Che a sei anni dalla sua morte
John Fahey continui a essere presenza viva e quanto mai pulsante nel panorama musicale odierno è un fatto – si spera – dato ormai per assodato. Da quando un paio di lustri fa gente come Glenn Jones o i Gastr del Sol riportò in auge il suo nome presso il “grande” pubblico, consentendo alla sua musica di tornare in circolazione, schiere di artisti e di critici si sono lanciati in elogi sperticati, lodandone tanto l’arte quanto l’influenza sulle generazioni di chitarristi a venire. E in effetti in questi ultimi anni omaggi e tributi si sono sprecati, basti pensare, fra gli ultimi in ordine di tempo, a “I Am The Resurrection”,
compilation che raccoglie vecchie e nuove leve della scena indipendente americana, chiamate a rivisitare una serie di classici
faheyani.
Per non parlare di dischi e di autori che anche di recente hanno attinto a piene mani alla lezione del nostro, ribadendone così – una volta per tutte, nel caso ce ne fosse ancora bisogno – attualità e insieme capacità di trascendere generi e mode.
A conferma di questo continuo e sempre acceso interesse, la Table of the Elements dà oggi alle stampe un disco in cui undici nomi, per lo più appartenenti al sottobosco
psych e
avant statunitense, rendono omaggio al compianto chitarrista di Takoma. “The Great Koonaklaster Speaks” è dunque, a tutti gli effetti, una celebrazione di John Fahey, fatto che di per sé ci viene in aiuto nel definire la natura peculiare del
concept. Non si tratta infatti, come si potrebbe pensare, di una collezione di cover, quanto piuttosto di una raccolta di composizioni liberamente ispirate alla sua opera, una serie di brani in cui a rimanere intatti, ancor prima di tecnica ed esecuzione, sono lo spirito e l’approccio alla materia sonora che la resero grande.
Detto ciò, la musica qui contenuta corre lungo molteplici e talvolta inaspettate direttrici: si spazia dal raga acustico di Jack Rose, particolarmente fedele all’estetica chitarristica del nostro nel proporre “Since I’ve Been A Man Full Grown”, alla rivisitazione in chiave blues di “My Babe, My Babe” ad opera di Michael Hurley, dagli stravolgimenti in chiave
spacey di Sir Richard Bishop al
cut-up della No-Neck Blues Band, che si diverte a giocare col fantasma del maestro sovrapponendone estratti
live a coltri di rumor bianco. E poi ancora le trame tenui di Greg Malcolm, Ben Vida che propone una toccante e quasi sacrale versione di “Exorcise/Intone”, i Badgerlore di
Ben Chasny con la loro psichedelia dalle trame evanescenti, Lichens, il cui
fingerpickingsfuma in droni statici l’evocativa “Escapism In A Comedic Forum”.
A chiudere, una “Ceremonial Knives” che nelle mani del neozelandese Pumice diventa bozzetto toccante e intimo e una “Crossing The Susquehanna River Bridge”, tenuta sapientemente in bilico tra arpeggi acustici e psichedelia cosmica da David Daniell.
Insomma, trascorsa l’ora abbondante lungo la quale ha luogo questa riuscitissima celebrazione, a rimanere vivido e palpabile è il senso di una musica che si distende fuori dal tempo, l’impressione di toccare da vicinissimo, attraverso queste undici superbe evocazioni, un’arte la cui profondità e unicità conservano ancora oggi immutato il loro fascino.
Sono le stesse sensazioni che si provano riascoltando uno qualsiasi dei tanti capolavori che quest’uomo ci ha lasciato. È il riscoprire nuovamente un talento unico e inarrivabile.