dei Velvet Underground, forse non si sta sbagliando del tutto, basti ascoltare la successiva "Tell Me In The Morning", che si inerpica su impennate di notevole intensità, lasciandosi poi attraversare nel ritornello da un luce visionaria e misticheggiante che rinvia a Jeff Buckley (notevole la somiglianza della voce). "Hair Down" è incastonata in un riff di country-blues possente e terrigno, e le unghiate della chitarra si innestano in un fitto lavorio ritmico disegnato da una batteria incontenibile. Seguono, poi, le suggestioni tex-mex tra Calexico e White Stripes di "Passing The Hat", e a tratti sembra di respirare l’aroma piacevolmente stantio di certi polverosi e ineluttabili melodrammi western, in un tripudio di chitarre che tintinnano come speroni, pianoforti da saloon e voci arrochite da un sole torrido. In "Saint John" il gruppo prosegue sulla stessa strada, assecondando un’indole musicale che più profondamente americana non si potrebbe immaginare e disegnando sulla sabbia il contorno di un gospel sdrucito e circolare.

In "Robbers" i Cold War Kids smorzano i toni, finora piuttosto concitati, con sospiri di batteria accarezzata da un vento tiepido e sussurrante, ed è come se Thom Yorke si aggirasse per le stanze vuote e scarsamente illuminate dello Yankee Hotel Foxtrot dei Wilco, in cerca di sé stesso. Piacevole anche il profilo sofferto della più melodica e paesaggistica "Hospital Beds", con reminescenze forse di Yo La Tengo o Midlake. Un po’ meno intrigante, invece, la ninnananna "Pregnant", con il suo insostenibile falsetto, così come "God, Make Up your Mind" sulla stessa infausta lunghezza d’onda.
Nella progressione di "Red Wine, Success" ritorna il disordine virtuoso e nevrotizzante di Modest Mouse o Clap Your Hands Say Yeah, mentre nella finale "Rudibox" viene proposto un roots-rock destrutturato e umorale che non riesce a chiudere tutte le porte che apre e che sembra propagarsi in tutte le direzioni pur rimanendo sostanzialmente fermo sullo stesso accordo, ma forse è bello per questo.

Non c’è che dire: un esordio solido e corposo, senza punti deboli troppo evidenti che mette una seria ipoteca sul futuro di questa band. Staremo a vedere.

(12/04/2007)

  • Tracklist
  1. We Used To Vacation
  2. Hang Me Up To Dry
  3. Tell Me In The Morning
  4. Hair Down
  5. Passing The Hat
  6. Saint John
  7. Robbers
  8. Hospital Beds
  9. Pregnant
  10. Red Wine, Success!
  11. God, Make Up Your Mind
  12. Rubidoux
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