I/O

Polytone

2007 (Fratto9 Under The Sky / Ebria) | post-rock, avantgarde

Il progetto I/O vede Andrea Reali (voce), Luca Mauri (chitarra), Paolo Romano (contrabbasso) e Paolo Benzoni (batteria) alle prese con una sorta di “improvvisazione ritmica minimalista”. In questa definizione, data dagli stessi musicisti, sta il succo dello stile della band. Già dal primo album omonimo (Ebria, 2003) è ben riscontrabile l’attitudine alla forma libera, all’improvvisazione (a metà tra quartetto da camera e post-rock anticonvenzionale) per sottili sovrapposizioni soniche e sistematiche rielaborazioni ritmico-armoniche (dai pattern cerebrali dei Can, ai conguagli elettroacustici e minimalisti, alle scomposizioni canterburyiane e davisiane).

Così dicasi per “Polytone”, loro secondo disco ufficiale, in cui il loro puntiglio ritmico si serve a dismisura - oltre al consueto ampio spettro di tempi complessi - di ostinato, sincopi e controtempi. Nella quarta traccia sono presenti un basso alla “Bitches Brew”, una trama di batteria minimale e sciami d’ectoplasmi cacofonici di chitarra: oltre a esporre microvariazioni di tempo, il tutto si condensa progressivamente in una sorta di tango altero, fino a diventare un curioso muro di suono che piacerebbe agli Starfuckers di “Sinistri”. Analogamente, nella traccia conclusiva, la figura argentina di basso dà luogo a una danza macabra a base di batteria e chitarra angolosa, e a una sorta di trasfigurazione finale collettiva (quasi industrial-noise).

Il settimo brano è accompagnato da una mareggiata ambientale in sordina pregna di rumori voodoo in lontananza, dalla quale emergono concertazioni lounge e coralità gregoriane sfumate. Il pezzo iniziale, il più complesso e programmatico, si affida alla pulsazione della chitarra in qualità di nucleo germinale per giochi di libera associazione ritmica (dapprima motorik alla Neu!, poi groove free-form con voce gorgheggiante alla Wyatt, distorsioni e contrappunto dissonante del contrabbasso), micro-variazioni armoniche per basso e chitarra esplosa. Via via, si passa alle stasi dell’amplificatore, ai riff hardcore declassati ad allarmi industriali, al gracidare afono (e demoniaco) della voce filtrata e ai controtempi estremi della traccia 3, al fruscio gorgogliante-ambientale e alla batteria zoppicante (Bertacchini docet) della quinta traccia, fino alla movimentazione dinamica di jam post-bop della sesta e ai singulti, alle scale nevrotiche della seconda.

Opera che rileva rigore ascetico e costanza, e non rinuncia a figurazioni e a connotazioni inventive. Paradossalmente, alla faccia dello strombazzamento che ha accompagnato l’uscita dell’opera, funzionano gli efficaci svarioni sud-tropicali, i sulfurei tocchi satanici, le forme impossibili che si rimodellano a vicenda. Non la tracklist, troppo uguale a sé stessa, non le intenzioni colte, eccessivamente decantate con la presunzione dell’autonomia dell’ascolto.
La post-produzione è di Giuseppe Ielasi, la migliore ipotesi dell’attuale eredità di Berio, ma il disco è stato registrato in presa diretta. Aprono i Cul De Sac nel loro tour italiano di maggio 2007. Progetto parallelo: Two Dead Bodies (Reali e Mauri), con lo zampino della Bar La Muerte, raffinamento e ulteriore stilizzazione dei loro groove da ragioneria improvvisata.

(11/05/2007)

  • Tracklist

1. Traccia 1
2. Traccia 2
3. Traccia 3
4. Traccia 4
5. Traccia 5
6. Traccia 6
7. Traccia 7
8. Traccia 8

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