Moriarty

Gee Whiz But This Is A Lonesome Town

2007 (Na´ve/ Deschamps & Make´eff) | alt-country, alt-folk

Moriarty è una band-famiglia di folk americano trans-continentale (base nell’Indiana, ma spirito e formazioni europei) che suona prevalentemente strumenti acustici, e che si è inventata una serie di storie immaginarie - anche riguardo alla loro stessa biografia - da mettere in musica. Vi confluiscono la voce di Rosemary, il multistrumentismo di Tom, le chitarre di Charles e Arthur, e il contrabbasso di Zim; accanto a loro (i titolari del progetto), stanno i batteristi Eric Tafani e Vincent Talpaert, reclutati per il live set.

"Gee Whiz But This Is A Lonesome Town" è il titolo del disco di debutto, in sintesi l’ennesima riscoperta dell’incrocio tra la classe degli chansonnier e la dementia dell’underground americano degli anni 60, ma chiaramente setacciato secondo gli standard del southern degli anni 70. Le canzoni proposte vanno dal folk-roots, come nella ballata iniziale di "Jimmy" (aggiornata a Iron&Wine e Calexico), al galop per spazzole e dobro di "Private Lily" (con ispessimento della dinamica collettiva e tono fatalista alla Morricone), fino al tango in forma di danse macabre per svolazzi di fisarmonica e puntelli di percussioni di "Animals Can't Laugh" (preceduto da un recitativo acustico) e alla snella ballata tropicalia di "Fireday".

Il loro gusto personale emerge - anche se a fatica - in pezzi come "Tagono-Ura" (la controparte raminga di "Fireday"), lentone scheletrico con arpeggio, esili rumori di contorno, canto alla Shivaree, e "Whiteman's Ballad", un aggraziato rodeo-rock con fiddle e armonica, crescendo di percussioni e sfilata di suoni bizzarri. "Oshkosh Bend" riproduce le folli peregrinazioni pop degli Shapes And Sizes, aggiungendovi canto ampio e jam scricciole d’arredo. "Lovelinesse" è un valzer inquieto e sbalestrante che ipotizza una versione roots dei Fiery Furnaces, mentre "Jaywalker" chiude l’opera all’apice della stramberia (macchina da scrivere, contrabbasso horror che si schiude in vaudeville-swing burlone, sfaldamenti dissonanti, duetto sardonico tra voce e kazoo con sordina).

Quando il roots "de fèro" rivisita le lost highway del filone e agisce a maglie larghe (buffonaggine, alto livello di parodia, alto tasso alcolico, tono compiaciuto), si può stare tranquilli: l’ascolto procede sinuoso e un po’ sostenuto con sufficienza, persino con gli intoppi (dovuti) di polvere reazionaria o d’incursioni convenzionali con cui la band prende fiato dopo tante licenze poetiche. L’iconoclastia punk dei Violent Femmes fa sentire la sua mancanza. Deludente la dimensione multiculturale del gruppo, che riesce appena a sporcare il melodramma di posata irriverenza. Dice poco, ma lo dice con garbo e una certa sottigliezza. I soprannomi: "Crimson Diva" (Rosemary), "Kid With the Harmonica" (Tom), "Lord on Guitar" (Charles), "Tchekovian Guitar" (Arthur) e "Professor on Double-Bass" (Zim). C’è pure un Lynch-iano membro oscuro, con testa d’animale impagliato, "Gilbert".

(17/12/2007)

  • Tracklist
  1. Jimmy
  2. Lovelinesse
  3. Private Lily
  4. Motel
  5. Animals Can't Laugh
  6. (…)
  7. Cottonflower
  8. Whiteman's Ballad
  9. Tagono-Ura
  10. Fireday
  11. Oshkosh Bend
  12. Jaywalker (Song for Beryl)
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